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Falsi profeti apocalittici

Falsi profeti apocalittici

“Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno” (Mt 24,4-5)

Piuttosto diffusa anche in ambito cristiano, troviamo la categoria dei presunti profeti illuminati da Dio, che conoscerebbero con esattezza le sorti prossime del mondo e del genere umano. Generalmente si tratta di annunci di eventi apocalittici che stanno per colpire l’umanità.
Questi presunti profeti e veggenti sono soliti annunciare con sicurezza imminenti catastrofi, terremoti, maremoti, cadute di asteroidi ed altri castighi di ogni genere. Oltre a diffondere il terrore, che mai può venire da Dio, creano psicosi di massa, inibizioni o eccessive precauzioni inutili e costose. Costoro speculano inoltre sulla paura della gente minacciando punizioni divine per tutti coloro che non seguiranno i loro consigli.
Spesso viene anche dichiarato che non dovremo accettare la guida di nessuno in quanto tutti saranno corrotti (compresa la Chiesa); solo i messaggi di qualche veggente dei quali Dio si servirebbe per guidare l’intera umanità sarebbero veritieri.

Un altro mezzo con cui questi veggenti cercano di convincere i fedeli è ciò che riguarda il contenuto del Terzo segreto di Fatima che non sarebbe stato dichiarato nella sua forma completa. Secondo costoro il terzo segreto che è stato dichiarato ufficialmente dalla Chiesa non sarebbe quello vero, bensì una copertura per non dichiarare scottanti realtà riguardo il futuro prossimo dell’umanità. In internet è facile trovare questo testo “alternativo” che circola in massa negli ambienti sensazionalistici alla ricerca di ciò che qualcuno cercherebbe di nascondere. Si tratta per l’ennesima volta di una favoletta dal sapore esoterico che non può convincere il cristiano maturo.
Il fatto stesso di sostenere che questo segreto non sia stato dichiarato nella sua interezza, dichiarerebbe quindi la Chiesa non attendibile, perché non dirrebbe il vero, ma anzi nasconderebbe la verità trasmessaci da Dio.

Un’atra profezia piuttosto conosciuta per la sua imminenza sarebbe la cosiddetta “profezia di Malachia” conosciuta anche come “profezia sull’ultimo Papa”. Secondo questa profezia la persecuzione finale dei cristiani, la distruzione di Roma e la fine del mondo avverrebbe sotto il successore dell’attuale Papa Benedetto XVI.
Tutto ciò, ovviamente, non fa altro che incutere terrore nelle persone, cercando di convincere i fedeli che ormai la fine del mondo è vicina. Gesù ci dice invece:

“Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre. State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!” (Mc 13,32-37)

E ancora l’apostolo Paolo ci mette in guardia:

“Vi preghiamo, fratelli, quanto alla venuta del Signore nostro Gesù e la nostra riunione con lui, a non agitarvi facilmente nel vostro animo, a non spaventarvi né da oracoli dello Spirito, né da parola o da lettera come spedita da noi, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo. Infatti, se prima non viene l’apostasia e non si rivela l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, colui che si oppone e si innalza su tutto ciò che è chiamato Dio o che è oggetto di culto, fino a sedersi egli stesso nel tempio di Dio, dichiarando se stesso Dio.” (2Ts 2,1-4)

Ora, conoscendo questo, come possiamo credere a tutte le voci che stabiliscono un tempo e una modalità per ciò che dovrà avvenire?
Purtroppo ci sono casi in cui alcune persone, impaurite e disarmate, pur di salvarsi, seguono qualsiasi consiglio che viene loro dato. Alcuni di essi abbandonano addirittura la loro vita quotidiana per prepararsi ai tempi apocalittici, andando ad abitare in zone remote, lontani dalle masse per non mescolarsi con coloro che non credono alle profezie e per prepararsi al castigo imminente.
Questi pseudo veggenti presentano così il nostro Dio come un Dio severo, che desidera soltanto punire e suscitare angoscia e terrore. Un Dio che si discosta totalmente dal Dio misericordioso e pieno di amore che ci ha trasmesso Gesù nella sua evangelizzazione. Il fedele si trova così a fissare lo sguardo su se stesso e sulle catastrofi imminenti, anziché su Dio, che vuole che nei nostri cuori regni l’amore, la pace e la speranza.
Tutto ciò non fa che allontanare dalla preghiera fiduciosa verso la bontà e la provvidenza del Padre al quale appartiene il futuro. Il nostro atteggiamento deve essere solo di fiducia nel suo infinito amore e di fedeltà alla sua Chiesa contro la quale Egli ha promesso che le porte degli inferi non prevarranno (cfr. Mt 16,18). Dobbiamo perciò stare alla larga da coloro che dicono che la Chiesa verrà corrotta e sconfitta e diventerà la sinagoga di Satana, in quanto ciò non appartiene assolutamente alla rivelazione biblica. Anche questa è una tattica del Demonio per allontanare dalla retta via e scivolare verso l’eresia.
Purtroppo esistono molti libri di questi presunti veggenti che, parlando in nome di Dio, ci attestano il contrario, spesso in forma velata ed ingannevole per non destare dubbi sulla bontà del presunto messaggio divino. Occorre quindi una duplice attenzione, anche nei confronti di questi testi viscidi che tendono a sostituirsi alla guida della Chiesa ed all’insegnamento del Vangelo.

Fonte: “Come leone ruggente” Vol.2, Tarcisio Mezzetti, Elledici

Doni e fenomeni mistici straordinari

Fenomeni mistici straordinari

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23)

L’aggettivo mistico viene da “mistero”. Indica ciò che appartiene alla dimensione ineffabile, indicibile, inconoscibile all’uomo, propria del mistero che avvolge la natura di Dio.
Tutto il discorso intorno ai cosiddetti “fenomeni mistici straordinari” ha sempre destato un certo interesse, spesso legato al fatto che la mistica viene generalmente ristretta all’evento o manifestazione straordinaria. Considerando che la mistica è la via dell’unione con Dio, tutti sono chiamati a tale esperienza al di là dell’aspetto fenomenico. Occorre sempre una notevole prudenza e un buon discernimento per definire ciò che interessa questo campo.
La maggior parte dei fenomeni mistici straordinari si possono ricondurre alle “grazie gratis datae” come già illustrato nella sezione relativa ai “carismi“.

Essi si distinguono in:

– Fenomeni di ordine conoscitivo
– Fenomeni di ordine affettivo
– Fenomeni di ordine corporale

I fenomeni mistici straordinari possono essere attribuiti unicamente a:

– una causa soprannaturale: se il fenomeno procede da Dio;
– una causa preternaturale: se il fenomeno procede dal Demonio;
– una causa naturale: se il fenomeno procede dall’immaginazione della persona o da uno degli agenti che costituiscono il mondo fisico esterno.

Dietro al fenomeno mistico è perciò necessario applicare un accurato discernimento in quanto i camuffamenti diabolici e le alterazione psicopatologiche sono frequenti e spesso fuorvianti.

Fenomeni di ordine conoscitivo:

VISIONI:

Percezioni soprannaturali di un oggetto naturalmente invisibile all’essere umano. Si distinguono in: visioni corporali (apparizioni); visioni immaginarie; visioni intellettuali.

Visioni corporali:
Dette anche apparizioni, sono quelle in cui il senso della vista percepisce una realtà oggettiva (non necessariamente un corpo umano, ma anche una forma esteriore sensibile o luminosa) naturalmente invisibile all’uomo. Si può produrre in due maniere: o per la presenza vera di un corpo o per un’azione immediata esercitata da un agente esterno sull’organo della vista.
Visioni immaginarie:
La visione immaginaria è una rappresentazione sensibile interamente circoscritta alla immaginazione e che si presenta in modo soprannaturale allo spirito con una vivacità e chiarezza superiore alle stesse realtà fisiche esteriori. Si può produrre in tre maniere: mediante la rappresentazione delle immagini ricevute dai sensi; mediante la combinazione soprannaturale di queste specie acquisite e conservate nell’immaginazione; mediante nuove immagini infuse. Si tratta di una visione più elevata di quella corporale; più estesa, in quanto può rappresentare cose non solo presenti, ma passate o future; si verifica durante il sonno o anche quando si è svegli. Le sue forme più frequenti sono: rappresentativa (l’apparizione di un santo) e simbolica.

Visioni intellettuali:
Si tratta di una conoscenza soprannaturale che si produce mediante una semplice visione dell’intelligenza senza impressione o immagine sensibile. Si distingue dalla percezione naturale dell’intelligenza per alcune caratteristiche: 1) per il suo oggetto, che sorpassa le forze naturali dell’intelletto, essendo improvvisa, immediata e senza dimostrazione di conoscere il lavorio e la lentezza del ragionamento; 2) per la sua durata, permanendo per molti giorni, settimane o mesi; 3) per i suoi effetti che l’accompagnano, ossia l’amore che muove l’anima, la pace inconfondibile, il desiderio delle cose celesti, il disgusto di ciò che non è Dio. La visione intellettuale mistica si produce indifferentemente durante il sonno, la veglia o l’estasi. Due sono gli elementi: l’oggetto manifestato e la luce che lo illumina. Spesso si tratta di un oggetto ineffabile, visto che le anime non riescono poi a spiegarlo nel linguaggio umano, non trovando formule equivalenti. Inoltre, altro elemento che la contraddistingue, è la certezza assoluta, ossia una visione così chiara su cui non si può dubitare.
Le visioni possono avere origine soprannaturale, ma, secondo l’esperienza e gli insegnamenti dei grandi mistici, sono molto rare. Quasi sempre si tratterebbe di illusioni o allucinazioni naturali o di inganni diabolici. Le illusioni e le allucinazioni sono condizionate da particolari stati fisici e psichici tra cui stanchezza, inedia, insonnia, facilità di immaginazione. Per quanto attiene alle visioni intellettuali sembra più facile riconoscerne l’autenticità, data la fermissima certezza che includono.

LOCUZIONI:

Sono formule che enunciano affermazioni o desideri e si riferiscono unicamente al linguaggio articolato percepito mediante l’udito corporale. Si distinguono in:

Auricolari:
Sono quelle percepite per mezzo dell’udito. Si tratta di vibrazioni acustiche formate nell’aria.

Immaginarie:
Sono quelle che si percepiscono chiaramente con l’immaginazione sia durante il sonno che in stato di veglia. Possono procedere non solo da Dio, ma anche dagli angeli buoni o cattivi. Quelle che provengono da Dio lasciano nell’anima umiltà, fervore, spirito d’obbedienza a differenza di quelle diaboliche che lasciano invece aridità, inquietudine, insubordinazione, vanità.

Intellettuali:
Sono quelle udite direttamente nell’intelletto senza concorso di sensi interni ed esterni. Giovanni della Croce distingue le locuzioni intellettuali in tre specie: successive, formali e sostanziali.
Da un punto di vista soprannaturale, il fenomeno delle locuzioni è classificabile fra le grazie gratis datae di tipo miracoloso, giacché è manifestamente fuori dell’ordine naturale della grazia santificante, ed è ordinato per sé al bene degli altri.

RIVELAZIONI:

Quando autentiche, sono le manifestazioni soprannaturali di verità nascoste o di segreti divini fatte da Dio per il bene generale della Chiesa o per l’utilità particolare dell’anima che le riceve. Si distinguono in:

Pubbliche:
Rivolte a tutta la Chiesa;
Private:
Rivolte ad una persona in particolare.

IEROGNOSI:

Letteralmente, “conoscenza del sacro”, si riferisce alla facoltà che ebbero alcuni Santi, soprattutto gli estatici, di riconoscere le cose sante (i rosari, l’ostia consacrata, le reliquie, ecc.). Santa Caterina da Siena riprese severamente un Sacerdote che volle metterla alla prova offrendole nella comunione un’ostia non consacrata.
La vera ierognosi trascende le forze della natura e non si può spiegare in modo naturale né preternaturale. Per quanto riguarda la cosiddetta ierognosi repulsiva in alcuni casi di possessione diabolica, occorre precisare che, per quanto spettacolare sia in casi di esorcismo, non è un segno infallibile, in quanto molti ossessi non la manifestano.

ALTRI FENOMENI CONOSCITIVI:

Si riferisce a tutti quei fenomeni che non rientrano in quelli precedenti. Ad esempio l’iniziazione ai primi elementi dell’insegnamento primario (Caterina da Siena apprese istantaneamente a leggere e scrivere); la scienza infusa universale (conoscenza di settori culturali o di Sacra Scrittura o conoscenza della teologia senza apprendimento alcuno); abilità per l’esercizio delle arti, ecc.

Fenomeni di ordine affettivo:

ESTASI:

Secondo alcuni teologi si tratta di un fenomeno interiore che rientra nel normale sviluppo dei gradi di preghiera mistica e costituisce un “normale” sviluppo della vita cristiana. Come fenomeno esterno, in realtà, si parla di estasi come di uno stato alterato di coscienza, o secondo una definizione più classica “di un sopore soave e progressivo fino a giungere alla totale alienazione dei sensi”. L’estatico, sebbene non veda, non oda, non senta nulla, non è addormentato, né morto. Il suo volto è radiante e come trasportato in un altro mondo. Il termine “estasi” suggerisce una specie di uscita e permanenza fuori di se stessi: l’anima esce (o prescinde) dai sensi corporali per fissarsi immobile nell’oggetto soprannaturale che attrae e assorbe le sue potenze.
Secondo la psicologia, alcuni stati alterati di coscienza possono essere raggiunti mediante forze destabilizzanti lo stato ordinario di coscienza. Ad esempio corse estenuanti, fame o sete, privazione del sonno, stimoli sonori intensi, deprivazione sensoriale, danza ininterrotta, iperstimolazione sensoriale, meditazione, ripetizione ossessiva di parole o frasi.

INCENDIO D’AMORE:

Si tratta di un fenomeno, comprovato nella vita di alcuni Santi, dovuto dalla violenza dell’amore verso Dio che si manifesta, alle volte, all’esterno sotto forma di fuoco che riscalda e brucia persino materialmente la carne e le vesti vicino al cuore. Queste manifestazioni si producono in gradi molto diversi:

Semplice calore interno:
Consiste in uno straordinario calore del cuore che si dilata fino ad espandersi a tutto l’organismo (es. Brigida di Svezia, Venceslao di Boemia);

Ardori intensi:
Un’esasperazione del primo grado fino al punto di ricorrere a refrigeranti per calmarlo (es. Pietro d’Alcantara, Caterina di Genova);

Ustione materiale:
Quando il fuoco dell’amore divino giunge a produrre l’incandescenza e la bruciatura materiale, si realizza in tutta pienezza il fenomeno che stiamo descrivendo. Questo si realizza anche nella bruciatura dei propri indumenti. In alcuni casi si nota una aumento del volume del muscolo cardiaco (es. Paolo della Croce, Filippo Neri).
Questo calore straordinario non ha provocato nei mistici nessuna grave ustione, nessuno stato febbrile e neppure un’anormale accelerazione sanguigna.
Fenomeni di ordine corporale:

STIGMATE:

Consistono nella spontanea apparizione di piaghe sanguinolenti nel corpo della persona che le sperimenta. Appaiono normalmente nelle mani, nei piedi e nel costato sinistro e a volte sulla testa e sulle spalle. Queste piaghe possono essere visibili o invisibili, permanenti o periodiche e transitorie, simultanee e successive. la forma, la grandezza, l’ubicazione o altre circostanze accidentali sono varie secondo i casi. Le stigmate sono prodotte quasi sempre in soggetti estatici e frequentemente vengono precedute o accompagnate da fortissimi tormenti fisici e morali. La loro assenza, invero, deporrebbe per un’origine non soprannaturale. Il primo stigmatizzato di cui si abbia notizia è Francesco d’Assisi, che le ricevette a La Verna il 17 settembre 1224. Fenomeno molto intenso e discusso, per la stessa teologia rimane comunque al confine della valutazione di santità. Difatti, c’è una scarsità di stigmatizzati fra i Santi di tutti i tempi. In particolare, non si riscontrano casi nei primi secoli del cristianesimo.

