La guarigione secondo Tarcisio Mezzetti

Guarigione fisica e malattia redentrice

“E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati. Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti.” (Gc 5,15-16)

“Parleremo questa mattina della guarigione fisica e ne parleremo in due insegnamenti successivi. Nella prima parte capiremo bene cosa è la guarigione fisica, nella seconda parte faremo una esperienza di preghiera per la guarigione fisica a gruppetti, su dei fratelli che chiederanno di essere guariti.
Tutto quello che faremo insieme è rivolto sia a guarire noi che anche ad imparare come usare in maniera corretta e semplice, un carisma molto grande ma anche molto comune.
Per pregare per la preghiera di guarigione non è necessario che ci sia Padre Emiliano Tardiff, lo possiamo fare anche noi.
Potrei ad esempio citare moltissimi casi di preghiere fatte dai genitori sui figli, perché i genitori hanno “la grazia di stato” per pregare sui propri figli. E’ una antichissima tradizione della Chiesa quella dei genitori che pregano sui propri figli.

Quindi voglio che questo carisma venga capito per quello che veramente è: un carisma comune del popolo cristiano.
La guarigione si verifica nella misura in cui noi siamo Gesù che ama un’altra persona.
Quando Gesù si recò a guarire la figlia di Giairo, portò con sé i suoi amici Pietro Giacomo e Giovanni; in più chiamò i genitori della fanciulla (Lc 8, 49-56).
Forse portò dietro queste persone perché erano quelle che più profondamente amavano Lui, Gesù, e amavano lei, la fanciulla.
Ci accorgiamo che la guarigione si verifica più spesso dove c’è più amore poiché Dio, fonte della guarigione, è Amore.
Tre persone hanno in special modo il dono di guarire perché possiedono di solito il dono di amare più profondamente:

1. l’amico più stretto dell’ammalato
2. una persona che sia stata guarita dalla stessa malattia
3. una persona che sta lottando ancora adesso con lo stesso problema.

Un amico intimo può pregare più intensamente di un estraneo la preghiera sentita della fede, perché ama di più.
Giacomo scrive nella sua lettera: E la preghiera fatta con fede salverà il malato: il Signore lo rialzerà e se ha commesso peccati, gli saranno perdonati. Confessate perciò i vostri peccati gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri per essere guariti. Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza. Elia era un uomo della nostra stessa natura: pregò intensamente che non piovesse e non piovve sulla terra per tre anni e sei mesi. (Gc 5, 15-17)

Allo stesso modo, una persona guarita dalla stessa malattia può pregare con maggiore speranza.
Una persona vittima della stessa malattia può pregare con maggiore compassione di chi non ha mai sofferto dello stesso male.
Tutti possiamo pregare per la guarigione fisica, ma Gesù opera le guarigioni attraverso le nostre preghiere nella misura in cui amiamo e siamo come Lui.
Dice Padre Matt Linn: “la guarigione è la preghiera che preferisco perché è in essa che più io mi sento di essere Gesù. Quando prego per un malato io prego nello stesso modo in cui Gesù trascorse la maggior parte del suo tempo di preghiera. Allora comincio a provare l’amore e la compassione di Gesù”.

Gesù nutriva così tanto amore e compassione che non poteva passare accanto ad un ammalato, fosse pure un lebbroso, senza tendere la mano per operare guarigione.
Secondo la legge ebraica esistente a quel tempo Egli sarebbe dovuto stare a cinquanta metri di distanza e con il vento alle spalle. Tuttavia Gesù doveva contattare e toccare i
lebbrosi poiché l’amore e la compassione del Padre gli riempivano il cuore.
Gesù non aveva bisogno di compiere le guarigioni per dimostrare che era il Figlio di Dio, ma perché Egli era Dio e doveva quindi agire come il Padre.
Essere come Gesù significa provare la sua stessa compassione per gli ammalati, e far entrare nei nostri cuori la preghiera di Gesù che guarisce.
Gesù non tenne solo per sé la sua compassione per gli ammalati: quando mandò i dodici apostoli disse loro di insegnare, predicare e guarire e cacciare i demoni.
Quando mandò i settantadue discepoli, li mandò ad annunciare il Regno, quindi ad insegnare e predicare, ma anche a guarire i malati.