LACRIME E SUDORE DI SANGUE:

Consistono nell’uscita in quantità apprezzabile di liquido sierico (sangue) attraverso i pori della pelle, particolarmente di quelli della faccia, e attraverso lacrime (mucosa delle palpebre). Sembra un fenomeno in qualche modo naturale, riconnesso a ciò che viene chiamato “ematidrosi”, già noto ai tempi di Aristotele. Per quanto naturale, il fenomeno è comunque inspiegabile da un punto di vista medico.

RINNOVAMENTO O CAMBIAMENTO DI CUORE:

Consiste nell’estrazione fisica del cuore di carne e nella sostituzione con un altro, che è alle volte quello di Cristo stesso. Si narra di Caterina da Siena: “Si trovava un giorno nella cappella della Chiesa. Una luce dal cielo a un tratto l’avvolse e nella luce apparve il Signore che teneva fra le sue mani un cuore umano, vermiglio e splendente. Le si avvicinò aprì il petto di lei dalla parte sinistra e introducendovi lo stesso cuore che teneva fra le mani disse «Carissima figliola, come l’altro giorno presi il tuo cuore, ecco ora ti dò il mio col quale sempre vivrai»”. Altri casi sono quelli di Maria Maddalena de’ Pazzi, Caterina de’ Ricci, Margherita M. Alacoque e Michele de Sanctis.

INEDIA O DIGIUNO PROLUNGATO:

Si tratta di digiuno assoluto per un tempo molto superiore alle forze naturali di sopravvivenza della persona.
Per un’interpretazione del fenomeno, si deve respingere ogni tentativo di spiegazione puramente naturale. Il digiuno, per se stesso, non prova la santità; ricordiamo che si deve pensare anche ad un possibile intervento diabolico.

PRIVAZIONE DEL SONNO:

Si tratta di privazione del sonno o di un riposo molto limitato, inferiore ai limiti normali di sopravvivenza. I casi raccontati sono molti: basti citare Pietro d’Alcantara, il quale confidò di aver dormito per almeno quarant’anni soltanto un’ora e mezzo il giorno; Macario di Alessandria per vent’anni non dormì mai. Rosa da Lima limitava a due ore il tempo concesso al riposo e a volte meno ancora. Caterina de’ Ricci sin da piccola non dormiva che due o tre ore per notte. Dopo i vent’anni e l’inizio della sua vita mistica, con ricorrenti estasi, non dormiva che un’ora per settimana o due o tre ore per mese.
Anche qui, per la spiegazione del fenomeno, stanti le leggi naturali per cui il sonno come l’alimentazione è essenziale alla vita, occorre pensare a qualcosa di soprannaturale. I Santi si sono sforzati sempre di limitare le necessità della vita sensitiva, trovando il tempo per prolungare la loro vita di preghiera. Tra i contemplativi e gli estatici si trovano frequentemente lunghe veglie e astinenze. Forse nella santità raggiunta dalle anime dei Santi si può trovare la sufficiente spiegazione di questo fenomeno: quanto più l’anima si nutre e s’inebria di Dio, tanto meno gusta gli alimenti corporali; quanto più si concentra in Dio tanto meno rimane soggetta al sonno e alla pesantezza della carne. Questo fenomeno può essere dunque inteso come un’anticipazione delle condizioni particolarmente eccelse dei corpi glorificati.

AGILITA’:

Si tratta della traslazione corporale quasi istantanea da un luogo ad un altro anche molto lontano dal primo. Si distingue dalla bilocazione (v. seguente) perché non c’è simultaneità di presenza in entrambi i luoghi, ma solo traslazione da un posto ad un altro. Fra i casi Pietro d’Alcantara, Filippo Neri, Antonio da Padova che fece in una sola notte il viaggio da Padova a Lisbona, ritornando la notte seguente allo stesso modo.
Questo tipo di movimento è connaturale ad un essere puramente spirituale come l’angelo, ma è fisicamente impossibile per un corpo materiale, sebbene alcuni teologi attribuiscano comunemente il dono dell’agilità ad un corpo glorificato. Il fenomeno non deve essere confuso con quelli telecinetici, che riguardano il movimento di un oggetto materiale senza aiuto di un mezzo esterno e secondo la volontà della persona agente. Il fenomeno può essere realizzato per mezzo di una azione diabolica, in quanto il Diavolo, dopo la caduta, conserva comunque tutte le qualità degli spiriti: si può trasferire immediatamente da un posto ad un altro e portare anche con sé un corpo estraneo; in questo caso, non sarà immediata, ma comunque rapidissima. Da un punto di vista soprannaturale, questa comunicazione anticipata dell’agilità dei corpi gloriosi è classificabile fra le grazie “gratis datae” di tipo miracoloso, giacché è manifestamente fuori dell’ordine naturale della grazia santificante, ed è ordinato per sé al bene degli altri. Si nota che sono pochissimi i Santi che hanno goduto di questa grazia.

BILOCAZIONE:

Consiste nella presenza simultanea di una medesima persona in due luoghi diversi. Si sono dati numerosi casi nella vita dei Santi (Francesco d’Assisi, Antonio da Padova, Francesco Saverio, Paolo della Croce, Alfonso de’ Liguori). Rimane uno dei fenomeni più difficili da spiegare in maniera soddisfacente. Charles Richet fa una distinzione fra:

Bilocazione soggettiva:
Si verifica quando la persona ha la sensazione di spostarsi in un luogo differente da quello in cui si trova, mentre il suo corpo rimane dove era in precedenza.

Bilocazione oggettiva:
Si verifica quando si accerta con assoluta sicurezza che la persona si trova fisicamente e contemporaneamente in due luoghi diversi.

LEVITAZIONE:

Consiste nella elevazione spontanea, dal suolo, nel mantenimento e spostamento nell’aria del corpo umano senza appoggio alcuno e senza causa naturale visibile. La levitazione ha, di regola, luogo mentre la persona è in estasi. Si parla di:

Estasi ascensionale:
Quando il sollevamento è piccolo.

Volo estatico:
Se avviene a grande altezza.

Corsa estatica:
Quando la persona si muove velocemente raso terra.

Fra i casi di levitazione abbiamo: Francesco d’Assisi, Domenico di Guzman, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Avila, Maria Maddalena de’ Pazzi, Filippo Neri, Giuseppe da Copertino, Pietro d’Alcantara. Quando il fenomeno si realizza nei Santi ha un’origine evidentemente soprannaturale, benché possa avvenire per intervento diabolico, mentre la semplice natura non può alterare le leggi della gravità, fisse e costanti. Nei Santi, il fenomeno è considerato una partecipazione anticipata del dono di agilità proprio dei corpi gloriosi.

SOTTIGLIEZZA:

Consiste nel passaggio di un corpo attraverso un altro, che suppone la compenetrazione o coesistenza dei due corpi in un medesimo luogo. Questo prodigio si verificò in Gesù, il quale si presentò ai suoi discepoli, dopo la risurrezione, entrando a porte chiuse. Un caso fra i Santi è quello di Raimondo di Peñafort che entrò nel suo convento di Barcellona senza aprire le porte. Gli autori definiscono questo fenomeno come di ordine soprannaturale. Non può essere né naturale, né preternaturale, in quanto la compenetrazione di corpi suppone un miracolo così grande che si può spiegare solo con l’onnipotenza di Dio. La compenetrazione dei corpi costituisce un vero e proprio miracolo, operato da Dio, e non è una semplice e transitoria anticipazione della sottigliezza del corpo glorioso.

LUMINOSITA’:

Consiste in un certo splendore che alle volte i corpi di alcuni irradiano soprattutto durante la contemplazione o l’estasi. Talvolta la luminosità prende la forma di un alone o di una corona che circonda la testa del mistico; in altri casi il volto è raggiante di luce, oppure i raggi di luce provenienti dal mistico illuminano pienamente una stanza. Se il fenomeno è autentico può essere interpretato come l’effetto dell’intima unione con Dio o come un anticipo dello splendore che il corpo assumerà quando sarà glorificato. Esistono, per questo fenomeno, cause diverse: mistica (soprannaturale), naturale e preternaturale (diabolica). Per questo occorre estrema cautela nell’attribuire a doni mistici questo fenomeno.

OSMOGENESIA O PROFUMO SOPRANNATURALE:

Consiste in un certo profumo di fragranza speciale e inusuale che si sprigiona alle volte dal corpo dei Santi, dai sepolcri dove riposano le loro spoglie o in particolari luoghi religiosi. Ne sono esempi: il vescovo Policarpo (156), Simone lo stilita (459), Caterina di Cardoña (1577), Caterina de’ Ricci (1589), Veronica Giuliani (1727) il cui profumo si sprigionava dalle stigmate, Giovanna Maria della Croce (1673), Padre Pio da Pietrelcina (1968). Il fenomeno si verifica talvolta anche in luoghi e situazioni normali; in tali casi si attesta la presenza spirituale di qualche santo glorificato che sta operando per intercessione nei nostri confronti.
L’autenticità del dono dipende dalla vita teologale vissuta dalla persona in questione. Il fenomeno in sé non è spiegabile naturalmente, può avere un’origine preternaturale diabolica, ma nel caso di origine soprannaturale (aromi soavi emanati dai Santi) deve intendersi come una conseguenza dello stato di divinizzazione dell’anima o una comunicazione anticipata delle perfezioni del corpo glorioso.

Fonte: “Mistica.info”

Errori nelle comunità carismatiche

Errori nelle comunità e falsi carismatici

“Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne?” (Gal 3,3)

San Paolo, gran conoscitore delle cose dello Spirito, fa notare che se un individuo non è “spirituale” e si lascia guidare dai criteri di questo mondo, non potrà mai “captare” le ispirazioni dello Spirito (cfr. 1Cor. 2,14). Il Rinnovamento Carismatico è appunto una spiritualità che ci aiuta a captare le ispirazioni dello Spirito.
L’uomo spirituale, uomo di preghiera, meditazione e al contempo di azione (cfr. Marta e Maria del Vangelo), ha, per così dire, delle antenne spirituali, antenne paraboliche; mentre gli altri riescono a captare solo tre canali, egli riesce ad imprigionare più di trenta canali per mezzo dei quali gli arrivano le ispirazioni dello Spirito Santo; perché, generalmente, lo Spirito Santo non ci guida per mezzo di “apparizioni”, bensì di “ispirazioni”, che riescono a captare solamente quelli che stanno in profonda comunione con Dio.
Il peccato, è ampiamente dimostrato, costituisce un “interruttore” potente il quale ostacola che ci arrivi con chiarezza la voce di Dio. Si ascolta, ma come in mezzo a mille interferenze. Quando si commette il peccato, si taglia la comunicazione con Dio, ed il nostro cuore ingannevole segue il suo contorto corso per suo conto e rischio, senza contare sull’illuminazione dello Spirito Santo.
Solamente se siamo “persone spirituali sapremo stare con l’udito attenti alla voce dello Spirito che entra nei cuori di quelli che hanno ben orientato le loro antenne spirituali.
E’ di fondamentale importanza anche sapere come ci guida lo Spirito Santo per poter essere attenti alla Sua voce e non seguire i dettami del cuore umano.
Fu il profeta Geremia che scrisse: “Non c’è niente tanto ingannevole come il cuore umano” (Gr 17,9). Il nostro cuore è corrotto per un difetto di origine che ci gioca cattivi scherzi: il peccato originale.
Solamente se siamo persone spirituali, sapremo stare con l’udito attenti alla voce dello Spirito.
La storia umana è piena di sbagli causati da individui che si lasciarono guidare dal loro cuore ingannatore. Quel cuore che non dorme mai, è il centro di tanta bontà ma nello stesso tempo di interminabile falsità. Il nostro cuore deve essere continuamente purificato ed illuminato. Il nostro subconscio è un pozzo senza fondo; neppure noi stessi sappiamo che cosa abbiamo continuato ad accumulare lì nello spazio di tanti anni. Quelle profondità cavernose devono essere illuminate affinché le tenebre non vincano la luce.
Gesù conosceva quello che c’era nel cuore degli uomini; non volle che fossimo disorientati per le maree alte e basse del nostro cuore ingannevole; per questo motivo prima di lasciarci, ci promise un Intercessore che potesse condurci sempre verso tutta la verità: lo Spirito Santo.
È purtroppo una realtà constatare l’ignoranza che molte persone hanno circa i doni ed i carismi dello Spirito Santo. Alcuni perfino si riferiscono ad essi con un certo disprezzo o indifferenza. Probabilmente la inesatta nozione di questi doni, ha causato lo stagnamento e la fossilizzazione di molte strutture nella nostra Chiesa.
Il Teologo Francis Sullivan, professore nell’Università Gregoriana di Roma, racconta che durante il Concilio Vaticano II lo chiamarono i Vescovi nordamericani per consultarlo circa i carismi dello Spirito Santo; gli chiesero che facesse uno studio su di essi. Sullivan narra che andò in varie biblioteche e potette constatare che il materiale che esisteva circa i doni dello Spirito era lacunoso; in alcuni dizionari non appariva neanche il termine carisma.
E’ anche degna di ricordarsi la polemica che si intavolò durante il Concilio Vaticano II, tra il Cardinale Suenens ed il Cardinale Ruffini, circa i carismi. Il Cardinale Ruffini sosteneva che erano rari ed esistevano in maniera eccezionale. Il Cardinale Suenens, invece, affermava che Dio concedeva i suoi carismi perfino a persone molto semplici.
Da questa discussione scaturì una seria riflessione del Concilio sui doni dello Spirito Santo. Una delle dichiarazioni dice: I fedeli, laici, hanno diritto ed il dovere di usarli, nella Chiesa e nel mondo, per il bene dell’umanità e per l’edificazione della Chiesa (Decreto sull’ apostolato dei laici).
Qualcuno ha scritto che la nostra Chiesa, molte volte, si trova nella povertà benché seduta su una miniera di oro, perché non si dà la dovuta importanza ai doni e carismi -miniera d’oro- che lo Spirito Santo concede alla comunità per la sua edificazione.
Purtroppo si sentono spesso pareri sfavorevoli da parte di molti Sacerdoti in relazione al cammino carismatico. Essi esprimono il proprio dissenso a causa dell’imperfetta conoscenza del fenomeno e dalle cattive testimonianze ricevute da alcuni membri che, presi dal troppo entusiasmo, partiti dallo Spirito e finiti nella carne si esibiscono in scene di fanatismo ed esagerazioni varie.

Sono ora elencati gli errori che più frequentemente si commettono e che creano uno stato di allerta nei pastori della Chiesa che hanno il compito di guidare i fedeli alla sana dottrina. E’ compito di ogni membro del Rinnovamento ad applicarsi per non cadere in essi, anche per non demotivare e scoraggiare i fratelli che vi partecipano:

Emozionalismo: confondere la fede con le emozioni.

Anti intellettualismo e pietismo: pensare che basti la pietà per piacere a Dio senza necessità di istruzione nella fede.

Pseudo gnosticismo: sentirsi conoscitori e detentori dei misteri divini, e dunque persone perfette, grazie alle sole esperienze spirituali ricevute.

Illuminismo: pretendere di essere illuminati e guidati direttamente e solo dall’alto senza ricorrere ad alcun tramite.

Indipendentismo: illudersi di dipendere unicamente dallo Spirito Santo, senza assoggettarsi ad alcuna autorità, rifiutando così il carisma gerarchico della Chiesa.