Durante la Controriforma ci fu la riscoperta dei valori del Vangelo; quando i primi Gesuiti andarono nelle Filippine, erano così convinti di quello che era scritto nel vangelo che, pur non parlando la lingua del posto, si misero in contatto con i bambini. Insegnarono loro e li invitarono ad andare a casa e a pregare sui loro nonni e sui loro malati, nel nome di Gesù.
I bambini andavano, pregavano e veramente la gente guariva. Così avevano tanti battesimi da dare che dovettero chiedere rinforzi in Spagna.
Da qui dovete capire una cosa importante: il dono di guarire è il dono dell’evangelizzatore.
Non si fa un ministero per guarire, si fa un ministero di guarigione per evangelizzare.

State alla larga da coloro che fanno le preghiere sulle fotografie perché una fotografia non si evangelizza. Si può magari intercedere per una persona che si è vista in fotografia, ma le preghiere di guarigione si fanno sugli uomini, per parlare loro dell’amore di Dio. Quindi non è un carisma per conto suo, infatti nel Vangelo di Marco (Mc 16,14) dice una cosa molto importante: Alla fine apparve agli undici, mentre stavano a mensa, e li rimproverò per la loro incredulità e durezza di cuore, perché non avevano creduto a quelli che lo avevano visto risuscitato.
Diede loro una bella sgridata perché erano increduli, quindi non erano molto migliori di noi, poi disse loro: Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura.

Erano undici testoni ed increduli, questo dimostra che è sempre lo Spirito di Dio che parla in noi perché mentre noi parliamo agli altri di Gesù, Gesù evangelizza anche noi.
Non aspettate di essere professori in teologia laureati alla Gregoriana: per parlare di Dio basta poco, basta dire la vostra vita: “ero perduto e il Signore mi ha ritrovato, ero morto e mi ha fatto ritornare alla vita”. E’ la più grande catechesi che potete fare. Se proprio volete aggiungete: Io l’ho incontrato; chi è davanti a voi dirà: anche io voglio incontrarlo.

Poi il Signore dice: Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà ( anche se sarà battezzato) sarà condannato. E questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: (anche se peccatori come noi) compiranno i cinque segni della evangelizzazione:

1. nel mio nome scacceranno i demòni,
2. parleranno lingue nuove,
3. prenderanno in mano i serpenti e,
4. se berranno qualche veleno, non recherà loro danno,
5. imporranno le mani ai malati e questi guariranno”.

Quando vi trovate a parlare con qualcuno che è contrario ai carismatici, voi tranquillamente leggetegli questo brano e poi chiedetegli: Il Signore ha detto che chi avrà
fede farà queste cose: prendiamo in considerazione solo l’ultima: poseranno le mani sui malati e questi guariranno, tu l’hai mai fatto? Risponderà: mica sono Pranoterapista! A
questo punto voi potete rispondere: allora non credi, perché chi crede fa queste cose!

Adesso è importante quello che segue: Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu assunto in cielo e sedette alla destra di Dio. Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava insieme con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano.

E’ Gesù che accompagna l’evangelizzatore! Allora colui che ha un grande dono di guarigione è perché è un grande evangelizzatore, non perché è un grande mago o perché ha un grande fluido: noi siamo persone che credono a quello che ci ha detto Gesù.
Gesù disse: Guarite gli infermi, risuscitate i morti, sanate i lebbrosi, cacciate i demòni. Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.
E quando inviò i 72 discepoli disse loro: Se entrate in una casa e siete ben accolti, mangiate ciò che vi sarà presentato, guarite i malati che vi saranno e dite loro: è a voi
vicino il Regno di Dio. E’ la prova del Regno. Se io caccio i demoni col dito di Dio, dice Gesù, allora vuol dire che il Regno di Dio è vicino. E’ la prova della evangelizzazione.
Con le sue ultime parole terrene, poi, Gesù incaricò i credenti di andare, imporre le mani ai malati e pregare per la loro guarigione.