Immediatismo: pretendere di ottenere tutto attraverso l’intervento divino e miracoloso eliminando qualunque soluzione naturale e senza tener conto della prudenza umana.

Fondamentalismo biblico (bibliomanzia): usare la Bibbia come se fosse un libro magico interpretando i vari testi, scelti al momento in modo casuale, secondo i propri criteri ed applicandoli alla lettera, alle circostanze presenti, senza considerarne l’interpretazione della Chiesa.

Strumentalizzazione biblica: scegliere in maniera del tutto arbitraria determinati passi della Bibbia per indirizzarli a specifiche persone con lo scopo di riprenderli ed ammonirli.

Elitarismo: sentirsi superiori, disprezzare tutto ciò che non è Rinnovamento e criticare coloro che non condividono le stesse idee.

Ghiottoneria pseudo spirituale: alimentare una avidità palesemente umana di esperienze spirituali che non sono altro che esperienze psichiche.

Carismania: ridurre il Rinnovamento ad una mania di carismi che si rivela sempre pericolosa ed errata.

Indifferentismo ecumenico: credere ingenuamente che non esistono differenze di fondo tra i cattolici e le altre espressioni cristiane.

Alienazione: attaccarsi eccessivamente alle cose dello Spirito tanto da estraniarsi dall’urgenza di partecipare alle esigenze sociali cristiane per costruire e migliorare il mondo nel quale viviamo.

E’ molto importante ricordare che la gioia chiassosa, i canti in lingue prolungati, l’euforia, la danza, possono avere anche una vena di falsità, quando non sono l’espressione reale e sincera di un’intensa vita interiore.
A volte anche il ricevimento dei doni carismatici, che sono doni dati per il bene degli altri, può creare l’illusione che siamo molto avanzati nella santità, mentre questa dipende dall’esercizio della fede, della speranza e delle carità e comporta un necessario sforzo di mortificare quotidianamente il vecchio uomo che è in noi. Come ben diceva Padre Pio, “non illudiamoci, la sofferenza è per tutti”, ed è il caso di aggiungere, carismatici e non.

Gli incontri di preghiera carismatica

Gli incontri di preghiera carismatica

“Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo” (At 2,46-47)

Braccia elevate e protese, lodi spontanee e sincere a Gesù, invocazioni ardenti allo Spirito Santo, canti, un suggestivo balbettio che sale di tono per poi dolcemente spegnersi come per incanto; queste sono alcune delle manifestazioni che un osservatore potrà cogliere tutta le volte che si imbatte in gruppo di preghiera del Rinnovamento Carismatico.
Le riunioni di preghiera sono riflesso e proiezione delle riunioni delle prime comunità cristiane, pertanto non rappresentano alcuna novità nella Chiesa. La Chiesa stessa, del resto, nacque proprio durante una riunione di preghiera nel giorno di Pentecoste.
Nel libro degli Atti leggiamo che i primi cristiani erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli dell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (At 2,42). Secondo questa testimonianza, quattro erano gli elementi che caratterizzavano questa comunità ideale.
Perciò, nel Rinnovamento Carismatico, “le riunioni comuni” sono una parte dei suoi elementi caratteristici.
I fratelli che hanno ricevuto l’effusione dello Spirito, come quelli che la desiderano, si riuniscono in assemblee formando una vera “comunione di amore fraterno” sincera e affettuosa, il cui fine è “pregare insieme” e il cui centro è il Signore Gesù, che opera attivamente nella comunità e la presiede.
Il principio attivo che crea questa comunità orante è lo Spirito Santo, dono di Dio e forza dall’alto, che abita nell’assemblea cristiana come in un santuario consacrato (cfr. 1Cor 3,16); e abita in ciascuno dei credenti come nel suo proprio tempio (cfr. 1Cor 6,19).
Abbandonati all’azione dello Spirito e in unione con Cristo, i membri della comunità sono guidati, nella loro qualità di figli di Dio, dallo stesso Spirito che animavi gli Apostoli ed i cristiani dei primi tempi.
Queste riunioni di preghiera ripropongono il modello delle assemblee dei fedeli di Corinto a cui le lettere di Paolo erano indirizzate (cfr. 1Cor 14,26; Col 3,16-17; Ef 5,18-21; ecc.).
Perciò, nelle riunioni di preghiera, i fedeli, sotto l’impulso dello Spirito, innalzano, incessantemente, parole di lode e di ringraziamento al Padre celeste, celebrando il suo amore infinito rivelato nel Suo figlio Gesù, la Sua misericordia illuminata e la Sua bontà incommensurabile.
La riunione di preghiera è una comunità che offre adorazione e glorificazione al suo Dio; infatti la preghiera di lode e di ringraziamento a Dio Padre è posta in primo piano. Il modello di questa preghiera lo troviamo nei Salmi, nei quali l’uomo, estasiato per le meraviglie del creatore, prorompe in canti di adorazione e inni di lode (cfr Es 15,1-13; Dt 32,1-2; Dn 3; Tb 1-10; ecc.).
Durante la lode, l’uomo diviene simile agli Angeli che in cielo cantano incessantemente onori a Dio. Il Signore si abbassa fino a noi misere creature e ci trasporta alle altezze della sua gloria.
La lode attira, su colui che la fa, il grande amore di Dio che si manifesterà con opere concrete e meravigliose. Molti che avevano problemi di salute, familiari, di lavoro, sociali, vizi, dopo aver lodato Dio con sincerità di cuore hanno ricevuto grande pace interiore e, sovente, la soluzione dei loro problemi. La lode provoca la manifestazione della potenza guaritrice e liberatrice di Dio ed è capace di sciogliere da qualsiasi potere malefico che possa dominarci sia esso un influsso negativo, un’ ossessione, un’ oppressione e perfino una fattura.

Un’altra nota caratteristica della preghiera del Rinnovamento è la preghiera di acclamazione, quando nell’assemblea, tutti allo stesso tempo e ognuno per conto suo, alzano spontaneamente la voce per benedire il Signore e lodarlo dicendo: “Lode e gloria a te, Signore Gesù! Benedetto sei Tu! Lode, onore, gloria e potenza a Te! Benedetto è il nome del Signore! A Te l’onore e il potere! A Te la gloria per tutti i secoli! Amen! Alleluia!”.
Anche se la lode e il rendimento di grazie predominano nelle riunioni di preghiera, senza dubbio anche le preghiere di intercessione sono alquanto frequenti. Infatti chiunque nella propria vita ha bisogno di ricorrere al Signore per implorare il suo aiuto e la sua protezione nelle afflizioni, nelle sofferenze, nel dolore e in tante altre necessità. Necessità spirituali o corporali, nei dolori propri o altri, nelle tribolazioni grandi o piccole, o nei dolori fisici o morali.
Gesù aveva promesso ai suoi discepoli che avrebbe fatto qualunque cosa avessero chiesto nel Suo nome: “Se chiederete qualche cosa al Padre mio nel mio nome, Egli ve la darà”. Se, dunque, i discepoli chiederanno al Padre qualcosa nel nome di Gesù, il Padre la concederà perché vedrà in loro non una persona estranea ma il suo stesso figlio Gesù.
L’espressione “nel mio nome” presuppone che il credente faccia le veci di Gesù, che Gesù viva in lui, che fra i due esista una unione tanto stretta da formare un tutt’uno, in tal modo la richiesta del credente diventa la stessa richiesta di Gesù.
Durante la preghiera non mancano frequenti invocazioni allo Spirito Santo, inni e canti in suo onore, lodi e manifestazioni di gratitudine, dopotutto è Lui che opera in ognuno dei fedeli e produce la conoscenza del Padre e di Gesù.
E anche lo stesso Spirito Santo che, abitando nel cuore dei credenti, edifica la comunità mediante le sue ispirazioni carismatiche: ispira un fedele perché glorifichi Dio cantando in lingue; un altro, perché trasmetta un messaggio profetico; un altro ancora affinché manifesti una rivelazione, o perché pronunci parole di scienza o sapienza: (cfr. Cor 12,7-10; 14,26; Col 3,16-17; Ef 5,18b-21).
Lo Spirito Santo è, perciò, l’anima della riunione, unita nell’amore più autentico, del quale Lui stesso è la fonte inesauribile. Possiamo affermare che la preghiera della comunità è opera dello Spirito Santo.

Anche Maria è sempre presente in tutte le riunioni di preghiera e ciò è normale ed è necessario. Infatti così come partecipò intimamente al mistero di Gesù: nell’incarnazione durante la sua vita pubblica, ai piedi della croce e all’effusione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, così perpetua la sua presenza quando si tratta di continuare a costruire il corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. In tali occasioni le si riconosce la sua presenza materna e si sperimenta la sua potente intercessione.
Si constata inoltre che una così forte presenza dello Spirito Santo e di Maria, provoca non di rado la manifestazione degli spiriti maligni che magari da anni ed in maniera silente, tormentavano alcune persone. Le reazioni possono essere quelle già descritte nella sezione relativa all’azione di Satana. Come conseguenza a ciò si verificano spesso liberazioni e guarigioni di ogni tipo, che suggellano in maniera inequivocabili la potente e premurosa assistenza di Dio durante la preghiera.
Le preghiere sono intercalate di tanto in tanto da inni e cantici, a volte pieni di gioia e di allegria, altre volte pieni di unzione e profondità.
Frequenti sono anche i momenti di silenzio profondo intesi ad ascoltare quello che Dio ci rivela nel profondo del cuore. Allo stesso modo, spesso, durante la preghiera, si ascoltano brevi letture dalla Bibbia: ora un salmo, ora un passo evangelico; alcune volte si tratta di un’esortazione apostolica, altre volte di una parola dei profeti.
L’uso frequente della Bibbia e una grande devozione alla Sacra Scrittura è una caratteristica del Rinnovamento Carismatico.
In ogni riunione di preghiera che, normalmente dura circa due ore, vi è inserito anche uno spazio di tempo dedicato ad un insegnamento progressivo che, generalmente, viene dato da chi presiede la preghiera. Mediante questa comunicazione della parola autorizzata, la comunità si edifica, cresce e si sviluppa.
Un altro elemento che completa la preghiera è la narrazione semplice e spontanea di esperienze individuali. Rendere partecipi gli altri, mediante una testimonianza personale, delle meraviglie che il Padre celeste, il Signore Gesù e lo Spirito Santo hanno operato in noi o nei nostri fratelli nella fede, ed è sempre motivo di solida edificazione spirituale.
Però, la riunione di preghiera raggiunge il suo apice e la sua espressione più perfetta, nella celebrazione della Santa Messa. Infatti, durante la cena Eucaristica, grazie alle parole Questo è il mio Corpo…questo è il mio Sangue… che Gesù ordinò di ripetere in sua memoria, sappiamo, che per mezzo della fede, che Gesù si fa presente in mezzo a noi realmente e sostanzialmente.
Partecipando alla comunione, di questo Corpo e di questo Sangue, si è partecipi di una comunione più perfetta con Gesù e, per mezzo suo con il Padre e lo Spirito Santo, e allora che ci viene comunicata la pienezza della Sua vita divina come Gesù stesso affermò (cfr. Gv 6,54-57).
Perciò, nel Rinnovamento nello Spirito, le riunioni di preghiera sono un mezzo di notevole efficacia per camminare nello Spirito; la comunità cristiana, nata dal soffio dello Spirito, va crescendo e maturando a poco a poco sotto l’influsso dello Spirito divino.

Durante le riunioni si svolgono generalmente i seguenti punti:

– Preghiere di lode e acclamazione al Signore (fatta da tutti assieme e molto frequentemente);
– preghiere (spontanee e generali);
– preghiere di intercessione (richiesta di grazie per se stessi o per gli altri);
– inni e canti (alternando fra “allegri” o più “soavi” secondo l’ispirazione dello Spirito).
– il dono delle lingue (che può essere usato sotto forma di canto o di preghiera);
– le profezie (che possono essere formulate a parole o in lingue);
– l’insegnamento (dato da chi ne ha il dono riconosciuto);
– momenti di silenzio (da farsi spesso per ottenere un contatto intimo e profondo con Cristo che è realmente presente);
– letture tratte dalla Bibbia;
– testimonianze (racconto di un esperienza della propria vita in cui si è particolarmente manifestata la potenza di Dio);
– l’Eucarestia (se possibile).

Affinché le riunioni producano frutto è necessario:

– parteciparvi assiduamente;
– che esse siano espressioni di comunione di sincero amore fraterno;
– che l’anima e il principio attivo sia lo Spirito Santo (i partecipanti non si affannino per voler entusiasmare gli altri con sforzi personali, ma implorino lo Spirito Santo affinché animi la comunità con il suo ardore);
– che il centro delle riunioni sia Cristo Gesù (il ruolo del responsabile è di iniziare, terminare e assicurare che tutto proceda con ordine. Egli si guardi bene dal manipolare il gruppo come se fosse cosa sua).
– che sia di una conveniente durata (non superiore alle due ore ne inferiore ad un’ora).

E’ bene inoltre ricordarsi di alcuni aspetti:

1. Lo Spirito di Dio ha creato dal nulla ogni cosa che esiste, dando a ciascuna delle varietà tali da non trovarne due uguali (ciò ci suggerisce la libertà, la grandezza e la totale indefinibilità di Dio).
Nonostante l’originalità della creazione, ogni cosa ha qualche attinenza con la propria specie: l’essenza. Tutti gli uomini hanno un naso ma nessun naso è uguale ad un altro; tutti hanno le dita ma non esistono due impronte digitali uguali. Dio è infinito.
Questa infinità di Dio, che si vede nelle cose naturali, si percepisce ancora di più nelle cose spirituali. Pertanto non si troverà, nell’ambito del Rinnovamento Carismatico, un gruppo uguale ad un altro eccetto che nell’essenza. Dunque tutti i gruppi di preghiera del Rinnovamento Carismatico, nonostante la varietà dei carismi e la libertà dello Spirito, devono rispettare un determinato “scheletro” che li identifichi come tali.
Così nei gruppi di preghiera i segni esteriori possono essere innumerevoli e diversi (a volte possono sembrare anche strani), ma lo Spirito è unico ed è lo stesso, il Signore (cfr. 1Cor 12,4-6).

2. Se in un certo senso abbiamo “paura” dei doni spirituali, è perché, solitamente, non riusciamo a capire il piano di Dio che, in sintesi, si può esprimere così: “Egli vuole formare il suo popolo” e per questo ci chiama e ci riunisce. Noi siamo solo collaboratori della sua opera, strumenti della sua potenza.
La manifestazione dei carismi, rara o frequente che sia, può essere considerata come il progetto di Dio che sta formando ed edificando il suo popolo. Il rifiuto dei doni, di tutti o solo di alcuni, è un voler quasi respingere, anche con le intenzioni migliori, la manifestazione della potenza Dio.
La presenza dello Spirito in una comunità, permette a questa di manifestare tutta l’immensa ricchezza di carismi che sono il corredo di ogni battezzato. Certamente ciò comporta anche dei rischi ed alcuni se ne preoccupano, spesso, eccessivamente. È bene ricordare che, proprio perché la costruzione della Chiesa continui a realizzarsi in maniera “bene ordinata”, lo Spirito concede, ad alcuni fratelli o sorelle, il carisma del discernimento degli spiriti, perché ogni cosa “sia esaminata e si ritenga ciò che è buono” (1Tm 5,21).
Il timore eccessivo, talvolta, sopprime i doni ed estingue lo Spirito.

3. La gioia, a volte esplosiva, a volte pacata e profonda, è un’ altra delle note distintive delle riunioni di preghiera. Sicuramente esistono momenti di solennità e di tranquillità ma mai aleggia la tristezza.
I canti, le lodi e perfino il silenzio possono ritenersi quali espressioni di esultanza e di allegria.
È comprensibile che, chi prende parte per la prima volta a tali incontri, possa essere sorpreso di fronte a queste manifestazioni di allegria. Essi, tuttavia, non avranno mai l’impressione che stia regnando la noia.
Questo particolare stato d’animo, è bene sottolinearlo, non è dato da una forma di esaltazione collettiva, è piuttosto l’allegria quale frutto della presenza dello Spirito. Si tratta di una serena, pura giocondità che dà tono e clima a tutto l’incontro di preghiera ed alle relazioni fraterne.
Alcuni, per lo più coloro non hanno mai frequentato alcun gruppo di preghiera o se lo hanno fatto non hanno voluto deporre prima ogni forma di prevenzione, trovano nelle manifestazioni di gioia un ampio campo di critica. Essi parlano di emozionalismo, isterismo e fanatismo collettivo. Una cosa sono questi tre stati psicologici ed altro invece è il clima di gioia, pace, serenità che si può ampiamente e concretamente riscontrare nei gruppi di preghiera del Rinnovamento. Talvolta, in particolari circostanze, si potrebbe anche passare dallo Spirito alla carne e dunque parlare di una certa esuberanza, ma questi casi sono da analizzarsi singolarmente e da attribuirsi al mancato “polso” del responsabile. Non deve mai mancare il necessario discernimento in ogni manifestazione.
Chi crede che tale gioia possa essere causata dai canti, dal battere delle mani o da qualsiasi altro fattore emotivo, cade in errore; quella gioia è solo esteriore e non può durare, fa sì che molte persone, partecipando ad un gruppo di preghiera, in esso e con i membri del gruppo siano allegre e contente, ma poi, al di fuori e con i propri familiari, sono aride e tristi. Chi possiede la vera gioia non si comporta così.
La vera gioia è quella che, come afferma il Manzoni, “il mondo irride ma rapir non può”. Non può essere “rapita” perché è scolpita nell’intimo dell’uomo e vi si scolpisce nel contatto reale che si ha con Dio.
Per un cristiano la gioia è parte integrante della. fede. È la manifestazione estrinseca dell’intrinseca unione con Dio.
Per questo S. Paolo, rivolgendosi ai Tessalonicesi, esorta: Siate sempre allegri (cfr. 1Ts 5,16). Ancora, con più forza ed insistenza, rivolge la stessa esortazione ai Filippesi: Siate sempre lieti nel Signore (Fil 4,3); qui specifica che la gioia deve essere solo nel Signore e non su altri fattori. Per dare enfasi e forza alla sua esortazione ripete: Siate lieti. È necessario, per S. Paolo, che un cristiano possegga la gioia, essendo essa, un frutto dello Spirito Santo (cfr. Gal 5,22).
Molti pensano e sostengono che la gioia debba essere interna e personale. S. Paolo non condivide questa idea ed esplicitamente asserisce: La vostra letizia sia nota a tutti gli uomini (Fil 4,5).
Tanto è importante la gioia in un cammino spirituale che, Gesù stesso, ha voluto sottolinearne la presenza con parole veramente singolari: Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (Gv 15,11).

4. Può accadere che, durante il corso della riunione, si avvertano all’improvviso, senza un motivo apparentemente plausibile, sensazioni di tristezza, turbamento, freddezza e apprensione.
In alcune rare circostanze, la sensazione di freddezza, può anche dipendere da colui che guida la preghiera ma, nella maggioranza dei casi, ciò è da escludere.
In alcuni casi, il senso di “malessere”, è causato da motivi strettamente personali di disagio fisico o spirituale. Se avremo cura di esaminarci sinceramente, nella grande maggioranza dei casi, ci accorgeremo che siamo bloccati solo da noi stessi per un vecchio rancore che affiora all’improvviso, una distrazione che abbiamo assecondato, un problema della vita quotidiana che non siamo riusciti a mettere da parte durante la preghiera, un banale mal di testa e così via.
In altri casi, questo disagio può anche derivare da una o più persone inserite nel gruppo e, ipotesi da non scartare alla leggera, persino da persone che vivono ed operano al di fuori del gruppo ma che sono unite a noi spiritualmente.
Tutti noi credenti siamo parte dell’unico corpo mistico di Cristo e tutti siamo in comunione tra di noi formando così, la comunione dei Santi (cfr 1Cor 12,12-26).
Se camminando, urto con il piede una pietra fratturandomi un dito, il dolore non resta solo nel punto colpito ma, essendo il piede parte del corpo, si propaga per tutto il nostro essere. Ancora: se con un martello, invece di battere un chiodo colpisco un dito della mia mano, il dolore si ripercuote per tutto il corpo. Se un membro si infetta, prima o poi ne sarà contagiato tutto il corpo…
Nell’ambito del Corpo mistico: se un fratello è malato spiritualmente ne risentirà nella mente e nel cuore coinvolgendo, nella stessa malattia, la mente ed il cuore degli altri. È un influsso negativo che parte da questo fratello e raggiunge i diversi membri.
Nel corpo fisico sappiamo che, quando un organo si ammala, influisce su tutto l’organismo, pertanto, gli organi sani non restano passivi all’evento ma a cominciare dalla mente, tutti collaborano per curare quello malato.
La mente pensa di chiamare il dottore o di prendere questa o quella medicina, la mano porta la medicina alla bocca, la bocca la mastica e la ingerisce, lo stomaco la digerisce ecc. In un certo senso questo si verifica anche nel Corpo mistico.
Lo Spirito percepisce l’infermità spirituale di un fratello membro del Corpo; per ottenerne la guarigione comunica il malessere ai diversi membri che più gli sono vicini affinché questi si attivino per soccorrere e curare il membro malato.
Avverto, improvvisamente, turbamento ed apprensione: questo mi dice che qualche battaglia, più crudele e più decisiva, si sta svolgendo nelle anime. Forse qualcuno ha tradito il Signore, qualche anima è stata strappata da Gesù ed agonizza nel peccato.
Mi sento freddo, stordito, assonnato, legato nelle mie facoltà, come imbavagliato e impedito di pregare, mi sembra superfluo sforzarmi. Questo può significare che qualcuno dei miei fratelli è assediato e assalito dal nemico ed altri demoni mi impediscono di soccorrerlo.
Così possiamo percepire lo stato d’animo e le tentazioni di alcuni fratelli o dell’intero gruppo, o addirittura, la presenza di malefici o fatture nelle case o sulle persone.
Come per il corpo si ricorre al medico per recuperare la salute, così per lo spirito è necessario ricorrere al medico divino, Gesù, per ottenere la guarigione spirituale.
Dobbiamo evitare che la nostra mente cerchi di individuare chi possa essere la causa e finire per giudicare i nostri fratelli. Sta scritto: Non giudicare per non essere giudicato (Mt 7,1).
Dobbiamo piuttosto stimare il fratello anche quando è nel peccato o sotto l’influsso delle tentazioni perché egli è un possibile santo futuro (cfr. Mt 21,31).
Per grazia di Dio, le sensazioni negative sono piuttosto rare. Più frequenti, invece, sono stati d’animo e sensazioni completamente opposte che si manifestano con ondate di gioia contagiosa. Sono sensazioni che ci rasserenano, ci esaltano, ci infervorano gratificando il nostro cuore con una dolcezza indescrivibile. La gioia è prodotta dalla consapevolezza e realizzazione di essere, grazie alla comunione dei Santi, partecipi del giubilo di tante anime che cantano vittoria e del canto degli Angeli che esultano in Dio.

Fonte: “Rinnovamento Cristiano nello Spirito Santo”, P. Michele Vassallo S.D.V., Edizioni San Michele

I laici e i carismi

I laici ed i carismi

“A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,7)

Lo Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il popolo di Dio e lo guida e lo adorna di virtù, ma distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a Lui (1Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere e uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio (1Cor 12,7). E questi carismi, straordinari o anche più semplici e più comuni, siccome sono soprattutto adattati e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione.
I doni straordinari però non si devono chiedere imprudentemente, né con presunzione si devono da essi sperare i frutti dei lavori apostolici; ma il giudizio sulla loro genuinità e ordinato uso appartiene all’autorità ecclesiastica, alla quale spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cfr. 1Ts 5,12 e 19-21) ( LG 12).
Gesù Cristo chiama alla propagazione della fede tutti coloro che sono disposti ad intraprendere l’opera missionaria. E così, come chiama Sacerdoti e religiosi, chiama anche laici affinché siano ministri del Vangelo e distribuisce i carismi ad ognuno di essi come vuole per l’utilità comune (AG 23).
Come raccomandazione per i Sacerdoti la Chiesa dice: Riconoscano e promuovano i presbiteri la dignità dei laici e la parte propria che corrisponde a questi nella missione della Chiesa. Onorino anche attentamente la giusta libertà che a tutti compete nella città terrestre. Ascoltino di buon grado i laici, considerando fraternamente i loro desideri e riconoscendo la loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, affinché, unanimemente con essi, possano conoscere i segni dei tempi. Esaminando se gli spiriti sono di Dio, scoprano con senso di fede, riconoscano con godimento e fomentino con diligenza i multiformi carismi dei laici, tanto i più umili quanto i più alti (PO 9). Non estinguete lo Spirito; non disprezzate le profezie; esaminate tutto e tenete il buono (1Ts 5,19-21).
I cristiani hanno doni differenti. Per ciò devono collaborare nel Vangelo ognuno secondo la sua possibilità, facoltà, carisma e ministero (AG 28). È l’invito che ci fa la Sacra Scrittura: Perciò, poiché aspirate ai doni spirituali, cercate di abbondare di essi per l’edificazione dell’assemblea (1Cor 14,12).

Riguardo ai fondamenti dell’ apostolato dei laici, ecco riportata la dottrina ufficiale del Magistero contenuta nel decreto Apostolicam Actuositatem, postulato in seguito al Concilio Vaticano II:

3. Ai laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo capo. Infatti, inseriti nel Corpo Mistico di Cristo per mezzo del Battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito Santo per mezzo della Cresima, sono deputati dal Signore stesso all’ apostolato. Vengono consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa (cfr. 1Pt 2,4-10), onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e testimoniare dappertutto il Cristo. Inoltre con i sacramenti, soprattutto con quello dell’Eucaristia, viene comunicata e alimentata quella carità che è come l’anima di tutto l’apostolato.
L’apostolato si esercita nella fede, nella speranza e nella carità: virtù che lo Spirito Santo diffonde nel cuore di tutti i membri della Chiesa. Anzi, In forza del precetto della carità, che è il più grande comando del Signore, ogni cristiano è sollecitato a procurare la gloria di Dio con l’avvento del suo regno e la vita eterna a tutti gli uomini: perché conoscano l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo (cfr. Gv 17,3).
A tutti i cristiani quindi è imposto il nobile impegno di lavorare affinché il divino messaggio della salvezza sia conosciuto e accettato da tutti gli uomini, su tutta la terra.
Per l’esercizio di tale apostolato lo Spirito Santo, che già opera la santificazione del popolo di Dio per mezzo del ministero e dei sacramenti, elargisce al fedeli anche dei doni particolari (1Cor 12,7) “distribuendoli a ciascuno come vuole” (1Cor 12,11), affinché mettendo ciascuno a servizio degli altri il suo dono al fine per cui lo ha ricevuto, contribuiscano anch’essi come buoni dispensatori delle diverse grazie ricevute da Dio” (1Pt 4,10) alla edificazione di tutto il corpo nella carità (cfr. Ef 4,16).
Dall’aver ricevuto questi carismi anche i più semplici, sorge per ogni credente il diritto e il dovere di esercitarli per il bene degli uomini e a edificazione della Chiesa, sia nella Chiesa stessa che nel mondo, con la libertà dello Spirito, il quale “spira dove vuole” (Gv 3,8) e al tempo stesso nella comunione con i fratelli in Cristo, soprattutto con i propri pastori che hanno il compito di giudicare sulla loro genuinità e uso ordinato, non certo per estinguere lo Spirito ma per esaminare tutto e ritenere ciò che è buono. (cfr. 1Tes 5,12.19-21) (AA 3).

Dopo aver letto questo testo ufficiale della Chiesa, appare chiaro che qualunque persona (religioso o secolare) non accetti l’esistenza dei carismi e l’esercizio degli stessi anche da parte dei laici (previa verifica da parte dell’autorità ecclesiastica), si pone apertamente in contrasto con la dottrina ufficiale della Chiesa e con la Parola di Dio.

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica conferma:

799. Straordinari o semplici e umili, i carismi sono grazie dello Spirito Santo che, direttamente o indirettamente, hanno un’utilità ecclesiale, ordinati come sono all’edificazione della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessità del mondo.
800. I carismi devono essere accolti con riconoscenza non soltanto da chi li riceve, ma anche da tutti i membri della Chiesa. Infatti sono una meravigliosa ricchezza di grazia per la vitalità apostolica e per la santità di tutto il Corpo di Cristo, purché si tratti di doni che provengono veramente dallo Spirito Santo e siano esercitati in modo pienamente conforme agli autentici impulsi dello stesso Spirito, cioè secondo la carità, vera misura dei carismi.
801. è in questo senso che si dimostra sempre necessario il discernimento dei carismi. Nessun carisma dispensa dal riferirsi e sottomettersi ai Pastori della Chiesa: «ai quali spetta specialmente, non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono», affinché tutti i carismi, nella loro diversità e complementarietà, cooperino all’utilità comune” (CCC 799-801).

Descrizione dei carismi

Descrizione dei carismi

“A uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue” (1Cor 12,8-10)

Come approfondimento di quanto riportato nella sezione Doni straordinari dello Spirito, segue un breve approfondimento sui carismi più comuni conferiti per il bene comune e per l’edificazione del popolo di Dio. Saranno descritti sia alcuni carismi “in senso stretto” che altri intesi “in senso largo”, come già differenziato nella sezione suddetta.

CARISMI LEGATI ALLA PREGHIERA:
parlare in lingue d’angeli (glossolalia);
parlare in lingue di uomini non conosciute dal soggetto (xenolalia);
cantare in lingue d’angeli;

CARISMI LEGATI ALL’EVANGELIZZAZIONE:
apostolato;
profezia;
interpretazione delle lingue;
insegnamento;
miracoli;

CARISMI LEGATI ALL’ESERCIZIO DELLA CARITA’:
– intercessione;
guarigione;
fede;
– assistenza;
governo;

CARISMI LEGATI ALLA COGNIZIONE SPIRITUALE:
discernimento degli spiriti;
parola di conoscenza;
parola di sapienza.