La Chiesa primitiva prese questo incarico molto sul serio e intese la preghiera di guarigione come il mezzo principale per realizzare ed estendere l’evangelizzazione.
Se oggi il carisma è calato rispetta all’inizio, è perché si è cercato di enuclearlo, di tirarlo fuori dal suo terreno naturale che era la evangelizzazione e l’annuncio del Regno.
Quando i primi cristiani raccontavano la storia di Gesù, imponevano le mani sui malati per mostrare che Gesù era veramente presente e amava la sua gente.
Quando noi cantiamo “El vive, El vive” lo dobbiamo dimostrare fuori di qui non solo con i canti, ma con i fatti, che noi crediamo che Lui vive. Lo dobbiamo dimostrare perché noi crediamo in Lui e agiamo come Lui ci ha detto di fare. Allora noi possiamo dire alla gente: Gesù Cristo è vivo! Soprattutto in un mondo che pensa che tutt’alpiù era un grande uomo che ha avuto la disgrazia di essere un rivoluzionario e quindi è morto in croce 2000 anni fa.
Sebbene i primi cristiani venissero continuamente imprigionati a causa della loro preghiera di guarigione, e ci sono i documenti che lo dicono, essi insistevano in questo loro carisma delle guarigioni. Non potevano proclamare a parole l’esistenza di un Dio che ama, senza manifestare nel contempo il suo amore che risana. Leggete Atti al Cap 3 e 4 e vedrete che quello detto fin qui è vero.
Operare guarigioni piuttosto che parlare soltanto dell’amore di Dio fu l’aspetto essenziale della vita cristiana dai primi tempi fino al quarto secolo. Nel Vangelo di Marco, Gesù mandò i Discepoli a predicare e a guarire ed essi al loro ritorno riferirono tutto quello che avevano detto e fatto.
Ai laici veniva regolarmente distribuito l’olio benedetto per ungere i familiari ammalati: era un uso ordinario della Chiesa.
Fu soltanto nel periodo dell’imperatore Costantino nel IV secolo che si verificò gradualmente un cambiamento nella pratica della guarigione.
La conversione di Costantino significava adesso che lo Stato accettava i cristiani e raramente ormai li perseguitava a causa della loro fede.
Con la fine dell’era dei Martiri, i cristiani credettero che fosse necessaria qualche altra maniera di soffrire per Cristo. Iniziarono così a considerare la malattia come un modo di offrire il loro corpo a Dio. Il Manicheismo e altre eresie rafforzarono ulteriormente queste attitudini, mentre i cristiani cominciarono a considerare il corpo come un male che doveva essere tenuto sotto controllo con il digiuno e con la vita nel deserto.
Avvenne così un grande distacco tra la dottrina di Paolo, la dottrina di Gesù in fondo, perché in tutta la mentalità semitica l’uomo era una entità unica; era la mentalità ellenistica che tendeva a separare l’anima dal corpo. Quindi scindeva queste due entità: l’anima era nobile ed il corpo era nulla, era da buttare via. Ma questo corpo risorgerà ci dice San Paolo e la Chiesa fa perfino una celebrazione con la benedizione di un corpo proprio per dare onore a questo corpo che risorgerà.
Queste eresie pian piano cominciarono a dominare sulle stesse attitudini di impostazione ebraica che aveva Gesù, relativi alla bontà del mondo creato e all’unione fra il corpo, la mente e l’anima.
Poiché ora invece l’anima veniva considerata più importante del corpo, i cristiani pregavano per la guarigione spirituale ma non per quella fisica; fu così che l’idea della
sofferenza redentrice fece il suo ingresso nella Chiesa, e si sviluppò così tanto che ogni malattia fu concepita come un modo, una forma di redenzione, una croce da portare con pazienza, piuttosto che un male da guarire con la preghiera.

Vi posso assicurare che ci sono delle depravazioni in questo senso che sono molto gravi; ad esempio alcuni religiosi negli ospedali si avvicinano ad ogni letto e dicono: “…se devi soffrire… il Signore ha bisogno di questa sofferenza..” e basta! Non si può dare ad una persona solo questa parte.
Mi sono trovato davanti ad una suora che moriva e lottava contro un tumore già in metastasi ossee e che aveva bisogno di medicine speciali per allungare la vita. Le sue
consorelle la avevano totalmente emarginata perché non accettava di morire.
Sono depravazioni, non sono verità; sono esagerazioni che non fanno parte dell’equilibrio vero che viene dal Vangelo: Gesù non ha detto “…sei cieco, ebbene, loda Dio…”
Sant’Agostino favorì il concetto della sofferenza redentrice, sostenendo che alla Chiesa erano stati necessari all’inizio i miracoli di guarigione, per convincere la gente a credere; una volta stabilitasi, la Chiesa non aveva più bisogno di questi miracoli. Così scrisse Sant’Agostino.
Pochi anni dopo lo stesso Sant’Agostino scrisse un altro libro “Le Ritrattazioni” in cui ritrattava tutto quello che aveva asserito circa il fatto che i miracoli non fossero più necessari. Il grande teologo, peraltro molto onesto, aveva cambiato parere perché nel corso degli ultimi due anni aveva assistito ad oltre settanta miracoli nella sua stessa cattedrale.

Nonostante la riscoperta agostiniana dell’importanza delle guarigioni, questo carisma andò di nuovo perduto.
Non è successo così nella Chiesa Ortodossa dove il carisma dell’unzione dei malati è considerato ancora adesso un carisma di guarigione, con tantissime guarigioni; per loro è
ordinario che questo avvenga.
A causa dei molti inganni e delle attitudini magiche di alcuni laici nei confronti delle guarigioni, soprattutto nei riguardi della unzione dei malati, la Chiesa insistette che i sacerdoti e non i laici diventassero i ministri ordinari dell’unzione dei malati.
In seguito alle violentissime pestilenze, i sacerdoti avevano solo il tempo di visitare ed ungere i malati nel letto di morte. Inoltre, poiché i cristiani sapevano che la Chiesa imponeva severe penitenze per i peccatori, molti attendevano soltanto l’ora della morte per confessarsi.
Così il Sacramento della unzione dei malati perse il suo significato di Sacramento di guarigione, per divenire addirittura codificato il Sacramento della Estrema Unzione,
mediante l’associazione della Confessione e della Estrema Unzione, sul letto di morte.
Tale situazione si è protratta nella Chiesa fino al Concilio Vaticano II. Questo Concilio ha riscoperto invece, il Sacramento dell’Unzione dei Malati come un Sacramento di
guarigione ed ha introdotto quattro cambiamenti nelle linee direttrici della sua celebrazione. Aggiungo che vi sono ulteriori sviluppi nel documento Vaticano sulle sette, al
Capitolo 3, quando si parla della cura pastorale; al punto 3 c’è scritto: “E’ necessario riscoprire il ministero della preghiera di guarigione, come fatto nei movimenti carismatici”.

La Chiesa stessa prende posizione affinché questo ridivenga un ministero ordinario!
La Chiesa ha introdotto dei cambiamenti nella celebrazione della Unzione dei Malati:

– questo Sacramento è stato restaurato come una preghiera diretta alla guarigione anziché ad una morte serena.

– La preghiera dell’Unzione dei Malati è diventata la preghiera di tutta la Comunità, e non più solo la preghiera del sacerdote e dell’ammalato nella camera di ospedale. Così Dottori, Medici e familiari possono essere inclusi nella celebrazione di questo Sacramento.
Quando un medico prescrive con amore una medicina, o prega per il proprio paziente, anche egli sta partecipando ed estendendo la partecipazione del Sacramento stesso.
Pregare per la guarigione degli ammalati non è quindi una prerogativa dei carismatici, ma è una estensione del Sacramento della Unzione dei Malati. Tale preghiera è essenziale
nell’espletamento del sacramento, così come il perdono è essenziale al Sacramento della riconciliazione.

– un altro cambiamento sottolinea che il Sacramento della Unzione dei malati può essere ripetuto più volte per lo stesso soggetto: la Chiesa ci suggerisce di estendere l’amore
taumaturgico di Gesù, pregando ripetutamente.

Dice Padre Matt Linn: ogni volta che prego, non so con certezza ciò che precisamente accadrà. Se prego, per esempio per un invalido costretto sulla sedia a rotelle, non so se
quella persona sarà in grado di camminare dopo la mia preghiera, ma io so di certo che ogni volta che prego, sarà il Signore a fare il successivo passo d’amore per quella
persona. Mi sono accorto di cosa possono essere questi successivi passi d’amore mentre pregavo per un amico che si chiamava Joe. Tra le persone che pregavano con me per Joe, tre erano medici e poiché Jo soffriva di scoliosi, i medici avevano tracciato sulla sua schiena il modo in cui la spina dorsale doveva raddrizzarsi. Pregammo per circa 15 minuti senza alcuna apparente guarigione, poi chiedemmo a Joe se provasse qualcosa. Joe rispose che provava un profondo senso di pace e non mi sento peggio, perché quando sto seduto così a lungo, il dolore si acuisce.