Il dono delle lingue

E’ un carisma che lo Spirito Santo conferisce per l’edificazione personale (cfr. 1Cor 14,4).
Chi parla in lingue emette suoni che non si intendono (nel caso della GLOSSOLALIA), il suo messaggio è incomprensibile (cfr. v. 2.9); però, sotto l’impulso dello Spirito, sta parlando con Dio e dicendo cose misteriose (cfr. v. 2).
Quando uno prega in lingue, è il suo spirito che prega, non la sua mente (cfr. v. 14) e, sotto la guida dello Spirito, sta benedicendo Dio e donandogli eccellentemente grazie (cfr. vv. 16-17). Appartiene a questo dono anche il cosiddetto “canto in lingue” (cantare in lingue d’angeli), che non è altro che un canto melodico ed aconcettuale che tutti gli oranti intonano all’unisono durante la preghiera. Questo tipo di canto può essere paragonato al canto degli angeli che stanno sempre al cospetto di Dio per lodarlo ed adorarlo. La presenza e l’azione dello Spirito, uniforma e guida il canto del singolo per ottenere una melodia globale veramente sorprendente ed affascinante.
Esiste poi il caso in cui la preghiera avviene in una lingua reale ma sconosciuta e mai appresa dal soggetto orante (è il caso della XENOLALIA o XENOGLOSSIA). In questo caso possono manifestarsi linguaggi remoti (aramaico, ebraico antico, siriaco, latino, ecc.), oppure lingue correnti di qualunque paese.
Colui che riceve un messaggio profetico in lingue, può farlo a voce alta, se è presente qualcuno in grado di interpretarlo (come ad esempio nelle grandi riunioni di preghiera), altrimenti, preghi in silenzio con se stesso e con Dio (cfr. v. 28). Affinché la sua orazione o il suo messaggio edifichi la comunità, è bene che chieda il dono di interpretazione (cfr. v. 13).
A proposito del dono delle lingue è utile ricordare quel testo della lettera ai Romani:
Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio (Rm 8,26-27).
Da tutto ciò si deduce che il dono delle lingue è, prima di tutto, un “dono di orazione”. Il carismatico è mosso dallo Spirito Santo ad entrare in comunicazione personale con Dio, per lodarlo e benedirlo e per dargli grazie in un modo eccellente. Risulta molto utile anche per pregare sugli altri, affinché sia lo Spirito stesso a domandare ed al contempo concedere le grazie che ritiene più opportune per il beneficiario della preghiera (intercessione, guarigione, liberazione, ecc.)
Può accadere, però, che il carismatico si senta ispirato a comunicare un messaggio “in lingue” all’assemblea riunita in preghiera. A questo proposito sorge un problema, perché il glossologo (colui che parla in lingue) emette suoni che non si capiscono e il suo linguaggio è pertanto incomprensibile.
Quindi, in questa situazione concreta -insegna Paolo- sono preferibili, per l’edificazione della comunità, le parole chiare di chi ha il dono di profezia e non i suoni incomprensibili del glossologo. Per questo l’Apostolo dice: Grazie a Dio, io parlo con il dono delle lingue molto più di tutti voi; ma in assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue (1Cor 14,18-19).
E più avanti, nei vv. 23-25, Paolo consiglia che quando “si riunisce tutta la Chiesa”, è meglio profetizzare che parlare in lingue, poiché con la profezia, che è un discorso comprensibile, anche gli infedeli o i non iniziati che entrano e ascoltano, saranno toccati nel loro cuore e prostrandosi, adoreranno Dio esclamando: veramente sta Dio in mezzo a loro.

Il dono della profezia

Profezia non vuol dire necessariamente predizione del futuro, ma in genere si tratta di un messaggio di esortazione, d’incoraggiamento che Gesù vuole comunicare all’assemblea, o a qualche presente con problemi particolari che lo tengono in ansia.
Spesso accade che uno del gruppo si sente spinto a dire delle parole che non vengono dalla mente (non sono pensieri formulati precedentemente), ma delle frasi che gli piovono sulla lingua non si sa da dove. Vengono ad una ad una: man mano che il soggetto pronunzia a voce alta la prima, riceve la seconda, e così di seguito; ma in partenza egli non sa che cosa vuole dire, lo saprà solo alla fine quando avrà detto tutto il messaggio. Perciò è necessaria anche una buona dose di fede e coraggio.
La “profezia” è in definitiva un carisma in virtù del quale la persona inspirata, (uomo o donna cfr. 1Cor. 11,5), in nome di Dio e mossa dallo Spirito, parla all’assemblea per edificarla, esortarla ed animarla (v.3).
E’ un carisma che serve per edificare la Chiesa e, pertanto, è un dono per Il bene comune (v.4b).
La profezia serve, inoltre, per rivelare il mistero del disegno salvifico di Dio (cfr. Ef 3,5), manifestare la sua volontà nelle circostanze presenti e svelare i sentimenti più profondi del cuore per svegliare l’adorazione a Dio e riconoscere la sua presenza divina nella comunità (cfr. vv.24-25).
Qualche volta, il profeta riceve anche una luce particolare e predice il futuro (cfr. At 11,28; 21,11).
In altri casi la profezia viene comunicata ai presenti in una lingua sconosciuta (profezia in lingue). In questo caso l’assemblea attende in silenzio che lo Spirito Santo dia a qualcuno il dono dell’interpretazione. Dopo poco infatti qualcuno ottiene la grazia di decifrare il messaggio nella lingua che tutti conoscono.
Accade anche spesso che a qualcuno viene rivelato lo stato d’animo di qualche persona presente nel gruppo, o qualche situazione anormale. Egli comunica a voce alta all’assemblea quanto lo Spirito gli rivela senza che sappia a chi sono dirette le sue parole. I destinatari si riconoscono inequivocabilmente come i soggetti del discorso.
Per il dono di profezia Paolo ci ricorda che: “Se uno di quelli che sono seduti riceve una rivelazione, il primo taccia” (1Cor 14,30).
Perché, spiega Paolo, tutti infatti potete profetare, uno alla volta, perché tutti possano imparare ad essere esortati. Ma le ispirazioni dei profeti devono essere sottomesse ai profeti, perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace (1Cor 14,31-33).
In altre parole, l’autentico profeta, sotto l’impulso dello Spirito, non perde né il controllo di se né la sua libertà e può regolare l’esercizio del suo carisma.
Queste avvertenze dell’Apostolo sono decisive per giudicare l’autenticità dei carismi e per dare una regola al loro uso nelle riunioni di preghiera. Se qualcuno viola l’ordine dell’assemblea o non ubbidisce a chi la presiede sotto il pretesto di essere ispirato, il suo carisma non è autentico, non si tratta di un dono di Dio.
Nei versetti 37-38 parla dell’autorità apostolica: Chi ritiene di essere profeta o dotato di doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto scrivo è comandato del Signore; se qualcuno non lo riconosce neppure lui è riconosciuto.
L’Apostolo è il rappresentante del Signore e opera nel suo nome. Il “carismatico”, se è mosso veramente dallo Spirito, sa obbedire. L’obbedienza è il segnale di un carisma autentico.
Se colui che si crede ispirato non obbedisce, i suoi carismi sono una pura illusione; per di più, “non è riconosciuto da Dio”.
Paolo conclude alludendo nuovamente ai carismi della profezia e delle lingue e sintetizza il suo insegnamento nel modo seguente: Dunque, fratelli miei, aspirate alla profezia e, quando al parlare con il dono delle lingue, non impeditelo. Ma tutto avvenga decorosamente e con ordine (1Cor 14,39-40).

Il dono dell’interpretazione delle lingue

Questo si manifesta in concomitanza con i messaggi in lingue di varia natura (profezie, parole di conoscenza, esortazioni, ecc.), che lo Spirito comunica all’assemblea.
Gesù, insieme al messaggio diretto alla comunità o al singolo, fornisce anche l’interpretazione della lingua o del canto utilizzato.
L’interpretazione non è la traduzione letterale del messaggio in quanto serve solo a dare il senso, per evitare di soffermarsi sugli aspetti linguistici e lessicali della lingua utilizzata
Il dono dell’interpretazione può essere dato alla stessa persona che ha riferito il messaggio in lingue, come ad un’altra o più di una. In quest’ultimo caso è sorprendente vedere come uno si ferma all’improvviso, senza neanche aver terminato il periodo e l’altro attacca dove era rimasto il primo.
Succede anche che, negli incontri di preghiera dove ci sono cattolici e protestanti insieme, questi ultimi ricevano l’interpretazione di messaggi contrari alla loro teologia, come per esempio, inni di lode alla verginità di Maria o al suo immacolato concepimento.
A proposito del dono di interpretazione Paolo ci suggerisce: Chi parla in lingue preghi per avere il dono di saperle interpretare (1Cor 14,13).

Il dono delle guarigioni

Per quanto riguarda questo carisma fare riferimento anche a quanto descritto nelle sezioni relative alla Liberazione e alla Guarigione.
In più è necessario dire che, sebbene Dio abbia dato la facoltà ad ogni cristiano pieno di fede di guarire i malati, esistono tuttavia delle persone che sono state scelte in maniera particolare come mezzo di guarigione. Costoro vengono infatti utilizzati da Dio come un canale di trasmissione della potenza guaritrice dello Spirito Santo. Ecco che, chi ha ricevuto questo dono, sente l’invito e la necessità di pregare per una specifica persona mediante:

– divina ispirazione che indirizza verso il soggetto (anche in mezzo ad un’assemblea molto numerosa);
– forte ed irresistibile senso di calore alle mani (che termina solo dopo la preghiera fatta sul malato);
– improvviso dolore in una specifica parte del corpo quando si è in prossimità del malato (Dio permette così di individuare la zona malata);
– visualizzazione mentale della malattia o handicap per il quale pregare.

L’imposizione delle mani sul malato aumenta le probabilità di guarigione dello stesso, come ci attesta Gesù nel Vangelo (Mc 16,17-18).
La guarigione è spesso accompagnata dalla proclamazione dell’evento da parte di qualche persona che in quel momento è investita dallo Spirito Santo. Durante le grandi preghiere carismatiche si sente sovente pronunciare frasi di questo tipo: “il Signore sta guarendo una persona che da anni era inferma sulla sedia a rotelle, essa avvertirà un formicolio ed un calore alle gambe dopodiché potrà alzarsi e camminare…”
Intenso calore e formicolio sono infatti i sintomi più comuni che annunciano l’azione sanante e vivificante di Gesù nell’assemblea.
All’interno del dono di guarigione possiamo comprendere anche quello di liberazione dagli influssi diabolici, che costituisce di fatto una sorta di guarigione spirituale.
Ecco che questi fratelli con la semplice imposizione delle mani sull’oppresso scatenano forti reazioni da parte degli spiriti maligni che si sentono toccati e allontanati dal potente tocco dello Spirito Santo. Non sono infrequenti fenomeni quali: cambi di voce, urla, aggressività, bestemmie, vomito, perdita di sensi, ecc.
Chi possiede un autentico dono di liberazione può avere più autorità e potere sui demoni dell’esorcista stesso.
Le preghiere utilizzate, sia nel caso della guarigione che della liberazione, possono essere tradizionali, spontanee oppure in lingue.

Il dono dei miracoli

Questo tipo di dono si estende agli eventi al di fuori della vita personale e delle leggi del creato.
San Paolo nel fare la lista dei carismi, include anche questo, però non lo considera come il più grande, ma come uno dei tanti, comunissimo, come gli altri, presso i cristiani di Corinto (1Cor 12,4-11).
Oggi esso è invece considerato una cosa rarissima e pressoché scomparsa o impossibile. Anche fra i credenti esiste una sorta di riserva nei confronti di un evento che è facilmente accettabile nel Vangelo e nella vita di qualche santo, ma non nella vita di qualche vicino di casa che potrebbe tuttavia aver ricevuto questo dono.
Eppure la convinta e coraggiosa predicazione del Vangelo da parte di molti è stata spesso accompagnata da forti conferme e manifestazioni da parte di Dio. Sono infatti documentati episodi di persone che hanno attraversato a piedi asciutti dei fiumi profondi, che hanno moltiplicato il pane, che hanno cambiato l’acqua in vino, e che hanno perfino resuscitato morti.
Il problema legato allo scetticismo nei confronti della possibilità di fare miracoli, è legato al fatto che spesso consideriamo la Bibbia come una storia sulla potenza di Dio, senza considerare il fatto che questa potenza possiamo riceverla e viverla anche noi in prima persona se crediamo fermamente in Gesù (cfr. Gv 14,12; Mt 17,20; Mc 9,23).
Rispetto al passato, il dono dei miracoli è diventato più raro anche perché abbiamo perso il senso del soprannaturale e siamo stati sopraffatti dal materialismo e dall’attaccamento a ciò che è puramente e naturalmente visibile. Infatti, se a livello della vita naturale il miracolo può sembrare un evento eccezionale, visto nel piano soprannaturale, appare come un elemento normale ed essenziale.
Gli Apostoli presero alla lettera le parole e le promesse di Gesù e fecero i miracoli come Lui e più di Lui. Negli Atti si legge infatti che la stessa ombra di Pietro guariva gli ammalati, il che, nei Vangeli, non si dice di Gesù.
I cristiani di oggi hanno paura di prendere sul serio le promesse di Gesù; esse suonano troppo strane ed irreali alla loro mentalità. Stentano ad ammettere ogni eccezione o sospensione delle leggi della natura. Dovremmo invece ricordarci che le promesse di Gesù riportate nel Vangelo non sono soltanto parole.

Il dono della fede

La fede può essere presente in una persona come virtù o come carisma.
Nel primo caso si tratta dell’adesione alle verità rivelate da Dio, per la solo fiducia in Colui che ce le ha rivelate. Senza alcuno sforzo, quasi istintivamente, si vedono tutti gli avvenimenti della vita alla luce di Dio senza sentirsi influenzati dai giudizi mondani, dalle credenze o dalle dicerie della società. Questo è già di per sé un grande dono poiché porta il credente ad indirizzare la propria vita verso la sfera divina e soprannaturale, senza la necessità di vedere Dio stesso.
Fede significa anche fiducia alle promesse di Cristo ed abbandono totale a Dio ed alla sua provvidenza.
Dio ha preparato un piano per ciascuno di noi; non dobbiamo pianificare la nostra vita, ma semplicemente scoprire questo piano ottimale, accettandolo e cooperando con tutte le nostre forze alla sua attuazione. Il Signore non ce lo mostra tutto dal principio, perché vuole che viviamo di fede. Il bambino che va in auto con suo padre non conosce la destinazione, ma è tranquillo e fiducioso perché si fida di lui che non lo porterà in un luogo cattivo. Dunque l’indicatore della nostra santità è la fede.
La norma di vita alla quale ognuno di noi dovrebbe aderire è contenuta in un brano di Matteo:

Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,25-33).

Dovremmo imparare a credere contro l’incredibile, anche quando tutte le circostanze vanno contro questo atto di fede, senza chiederci in quale modo il Signore potrà venirci incontro, sapendo che le Sue vie sono diverse dalle nostre, misteriose ed imprevedibili.
La virtù della fede, comune a tutti i cristiani in diversa misura, differisce dal dono della fede menzionata da Paolo: Ad un altro è dato il dono della fede (1Cor 12,9).
Quest’ultimo infatti è un dono soprannaturale dello Spirito Santo che viene dato in circostanze particolari per compiere le opere di Dio. In pratica, l’uomo avverte in se stesso, con assoluta certezza, che il Signore per mezzo suo sta per operare un prodigio. Questa rivelazione interiore lo spinge ad agire con risolutezza, anche contro le circostanza contrarie che sono intorno a lui, come se egli vedesse come già avvenuto quel che sta per accadere. Egli non solo crede che Dio può fare il tal prodigio, ma che certamente lo farà, anzi che lo ha già fatto. Con la stessa sicurezza Pietro disse allo storpio sulla porta del tempio Nel nome di Gesù Nazareno, alzati e cammina (At 3,6), o quando risuscitò il corpo di Tabita dicendole: Alzati! (At 9,40). Così fece anche Paolo, buttandosi sul corpo di Eutico, lo abbracciò e gridò alla folla: Non tumultuate perché è vivo (At 20,10).
Si nota perciò che il dono della fede è spesso connesso ad altri, in particolare a quello della guarigione e dei miracoli.

Il dono del discernimento degli spiriti

San Paolo lo elenca nella lista dei carismi: Ad un altro è dato il discernimento degli spiriti (1Cor 12,10).
Discernere significa distinguere tra cose diverse e contrarie. Tuttavia non si tratta di un giudizio o un’opinione che formuliamo sulla bontà o cattiveria di persone od eventi visti alla luce della nostra fede o delle nostre conoscenze. Non è una conclusione dettata dalla nostra competenza o dalla nostra intuizione. E’ invece un dono soprannaturale, datoci dallo Spirito Santo, in determinate circostanze, che ci rende capaci di giudicare se, in una data persona o in un certo ambiente, vi è lo Spirito di Dio che agisce o vi sono invece degli spiriti maligni. E’ il dono che ci apre gli occhi sul mondo dell’invisibile, dove agiscono buoni e cattivi spiriti. E’ un’illuminazione soprannaturale che ci mostra l’origine profonda di certi fenomeni misteriosi umanamente inesplicabili. Non è quindi un giudizio temerario o sospetto che pronunciamo sulle persone magari basandosi sugli atteggiamenti ed i comportamenti esteriori. La stessa espressione “discernimento degli spiriti” dice chiaro che abbiamo a che fare con gli spiriti, non con gli uomini e la loro condotta. Non vengono quindi pronunciati giudizi su talune manifestazioni esterne, ma veniamo a conoscenza dell’origine di queste manifestazioni. Non vengono giudicati gli uomini, ma quel che negli uomini è da Dio, o falsamente pretende di esserlo. Un celebre esempio riguarda Paolo durante la sua evangelizzazione: Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una giovane schiava, che aveva uno spirito di Divinazione e procurava molto guadagno ai suoi padroni facendo l’indovina. Essa seguiva Paolo e noi gridando: Questi uomini sono servi del Dio Altissimo e vi annunziano la via della salvezza. Questo fece per molti giorni finché Paolo, mal sopportando la cosa, si volse e disse allo spirito: In nome di Gesù Cristo ti ordino di partire da lei». E lo spirito partì all’istante (At 16,16-18).
Si nota facilmente che, sebbene la schiava stesse dicendo alle persone di ascoltare Paolo perché vero servo di Dio, egli riconosce in costei l’ispirazione di uno spirito maligno e, nonostante le parole veritiere, lo obbliga ad uscire ed andarsene. Il giudizio umano privo del dono di discernimento, sarebbe giunto a ritenere i discorsi della donna come provenienti da Dio, quando in realtà si trattava di Satana.
Il discernimento possiamo considerarlo come il guardiano degli altri doni. Infatti è li pronto a proteggere la genuinità dei doni dello Spirito dalle possibili falsificazioni o camuffamenti che può creare il Demonio.
Satana infatti è esperto ad imitare i doni dello Spirito Santo e a presentarli, con sottile astuzia, come autentici. Egli sa presentarsi come angelo di luce anche ai santi.
Ecco che lo Spirito viene in nostro aiuto col dono del discernimento degli spiriti per farci vedere dove sono la verità e l’errore in un libro o in un discorso, dove sono il grano e la zizzania in una comunità, dove sono gli agnelli e i lupi vestiti da agnelli, dove sono i veri e falsi discepoli, dove sono la vera pace e la gioia dello Spirito e dove la gioia artificiosa ed i disagio nervoso e opprimente creato da Satana.
Basta una sola persona che non è in pace con Dio per creare un clima pesante ed opprimente in una riunione carismatica di preghiera. Qualche volta qualcuno dei presenti, attraverso il dono di discernimento, individua la persona o le persone che sono causa di disturbo e di turbamento.
Celebri sono anche i casi di alcuni santi, come San Filippo Neri e Don Bosco, che a contatto con certe persone incallite nei vizi sentivano anche un fetore insopportabile.
Più si è vicini a Dio, più si vive la vita dello Spirito Santo e più si diventa sensibili all’azione perversa degli opposti spiriti maligni.
Essendo il vero guardiano dei carismi, il discernimento degli spirito ha soprattutto la funzione di segnalarci il vero e il falso dono delle lingue, le vere e le false profezie, le vere guarigioni operate da Gesù e le false guarigioni operate da Satana, le malattie dovute a cause naturali e quelle che hanno origine diaboliche.

Il dono della parola di conoscenza

Con il termine conoscenza non si intende in questo caso tutto ciò che riguarda il bagaglio umano di cultura appreso mediante lo studio, l’intelligenza o gli sforzi di volontà. Neanche la conoscenza di Dio che possiamo acquistare mediante lo studio della teologia o della filosofia.
Questo è un dono che arriva all’intelligenza per rivelazione diretta da parte dello Spirito Santo. In San Paolo viene chiamato “linguaggio” o “parola di scienza”. Quindi si intende una conoscenza intellettuale, interiore, non necessariamente espressa a parole. Una conoscenza che è entrata nel pensiero, non attraverso le vie normali del ragionamento o della percezione, ma per mezzo di una rivelazione. Si tratta di una rivelazione soprannaturale relativa a situazioni, fatti, eventi passati, presenti, o futuri che non siano conosciuti con mezzi umani. E’ un frammento dell’onniscienza di Dio, rivelato alla nostra intelligenza, relativo ad un fatto determinato. Una diagnosi che Dio fa di un fatto, di un problema, di uno stato d’animo, di una situazione, e che comunica alla nostra mente.
In particolare, questo dono ci rende capaci di comprendere il significato profondo della Sacra Scrittura, attraverso un’illuminazione soprannaturale sui pensieri di Dio che sono sotto le parole ispirate. Immerge la nostra intelligenza entro le verità divine senza la fatica del ragionamento.
Questo dono del linguaggio della scienza non s’identifica col dono della scienza in genere: uno dei sette doni ordinari dello Spirito Santo che s’accompagnano con l’infusione della grazia divina. Quest’ultimo infatti è quel dono che ci fa giudicare rettamente delle cose create nelle loro relazioni con Dio, ci mostra l’aspetto vero e reale delle creature, così come sono agli occhi di Dio. Il linguaggio della scienza invece è una rivelazione particolare e momentanea su di un fatto singolo e determinato. Non s’identifica neanche col dono della profezia, in quanto quest’ultima è un messaggio espresso con parole che non sempre vengono capite da chi le proferisce. Il linguaggio della scienza invece è una rivelazione interiore che viene ben compresa da chi la riceve.
Infine, non s’identifica col dono del discernimento degli spiriti, perché quest’ultimo s’indirizza verso determinati soggetti, cioè i soli spiriti, mentre il linguaggio della scienza è aperto verso qualsiasi direzione.
Comunque, trattandosi di sottili sfumature, è facile che questi tre doni vengano scambiati l’uno per l’altro.
Ecco qualche esempio di dono del linguaggio della scienza nella Sacra Scrittura: al profeta Natan viene rivelato il peccato di Davide con Betsabea; al profeta Eliseo viene mostrato in visione il luogo dove erano gli accampamenti dei nemici, salvando così il popolo di Dio. Anche Gesù esercitò questo dono. Svelò i peccati al paralitico, la vita passata alla donna di Samaria, vide Natanaele sotto il fico, ecc.
Non pochi santi hanno avuto il dono del linguaggio della scienza. Il Santo Curato d’Ars, ad una donna che piangeva disperatamente per la sorte eterna del marito che si era buttato da un ponte, disse: “Tuo marito si è salvato perché ha chiesto perdono dei suoi peccati prima di toccare il suolo”.
Oggi questo dono è riapparso fortemente nei gruppi carismatici. L’annuncio di una guarigione che si sta compiendo su una specifica persona è un tipico esempio d’applicazione del dono.
In genere questo dono va insieme con il dono del linguaggio della sapienza.

Il dono della parola di sapienza

Ad uno è dato il linguaggio della sapienza (1Cor 12,8)
Questo nono carisma, che S. Paolo pone in testa alla lista, non è altro che l’applicazione pratica e la retta utilizzazione del dono della conoscenza.
Col dono della conoscenza, infatti, ci viene esposto il quadro della situazione; col dono della sapienza il Signore ci rivela quale deve essere il nostro comportamento nella specifica situazione.
Il dono della conoscenza è una pura informazione soprannaturale; il dono della sapienza suggerisce lo sviluppo pratico che ne deve seguire.
Col dono della conoscenza lo Spirito Santo ci fa vedere, col dono della sapienza ci muove ad agire.
La conoscenza ci dà, per dir così, il materiale grezzo; la sapienza lo adopera per la costruzione.
È un dono di Dio; quindi non è quella sapienza umana che è frutto d’intelligenza e di esperienza consumata. È una manifestazione dello Spirito; perciò non è abilità umana, o quella che è sinonimo di scaltrezza, furbizia, tatto, diplomazia.
Anche il dono del linguaggio della sapienza si distingue dal dono comune della sapienza. Quest’ultimo infatti è il dono che ci fa assaporare Dio e le cose divine nei loro più alti principi e ce li fa gustare; o più semplicemente è il gusto delle cose di Dio.
Il linguaggio della sapienza invece è un dono dato dallo Spirito per affrontare una situazione particolare, un aiuto ad agire rettamente, una rivelazione su come comportarsi nell’attuazione di un piano di Dio, già conosciuto per mezzo del dono della scienza.
È il dono, promessoci da Gesù, che pone sulla nostra bocca le risposte esatte, quando siamo trascinati davanti ai tribunali per cagione sua. Allora non dobbiamo preoccuparci che cosa dire perché sarà lo Spirito che parlerà in noi (Mt 10,19-20).
È il dono che ci viene dato quando dobbiamo difendere la verità dagli attacchi di ogni genere.
È il dono che ci viene in aiuto quando ci sono da prendere decisioni difficilissime o da risolvere problemi ardui. Così venne in aiuto al re Salomone quando dovette giudicare tra due donne quale fosse la vera madre del bambino vivo. Così venne in aiuto agli Apostoli quando dovettero scegliere i sette diaconi pieni di Spirito Santo e sapienza (At 6,3).
E’ un dono negato ai superbi e riservato agli umili: Ti rendo grazie, o Padre … perché hai nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai svelate agli umili (Lc 10,21).
Oggi, col sorprendente risveglio dei carismi nella Chiesa, pare che lo Spirito Santo stia di nuovo scegliendo le persone più umili e ritenute buone a nulla, per rivestirle dei suoi doni e soprattutto di sapienza, onde confondere i superbi, troppo pieni di sé e vuoti di Dio.
Oltre a questi doni ritenuti più “spettacolari”, Paolo ne elenca altri che, sebbene meno vistosi, rivestono tuttavia un’importanza fondamentale tanto che vengono posti prima di alcuni di quelli presentati sopra:

Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti operatori di miracoli? Tutti possiedono doni di far guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano? Aspirate ai carismi più grandi! (1Cor 12,28-31).

Il dono dell’apostolato

Questo dono è relativo all’annuncio missionario del Vangelo. Il termine apostolo (apostolos), viene da apostelo (inviare) ed è usato da Paolo tre volte per l’invio di uomini a predicare. Tuttavia Paolo non identifica mai questi apostoli coi dodici nominati da Gesù, poiché il carisma dell’apostolato al quale si riferisce ha un significato più ampio. Si riferisce agli evangelizzatori itineranti che annunciano il Vangelo, missionari che, dotati di capacità particolari, arrivavano al cuore delle persone e fondano nuove comunità cristiane locali (cfr. At 14,4-14; At 15,40; At 16,1-3; At 18,24-28; Rm 16,7; 1Cor 1,12; 2Cor 8,23; Tm 1-2; Tt 1-3).

Il dono dell’insegnamento (catechesi)

La parola che appare in Corinzi per definire questo carisma è “didaskaloi” cioè: dottore, maestro. Esso si trova al terzo posto nella lista dei doni carismatici dopo gli apostoli ed i profeti.
I didaskaloi erano i cristiano maturi che istruivano gli altri sul significato e le conseguenze morali dell’adesione alla fede (cfr. Gal 6,6), quello che comportava un nuovo stile di vita. Questi maestri possono chiamarsi ed essere identificati negli attuali “catechisti” in quanto introducevano i neofiti che avevano già avuto l’annuncio, nell’apprendistato della conoscenza del mistero cristiano che considerava la fede e la vita morale.

Il dono dell’assistenza

Il temine “assistenza” è usata in particolare nei papiri del tempo dei Tolomei ed ha il significato di difesa o soccorso dati per un’autorità superiore. Nel nostro caso indica l’aiuto e l’esprimere la carità al servizio della comunità. Questo dono di assistenza può essere anche identificato come dono di servizio al prossimo.

Il dono di governare

Il dono del governo è il carisma di quelli che hanno la funzione di governare nella comunità (Vescovi, presbiteri, dirigenti vari, ecc.). E’ un’autorità che va intesa non come dominio sugli altri ma come ordine gerarchico di governo per l’indirizzamento, la guida ed il beneficio altrui.

Alcuni testi sono tratti dal libro di Don Serafino Falvo “Il risveglio dei carismi”

I carismi

I carismi o doni straordinari dello Spirito Santo

“Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,4-7)

Carismi e santità

La parola carisma deriva dal greco e significa grazia, dono. Possiede due significati, uno “largo” ed uno “stretto”.

Il primo significato è di tipo “largo”, i carismi sono intesi come grazie permanenti con le quali i fedeli si rendono adatti e pronti ad assumersi varie opere o uffici, utili al rinnovamento e allo sviluppo della Chiesa (LG 12). Possono essere l’ufficio di catechista, di padre o di madre di famiglia, di sposo o di sposa, di Sacerdote, di persona consacrata a Dio, di missionario, di insegnante…
In questo senso ne parla S. Pietro: Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola a servizio degli altri, come buoni amministratori di una multiforme grazia di Dio. Chi parla lo faccia con parole di Dio; chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta da Dio, perché in tutto venga glorificato Dio per mezzo di Gesù Cristo, al quale appartiene la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen (1 Pt 4,10-11).
E S. Paolo: Abbiamo pertanto doni diversi, secondo la grazia data a ciascuno di noi. Chi ha il dono della profezia, la eserciti secondo la misura della fede; chi ha un ministero, attenda al ministero; chi l’insegnamento, all’insegnamento; chi l’esortazione, all’esortazione. Chi dà, lo faccia con semplicità; chi presiede lo faccia con diligenza; chi fa opere di misericordia, le compia con gioia (Rm 12, 6-8).
E ancora: È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri per rendere idonei i fratelli a compiere un ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo (Ef 4,11).

Il secondo significato è di tipo “stretto” e per carisma si intende un dono straordinario, dato in maniera transeunte, e designa in genere “azioni prodigiose” che lo Spirito Santo concede di compiere. Sono, appunto, i carismi in senso stretto. S. Paolo in 1 Cor 12,7-11 ne elenca nove. Il primo è da solo, gli altri sono presentati in coppia:

“E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune:
a uno viene concesso dallo Spirito il linguaggio della sapienza; a un altro, invece, per mezzo dello stesso Spirito, il linguaggio della scienza;
a uno la fede per mezzo dello stesso Spirito;
a un altro il dono di far guarigioni per mezzo dell’unico Spirito; a uno il potere dei miracoli;
a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di distinguere gli spiriti;
a un altro le varietà delle lingue; a un altro infine l’interpretazione delle lingue.
“(1 Cor 12,7-l1).

I carismi in senso stretto, come dice San Paolo, non vengono dati per l’utilità personale, ma per l’utilità comune.
Sono definiti “gratiae gratis datae”, grazie date del tutto gratuitamente e indipendentemente dalla santità personale.
Per questo i carismi in senso stretto possono essere elargiti anche ad un peccatore e perfino ad un pagano, come avvenne per Balaam, che predisse il sorgere di una stella per la nascita del Messia (Nm 24,17) e addirittura per la sua asina che profetò (Nm 22,28-33; Pt 2,16).
Proprio perché vengono dati indipendentemente dalla santità personale non sono oggetto di merito. Ad esempio: uno può pregare per ottenere un miracolo, ma non può meritarlo.
Si afferma inoltre che non sono soggetto di merito: questo significa che profetando o compiendo un miracolo, uno non compie un atto meritorio, perché nel compiere il prodigio è più passivo che attivo.
Per questo per la perfezione e santificazione personale vale immensamente di più il più piccolo atto di carità che il compimento del più grande miracolo.
Infine i carismi in senso stretto sono del tutto a vantaggio della comunità. Per questo “il giudizio sulla loro genuinità e retto uso spetta all’Autorità Ecclesiastica, alla quale spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (1 Ts 5,12, e 19-21)” (LG 12).