Le prime due cose che di solito accadono quando preghiamo per la guarigione sono:

1. la persona prova una profonda pace interiore
2. l’infermità non si aggrava

Questi sono due doni che possono essere facilmente non considerati perché sembrano due cose trascurabili, ma non è vero poiché la guarigione progredisce ogni volta che noi
riempiamo la persona con l’amore di Gesù.
Imponemmo nuovamente le mani sulla schiena di Joe e pregammo nuovamente per lui per un po’. Poi chiedemmo a Joe: c’è qualcuno che devi perdonare? Di botto rispose no,
ma dopo un po’ di preghiera si ricordò di tre persone che doveva perdonare. Mentre perdonava queste tre persone, il dolore alla schiena cominciò a svanire, e riusciva anche a
piegarla con maggiore facilità.

Sono questi di solito i due passi successivi della preghiera di guarigione: il dolore scompare e di conseguenza si riacquista il movimento.

Il passo finale è un cambiamento strutturale: verso la fine della preghiera, la spina dorsale di Joe si era riassestata perfettamente, proprio come i medici ne avevano tracciato la linea sulla sua schiena.

Benchè qualche guarigione, come il caso della suora menzionato prima, si realizza con una sola preghiera e può provocare un cambiamento fisico tale da trascendere ogni
spiegazione naturale, la gran parte delle guarigioni, come nel caso di Joe, si attuano con preghiere ripetute che accelerano il processo naturale della guarigione. Ogni volta che prego con qualcuno come con Joe, il Signore farà il passo d’amore successivo, anche se io ignoro quale sarà questo passo. Poiché per anni il suo dolore alla schiena aveva spinto Joe a concentrarsi in nient’altro che su se stesso, egli aveva definito quel dolore un dolore che redime, ed aveva pregato pochissimo per il passo successivo, cioè per il passo di essere guarito.

Spesso noi diciamo che un dolore redime quando invece, novanta volte su cento non ha una tale funzione. Il dolore fisico come quello di Joe spesso ci induce a concentrarci in noi stessi, e nella misura in cui produce questa concentrazione in noi stessi, il dolore non è una sofferenza redentiva. Una malattia redime nella misura in cui ci aiuta ad avvicinarci agli altri e ad avvicinarci a Dio.

Ho visto di tali persone la cui sofferenza redimeva perché le persone che stavano intorno a loro, uscivano trasformate: quello era un carisma, un dono di Dio.

Un esempio di malattia che redime potrebbe esserci fornita dal caso di un nostro amico
cieco, dicono i fratelli Linn, che si chiamava Larry. Facemmo il nostro ritiro di trenta giorni, sotto la guida di Larry, uno dei più sensibili direttori spirituali che abbiamo conosciuto. La cecità di Larry ha carattere redentivo perché lo ha aiutato ad entrare in ascolto dei cuori umani, ed in tal modo ad aprirsi agli altri e a Dio. Un giorno Larry si chiese se dovesse recarsi da qualcuno con un famoso dono di guarigione che era venuto in città, a chiedergli di guarirlo. Gli chiedemmo allora: saresti in grado di offrire e di ricevere maggiore amore, se tu potessi vedere? Rispose: io so che Dio può guarirmi, ma non credo che potrei dare e ricevere maggiore amore se vedessi: la mia cecità è il modo in cui Dio mi ama.

Se noi avessimo pregato per Larry, non è certo che avrebbe riacquistato la vista perché siamo concordi con lui nel ritenere che Dio si serve della sua cecità, ma sappiamo che Dio avrebbe intrapreso il passo successivo con Larry. Forse tale passo si sarebbe concretizzato nell’accentuarsi della sua sensibilità, per ascoltare il cuore degli altri anche con maggiore percezione di quanto faccia adesso. Se fosse stato così, la sua cecità sarebbe stata ancora più redentrice, aprendolo ancora di più a Dio e agli altri.
Così, ogni volta che preghiamo per la guarigione, noi siamo consapevoli che il Signore compirà il passo successivo, aprendo quella persona a dare o a ricevere più amore, rendendo la malattia ancora più redentrice, se è una malattia redentrice, oppure operando la guarigione fisica, quindi bisogna pregare sui malati sempre.”

Fonte: Tarcisio Mezzetti – Lozio – luglio 1987