Esiste anche una gerarchia dei carismi. San Paolo in 1Cor 14 confronta il carisma della profezia e il carisma del parlare in lingue, e apertamente dichiara: “In realtà è più grande colui che profetizza di colui che parla con il dono delle lingue” (v. 5).
Teologicamente è dunque possibile e legittimo fare il paragone tra due carismi e stabilire che l’uno è superiore, più grande dell’altro.
Quando San Paolo dice: Aspirate ai carismi più grandi! E io vi mostrerò la via migliore di tutte (1 Cor 12,31) fa capire che esiste una gerarchia.
Egli stesso poi confronta la verginità per il Regno dei cieli e il matrimonio. E dice: In conclusione, colui che sposa la sua vergine fa bene, e chi non la sposa fa meglio” (7,38); ugualmente la vedova, se vuole, può risposarsi, «ma se rimane così, a mio parere è più felice cosa (7,40).
Se la verginità è superiore al matrimonio, non vuol dire che automaticamente chi sceglie la verginità sia più perfetto o più santo di chi vive nel matrimonio. La verginità è un carisma (in senso largo), mentre la santità dipende dalla carità, che è il fine dei carismi. È più santo chi ama di più. Avere i più grandi carismi e non vivere nella carità, non serve a nulla.
San Paolo lo spiega bene: parlare in lingue, avere il dono della profezia, fare miracoli grandiosi fino a trasportare le montagne, avere doni di assistenza per aiutare i poveri fino al sacrificio della propria vita non giova a nulla se uno non ha la carità (1 Cor 13,1-3).
La carità quindi è l’unica cosa che vale per se stessa, ha ragione di fine e qualifica l’esistenza umana. I carismi invece, e tra essi anche il matrimonio e la verginità, hanno valore strumentale. Sono dunque mezzi per raggiungere la carità.
La santità non va dunque giudicata dal carisma che una persona persegue. Vi sono tra le persone sposate dei Santi, e tra i consacrati vi sono dei demoni incarnati, per usare il linguaggio di santa Caterina da Siena.
Per fare un esempio concreto: San Francesco d’Assisi era solo diacono. Ma è stato più santo di molti Sacerdoti, Vescovi e Papi.

E’ necessario ribadire bene la differenza tra i carismi in senso largo e i carismi in senso stretto.

– I “carismi in senso stretto” sono grazie speciali date da Dio indipendentemente dalla sanità personale. Non presuppongono pertanto lo stato di grazia e il loro utilizzo non fa diventare più santi né fa diventare peggiori.
– L’utilizzo dei “carismi in senso largo” invece è perfezionante per il singolo solo se è in grazia.
Se non è in grazia, le sue azioni, pur non essendo meritorie, tuttavia continuano ad essere buone. Ad esempio un padre di famiglia che va a lavorare e si sacrifica per il bene dei figli, compie un’opera buona. Ma se è privo della carità o della grazia, la sua opera, pur continuando ad essere buona, non è meritoria.
In teologia si dice che queste opere sono morte, perché non sono vivificate dalla grazia. Solo il peccato è un’azione mortifera, e cioè danneggia chi lo compie.
Lo stesso discorso vale anche per il prete. Se fosse in peccato mortale, la sua dedizione al prossimo continua ad essere una realtà buona, anche se non meritoria. Ma se osasse celebrare la Messa o fare la Santa Comunione col peccato mortale nella coscienza, allora l’utilizzo del carisma è a suo danno, perché commette un sacrilegio. La celebrazione dei sacramento in lui richiede lo stato di grazia.
I carismi in senso largo conoscono un utilizzo sollecito e un utilizzo a lunga scadenza, perché vanno messi a servizio del prossimo sempre, finché perdura l’ufficio.
Inoltre vanno esercitati quando si raggiungono condizioni di maturità, responsabilità, preparazione. Diversamente si combinano solo danni.
Per concludere possiamo notare che quando alla vocazione (chiamata) si dà una risposta, carisma e vocazione infine si identificano.

Fonte: rielaborazione parziale di un articolo di “Un sacerdote risponde” – Amicidomenicani.it

Finalità dei carismi in senso stretto

Riguardo ai carismi in senso stretto, si legge negli Atti degli Apostoli: Ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2,4).
Con queste parole Luca descrive un effetto sensibile che si produsse negli Apostoli dopo l’effusione dello Spirito Santo, il giorno di Pentecoste.
Gli Apostoli ricevettero, insieme al dono dello Spirito Santo, il carisma delle lingue, in virtù del quale poterono proclamare le grandezze di Dio a persone che parlavano idiomi diversi. Così anche nel “Rinnovamento Carismatico” di solito, dopo l’effusione, si riceve il carisma chiamato “dono delle lingue”, che serve per lodare Dio e dargli grazie (cfr. Cor 14,16-17). In realtà in quest’ultimo caso si tratta, generalmente, di “glossolalia” più che di “xenoglossia” come nel giorno di Pentecoste. Nel capitolo relativo alla descrizione dei carismi è descritta la differenza tra questi due doni.
Oltre al dono delle lingue, sembra che lo Spirito Santo voglia ripartire i suoi doni e carismi a profusione; talvolta coloro che pregano sulla persona che deve ricevere lo Spirito, avvertono e comunicano che questa ha ricevuto “il dono di profezia” o “il dono della fede”, che a un’altra è stato conferito “il dono di guarigioni fisiche o spirituali”; che tale persona pronuncia “discorsi di sapienza” o “parole di scienza” o che ha “il dono di interpretare le lingue” o di “discernere gli spiriti”.
Tutto ciò non è altro che l’eco o la ripetizione degli avvenimenti dei primi giorni del cristianesimo, quando i carismi furono al servizio della testimonianza, secondo la promessa di Gesù (cfr. Mc 16,15-18).
Purtroppo questi carismi con le loro manifestazioni, sono quelli che di solito hanno provocato e provocano forti reazioni o per lo meno, hanno fatto sorgere riserve nel confronti del Rinnovamento Carismatico.
Queste reazioni sono in parte giustificabili, poiché il cristianesimo degli ultimi secoli, così pieno di materialismo e di razionalismo, non è abituato a questi doni sensibili dello Spirito e a queste esperienze carismatiche.
Alcuni si chiedono se è vero che questi carismi sono dello Spirito Santo, perché, dopo i primi anni del cristianesimo, non si sono verificati in diciannove secoli. In realtà non sono mancate, nella storia della Chiesa persone alle quali Dio ha concesso grazie straordinarie o carismi straordinari, specialmente nella vita dei Santi.
Si potrebbe tuttavia obiettare la stranezza del fatto che solo oggi, dopo tanti secoli, qualsiasi categoria di persone (non necessariamente sante) possano ricevere questi doni. In realtà, come già detto, il carisma, in quanto dono gratuito, non dipende dalla santità personale (benché esso possa manifestarla). I carismi sono una sovrabbondanza di grazia attraverso la quale Dio vuole rendere gli uomini cooperatori del suo disegno di salvezza.
E’ bene inoltre ricordare che, come nei giorni della nascita e dell’espansione del cristianesimo, lo Spirito volle spargere con abbondanza i suoi doni e carismi (cfr. 1Tess 1,5; 1Cor 2,4; 12; 14; Gal 3,4-5), così anche adesso, ultimi tempi escatologici, sta spargendo quelle medesime grazie.
Il mondo attuale, paganizzato e sommerso dal materialismo, ha le stesse esigenze, o anche esigenze maggiori di quelle del passato, di sperimentare sensibilmente la presenza attiva di Dio.
Si stanno realizzando le parole del profeta Gioele (3,1-5) che Pietro pronunciò il giorno di Pentecoste, quando avvenne la prima effusione solenne e pubblica dello Spirito Santo: Negli ultimi giorni, dice il Signore, lo effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno. Farò prodigi in alto nel cielo e segni in basso sulla terra, sangue, fuoco e nuvole di fumo. Il sole si muterà in tenebra e la luna in sangue, prima che giunga il giorno del Signore, giorno grande e splendido. Allora chiunque invocherà il nome del Signore, sarà salvato (At 2,17-21).

Il 16 ottobre 1974 il Papa Paolo VI si esprimeva in questo modo riguardo ai doni dello Spirito sorti in seno ai fedeli del Rinnovamento Carismatico:

“Direi che la curiosità, ma è una curiosità molto bella e legittima, focalizza un altro aspetto. Lo Spirito Santo, quando viene, offre dei doni. Conosciamo i sette doni dello Spirito Santo. Ma altri doni che adesso si chiamano … beh, adesso … sono sempre stati chiamati carismi. Cosa vuol dire carisma? Vuol dire grazia. Sono grazie particolari, date ad alcuni per fare del bene ad altri. Uno riceve il carisma della sapienza affinché possa diventare maestro; un altro riceve il dono dei miracoli affinché possa realizzare atti che, attraverso lo stupore e l’ammirazione, richiamino alla fede, e così via.
Ora questa forma carismatica di doni gratuiti, elargiti in abbondanza dal Signore, che vuole la Chiesa più ricca, più animata e più capace di auto-difendersi e di auto-documentarsi, si chiama precisamente “Effusione dei carismi”. E oggi se ne parla molto. E, data la complessità e la delicatezza del tema, non possiamo che augurarci che questi doni vengano, e speriamo, in abbondanza. Che oltre la grazia ci siano carismi che anche oggi la Chiesa di Dio può possedere ed ottenere.
Il Signore ci inviò questa pioggia di doni, diciamo così, per animare la Chiesa, per farla crescere, per affermarla, per sorreggerla. Dopo l’elargizione di questi doni è stata, direi, più discreta, più … economica. Ma ci sono sempre stati santi che hanno realizzato prodigi, uomini eccezionali che sono sempre esistiti nella Chiesa. Che il Signore aumenti ancora di più la pioggia dei carismi per rendere la Chiesa feconda, bella e meravigliosa e capace di imporsi all’attenzione ed allo stupore sia del mondo profano che di quello laicizzante.”

Diversità e utilità dei carismi

Ci dice San Paolo: Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito; vi sono diversità di ministeri ma uno solo è il Signore; vi sono diversità di operazioni ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1Cor 12,4-7).
L’ Apostolo enuncia perciò l’origine e la finalità dei doni spirituali che è evidentemente l’utilità comune.
Paolo approfondisce l’argomento in molti altri testi e sempre evidente è lo stimolo a desiderare in abbondanza i doni di Dio ed a farne un corretto uso (cfr. 1Cor 14,12-26; Ef 4,12; ecc.).

Riassumendo i punti chiave dei vari testi in cui Paolo tratta l’argomento troviamo che:

– I carismi sono “manifestazione dello Spirito” in azione. Lo Spirito Santo attua e produce quelle manifestazioni che hanno effetto esterno, che possono essere oggetto di percezioni intellettuali e sensibili.
– I carismi vengono da Dio e sono per il bene comune; più specificamente, per l’edificazione della Chiesa, che è il corpo mistico di Cristo.
– Siccome vengono da Dio e sono per l’edificazione della Chiesa, i carismi sono doni necessari per la costruzione della comunità cristiana. Per di più, la loro necessità è tale che Paolo inviterà i suoi fedeli a chiederli a Dio (1Cor 12,31; 14,1-40; 1Tim 3,1).
Di solito, parlando dei carismi, si fa riferimento all’elenco illustrato sopra (cfr. 1Cor 12,7-11). Ma una tesi sui carismi che si fondasse solo su questa lista risulterebbe molto parziale e frammentaria. Lo stesso Apostolo, infatti, elenca altri doni spirituali in varie parti delle sue lettere (1Cor 12,28-39; 13,1-3; 14,6; 2Cor 12,1; Rm 12,6-8; Ef 4,11-12; 1Cor 3,5-10; 7,7). Se riunissimo i carismi che Paolo cita in questi testi, risulterebbe un gruppo di circa trenta doni e l’elenco sarebbe ancora incompleto, giacché l’Apostolo mai si propose di dare una lista esauriente dei doni e carismi dello Spirito. D’altra parte, ogni epoca richiede che lo Spirito distribuisca i carismi che sono necessari nelle circostanze concrete di quel momento.
Un altro aspetto da prendere in considerazione è il fatto che lo Spirito distribuisce questi carismi “in particolare, a ognuno, come vuole”. Il carisma o i carismi che ciascuno di noi possiede sono molto personali, molto intimi e ci vengono dallo Spirito che ce li dona a suo piacere, come lui ha voluto e per il fine per il quale Egli ha voluto.
Paolo descrive l’immagine dell’unico corpo di Cristo e della moltitudine dei suoi membri proprio parlando a proposito dei carismi:
Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo (1Cor 12,12).
L’idea di questo verso si completa con: “Ora voi siete corpo di Cristo e sue membra, ciascuno per la sua parte” (1Cor 12,27).

Quindi ognuno ha un compito da esplicare nel Corpo di Cristo:

– ogni membra possiede una funzione propria e specifica (cfr. 1Cor 12,15-17);
– ogni membra sta (e deve stare) nel posto del corpo, che Dio ha voluto (cfr. v. 18);
– questa pluralità è tanto necessaria che mancando essa non si ha il corpo (cfr. vv. 19-20);
– ogni membra ha bisogno degli altri e più debole è il membro, maggiore necessità ha degli altri (cfr. vv. 21-24);
– tutte le membra devono preoccuparsi delle altre in modo che non ci sia divisione nel corpo (cfr. vv. 24b-26).
Come si vede, con il battesimo lo Spirito Santo ci unisce in un solo corpo: quello di Cristo. Per mezzo dei carismi, lo stesso Spirito Santo fa che ogni membra sia posta nel corpo di Cristo, in un determinato luogo e in una determinata circostanza.
In questa prospettiva, si può comprendere facilmente che i carismi non sono, come a volte superficialmente si pensa e si dice, “secondari, facoltativi”. Assolutamente no. Ciascuna membra riceve dallo Spirito un carisma o vari carismi per poter compiere la sua missione specifica.
Nella vita cristiana i carismi non sono opzionali o accidentali, bensì essenziali ed importanti (cfr. 1Cor 12,18-25).
Non è possibile, né conveniente, che tutti posseggano lo stesso dono, il medesimo carisma. Per formare il corpo di Cristo completo nella ricchezza delle sue membra, è necessario che ognuno abbia un carisma particolare così da poter realizzare quella funzione che corrisponde alla sua propria natura per edificare, in modo completo, senza che nulla manchi, la Chiesa di Cristo.
Aspirate ai carismi più grandi! (1Cor 12,31). Perciò niente timori e rinunce di fronte ai doni di Dio; ciò è infatti spesso conseguenza della debolezza e tiepidezza mascherate da umiltà, che in realtà impediscono di disporsi adeguatamente e lasciarsi guidare dallo Spirito Santo.

Eccellenza della carità

Dopo aver parlato dei carismi dello Spirito, Paolo scopre che oltre a quelli vi è “un cammino” molto più eccellente che devono seguire i discepoli di Cristo: Vi mostrerò una via migliore di tutte (1Cor 12,31: 13,1-13).
Esso è ritenuto l’unico dono divino indispensabile che deve essere sempre presente e attivo nella vita cristiana; dono che non perisce, giacché non cesserà con la morte del credente, ma persisterà nel mondo futuro.
Tuttavia la carità non si oppone, né tantomeno elimina i carismi. Al contrario la carità ne è come l’anima, il sangue: gli comunica vita, li rende fecondi, ed autentici.
L'”inno alla carità” che Paolo ha lasciato in testamento all’umanità in 1Cor 13, è un brano straordinario tramite il quale l’Apostolo ha voluto comunicare l’insegnamento fondamentale della morale cristiana.
L’inno consta di tre strofe: la prima espone la superiorità e la necessità della carità (cfr. 1Cor 13,1-3), la seconda tratta delle opere della carità (cfr. 1Cor 13,4-7), la terza esalta la perfezione e la durata eterna della carità (cfr. 1Cor 13,8-13).
Paolo immagina il caso di un credente, al quale lo Spirito Santo abbia concesso il dono delle lingue nella sua più alta espressione, potendo esprimersi sia nella lingua della terra che in quella degli Angeli, che lodano e glorificano Dio dandogli un culto celestiale più adeguato di quello umano. Tuttavia, se questo carismatico non possiede la carità, è come un essere senz’anima, come uno strumento musicale, che emette suoni che passano.
Dopo di ciò egli esamina i carismi intellettuali: profezia, sapienza, scienza nella sua forma più perfetta, e una fede così grande che opera portenti rendendo possibile l’impossibile. Ebbene, se questo ispirato non ha carità egli “è niente”. La negazione “sono un niente” è assoluta. Spiritualmente e cristianamente “non esisto”.
Infine, Paolo suppone che un cristiano che possegga in sommo grado il carisma di assistere gli altri fratelli, di modo che, per aiutare il prossimo, egli dia non solo il superfluo, ma tutti i suoi averi. Per di più, pensa a qualcuno che offra se stesso alle fiamme come segno di coraggio e fedeltà. Ciò nonostante, se in quest’uomo non ci fosse carità, la sua donazione fino al martirio non gli servirebbe a niente.
Tutti i carismi, per grandi che siano, scompariranno nel giorno del ritorno di Cristo e della creazione del nuovo mondo e resterà solo la carità. Essa è immutabile ed eterna: non avrà fine.
Sia le lingue che i carismi intellettuali, compresa la profezia e la scienza che danno solo una conoscenza imperfetta e frammentaria di Dio e delle cose divine, cesseranno. Infatti, esse danno una conoscenza indiretta di Dio come il riflesso di uno specchio, e saranno sostituite da una visione faccia a faccia. Lì, l’uomo conoscerà Dio. Questa conoscenza consisterà non tanto nell’apprendere intellettualmente la natura e gli attributi di Dio, ma nell’entrare in una comunione perfetta con l’essere e la vita di Dio.
Paolo esaltando la virtù della carità sugli altri carismi, non vuole dimenticare le altre grandi virtù che sono inseparabili dall’amore: “la fede e la speranza” (1Ts 1,3; 5,8; Rm 5,1-5; 12,6-12; Col 1,4-5; Ef 1,15-18; 4,2-5; 1Tim 6,11; Tito 2,2).
Questa unione tra le virtù è tale, che Paolo utilizza il verbo al singolare. Letteralmente, Paolo scrive: ora rimane: fede, speranza, carità: queste tre. Questo significa che le virtù teologali, che definiscono propriamente la vita morale cristiana, sono fisse e anche di un ordine diverso da quello dei carismi, la cui attività può essere transitoria.
Paolo terminando esclama: possedete la carità (14,1a). Si deve cercare la carità, meglio, si deve inseguirla fino a raggiungerla, dato che è l’ unica cosa necessaria e indispensabile.
Questa “carità-amore”, anima dei carismi, è necessaria perché questi ultimi si esercitino liberamente, ma con ordine, per edificare realmente la comunità cristiana.

I doni ordinari dello Spirito Santo

I doni ordinari dello Spirito Santo

“Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; contro queste cose non c’è Legge” (Gal 5, 22-23)

I doni ordinari dello Spirito Santo vengono elargiti per la santificazione dell’uomo e per ricongiungerlo direttamente con Dio. Si sviluppano e si potenziano durante il cammino di fede e ci attestano in maniera tangibile che lo Spirito Santo abita in noi in qualità di templi viventi di Dio (cfr. 1Cor 3,16).
Sono la conseguenza dell’azione di Dio in noi operata mediante la grazia santificante (gratia gratum faciens) e ci abilitano ad agire sotto l’influsso dello Spirito Santo.
A differenza dei carismi (gratiae gratis datae), che sono concessi per l’utilità altrui, questi doni sono offerti a tutti, perché ordinati alla santificazione ed al perfezionamento della persona.

I doni ordinari sono sette: Sapienza, Intelletto, Consiglio, Fortezza, Scienza, Pietà, Timor di Dio (cfr. Is 11,2).

SAPIENZA: E’ il dono che perfeziona la virtù della carità e risiede nello stesso tempo nell’intelletto e nella volontà perché effonde nell’anima luce ed amore. Questo dono permette di scrutare le realtà di Dio riuscendo a vedere in tutti gli accadimenti quotidiani la sua presenza e la sua volontà. In virtù di questo dono anche i fatti più drammatici (lutti, guerre, sciagure, ecc.) vengono vissuti nella fede riuscendo a vederne il disegno e la mano di Dio. E’ una vera e propria conoscenza infusa di come opera Dio.

INTELLIGENZA: Questo dono concede vere e proprie illuminazioni inerenti le realtà della fede cristiana e dei relativi dogmi dandone un’assoluta certezza e senso di gaudio su chi le sperimenta.
Questo dono si distingue da quello della scienza perché l’oggetto è molto più vasto: non si limita alle sole cose create ma si estende a tutte le verità rivelate facendoci penetrare il loro intimo significato, senza però svelarcene del tutto il mistero.
Ecco che una semplice parola sentita, un’esperienza vissuta o un passo del Vangelo ci forniscono un’illuminazione che sentiamo proveniente con certezza da Dio. Molti Santi hanno improntato tutta la loro esistenza sulla singola illuminazione ricevuta in un determinato contesto.

CONSIGLIO: Questo dono permette di discernere la strada giusta da seguire in condizioni di dubbio riguardo alle scelte morali. La coscienza personale risulta guidata e consigliata riguardo a ciò che è bene fare e a ciò che non lo è. Particolarmente utile nei momenti della vita in cui è necessario prendere scelte importanti.

FORTEZZA: E’ un dono che da alla volontà un impulso ed una energia che la rendono capace di operare superando tutti gli ostacoli e le prove della vita. In particolare concede forza nel promuovere ed attuare i principi della fede anche nelle avversità e nelle persecuzioni. Senza cedere a compromessi mondani, questo dono da al cristiano la marcia in più che consente di affermare le realtà di Dio in ogni circostanza e senza timori.

SCIENZA: Similmente alla scienza umana che cerca di spiegare i principi che gravitano intorno ad un fenomeno, il dono della scienza rende partecipe il cristiano della presenza creatrice e vivificante di Dio su ogni cosa esistente, vedendone solo in Lui il vero artista. La contemplazione di un fiore, di un cielo, di un paesaggio, di un fenomeno, fanno sperimentare un esaltante senso di gioia per la certezza che dietro a tutto ciò sta il Creatore di tutte le cose che è Dio. Si sperimenta in maniera naturale la subordinazione di ogni cosa al suo Creatore (allo stesso modo in cui San Francesco chiamava naturalmente fratelli e sorelle tutti gli elementi del creato).

PIETA’: Questo dono orienta ed alimenta l’esigenza di ricorrere a Dio perché sentito come vero ed unico Padre buono e provvido. Credere realmente che Dio ci ama in modo paterno non può che trasmettere forza, pace e gioia. Dio sviluppa per riflesso in noi la capacità di vedere negli altri la sua immagine infondendo una nuova capacità di amore verso i fratelli sentiti realmente come figli dello stesso Padre.

TIMOR DI DIO: Non si tratta di paura e tremore nei confronti di Dio ma di un senso di reale nudità e piccolezza rispetto a Colui che è immenso ed onnipotente. Ciò spinge ad avere un rapporto di amoroso rispetto e subordinazione nei confronti di colui che ci è Padre ma che alla fine ci giudicherà anche in base alle azioni compiute. Dio è buono ma è anche forte e potente perciò il nostro rapporto con Lui deve necessariamente essere sincero e contrito qualora si dovessero manifestare delle mancanze nei suoi confronti.

La coabitazione dello Spirito Santo in noi sviluppa gradualmente le tre virtù teologali: fede, speranza, carità (cfr. 1Cor 13,1-13) ed i frutti dello Spirito che sono: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza e dominio di se (cfr. Gal 5,22).

[1] La nascita dell’uomo nuovo, rigenerato in Cristo e abbeverato dallo Spirito Santo, si delinea in un’esistenza segnata da una dimensione “cruciforme”, di orientamento verticale verso il Signore e orizzontale verso i fratelli. Si stagliano poi tre caratteristiche riconducibili al grande comandamento dell’amore: l’amore per Dio (fede-pietà); il rispetto della propria dignità personale di tempio di Dio (temperanza-castità) e l’attenzione al prossimo (giustizia-misericordia). Anima e corona della santità è l’amore, che risplende nella gioia della comunione e della speranza.

Al contrario, l’uomo vecchio è fondamentalmente basato e centrato su se stesso; il suo male originario è la mancanza di relazione filiale con Dio. Principio della vita peccaminosa è l’essere “carne”, il dipendere cioè solo da se stessi. Da questa radice perversa spuntano due virgulti maligni apparentemente opposti: la superbia come auto-affermazione dell’io e l’accidia come coscienza della propria nullità. Da un lato, la presunta forza dell’uomo che idolatra se stesso e dall’altro la sua estrema fragilità che lo induce a disperare. Dal medesimo tronco si dipanano poi le altre caratteristiche dell’uomo della carne: dalla debolezza dell’accidia fa riscontro l’intemperanza, come incapacità di dominare se stessi nella frenetica ricerca di sicurezza e di piacere (gola-lussuria), mentre alla superbia segue l’ingiustizia come disprezzo di Dio (idolatria) e del prossimo (avarizia). Anima e corona della vita peccaminosa è l’assenza di amore che si esprime in modo passivo come indifferenza verso gli altri e in modo attivo come odio (o ira) ed è contrassegnata dalla tristezza della solitudine e della disperazione.

Fonte: [1] “Antirretico – contraddire il diavolo con le parole della Scrittura”, Lorenzo Rossetti (Fede & Cultura)

L’Effusione o “Battesimo nello Spirito”

L'Effusione o Battesimo nello Spirito Santo

“Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese sopra tutti coloro che ascoltavano la Parola. E i fedeli circoncisi, che erano venuti con Pietro, si stupirono che anche sui pagani si fosse effuso il dono dello Spirito Santo” (At 10,44-45)

Il Rinnovamento Carismatico ha come punto chiave e di riferimento la cosiddetta effusione dello Spirito. Essa non è un’esperienza fine a se stessa, ma piuttosto l’inizio di un cammino che ha per scopo un profondo rinnovamento della vita, nella Chiesa.
Il termine “effusione” deriva dall’espressione degli Atti degli Apostoli: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni (At 1,5).
Fu a Pentecoste che si compì questa promessa di Gesù. Agli Apostoli venne effuso lo Spirito Santo e restarono profondamente trasformati.
Anche oggi è possibile questa esperienza, che ha un significato particolare nella vita spirituale della persona che la riceve. Quando questa è realmente cosciente di quello che ha voluto ricevere, accade qualcosa nella sua vita. Ogni volta che lo Spirito Santo prende possesso di un credente, opera con potenza in lui; ma ciò potrà avvenire solo quando, volontariamente e coscientemente, un cristiano preparerà e aprirà tutto il suo essere, il suo spirito, la sua anima ed il suo corpo, per far sì che lo Spirito Santo lo riempia di Sé e diriga a Lui tutta la sua vita.
L’effusione consiste nella preghiera di fede che una comunità cristiana innalza a Gesù perché effonda il suo Spirito, in un modo nuovo e con abbondanza, sulla persona che ardentemente lo chiede e lo desidera e per la quale si prega. E’ evidente che ciò non costituisce un sacramento, ma è in rapporto ai sacramenti dell’iniziazione cristiana: il battesimo e la cresima. L’effusione infatti li attualizza, rinnova e ravviva.
Il rapporto fondamentale è, però, con il sacramento del battesimo. La designazione “battesimo nello Spirito”, espressione con cui l’effusione viene pure chiamata, indica infatti che si tratta di qualcosa che si fonda sul sacramento del battesimo.
Se il battesimo con acqua è per la remissione dei peccati e per l’adozione a figli di Dio, il battesimo nello Spirito Santo è per la purificazione del credente e per la trasmissione della stessa potenza di Dio in noi. E’ una nuova forza che mette in attività il ricco potenziale di grazia che Dio ha dato a ciascuno, secondo la propria vocazione e secondo il carisma personale del proprio stato di vita (cfr. 1Cor 7,7).
Questa effusione è una grazia di Dio che spezza la durezza del nostro cuore, rimuove i rottami e gli ostacoli e ci dispone affinché lo Spirito operi in noi in piena libertà. E’ una vera e propria liberazione nell’intimo del credente, in seguito al quale ha luogo una vera esplosione di vita, che si manifesta esteriormente con grazie, doni, carismi e frutti dello Spirito.
Fin dal battesimo con acqua possediamo lo Spirito Santo che abita in noi come nel proprio tempio (cfr. 1Cor 6,19), e lì Egli dimora con tutta la pienezza del suo essere infinito e con tutta la potenzialità della sua attività divina. Ciò nonostante, a causa di ostacoli, dighe e barriere che volontariamente o involontariamente poniamo, la sua azione non arriva a manifestarsi in noi in tutta la sua pienezza. Il Signore non si impone con prepotenza, ma lascia a noi la libertà di dargli spazio nella nostra vita oppure no.
Questa effusione dello Spirito di Dio ed il concedere che esso operi in libertà produce nella persona una conversione interiore radicale e una trasformazione profonda nella sua vita; le dà una luce potente per capire meglio il mistero di Dio, la spinge ad una donazione senza limiti all’azione dello Spirito; le comunica i doni e i carismi necessari per compiere la sua missione nel mondo e le conferisce una forza divina per dare testimonianza di Gesù dappertutto ed in diverse circostanze, anche nelle più sfavorevoli e pericolose (pure fino alla morte, se necessario).
Questa esperienza singolare dell’azione di Dio ha anche degli effetti sensibili e non raramente si sperimentano profondi stati di pace, guarigioni da malattie fisiche e psichiche e doni carismatici da esercitare per il bene comune (cfr. 1Cor 12,7).

La necessità di “slegare” il battesimo

Per capire come un sacramento ricevuto tanti anni fa, addirittura agli inizi della vita, possa improvvisamente tornare a rivivere e sprigionare tanta energia e potenza è necessario sapere che un sacramento può essere valido e lecito, risultando però al contempo anche “legato”. Un sacramento si dice “legato” se il suo frutto rimane vincolato o non usufruito, per mancanza di certe condizioni che ne impediscono l’efficacia. Un esempio estremo è il sacramento del matrimonio o dell’ordine sacro, ricevuti in stato di peccato mortale. In queste condizioni, tali sacramenti non possono conferire nessuna grazia alle persone; rimosso però l’ostacolo del peccato, con la penitenza, si dice che il sacramento rivive grazie alla fedeltà e alla irrevocabilità del dono di Dio. Dio resta fedele anche se noi siamo infedeli perché egli non può rinnegare se stesso (cfr. 2Tm 2,13).
Quello del matrimonio o dell’ordine sacro ricevuto in stato di peccato è un caso estremo, ma sono possibili altri casi in cui il sacramento, pur non essendo del tutto legato, non è però neppure del tutto sciolto, cioè libero di operare i suoi effetti.
I sacramenti non sono riti magici che agiscono meccanicamente, all’insaputa dell’uomo, o prescindendo da ogni sua collaborazione. La loro efficacia è frutto di una sinergia, o collaborazione, tra l’onnipotenza divina e la libertà umana.
In realtà il frutto del sacramento dipenderebbe tutto dalla grazia divina; solo che questa grazia divina non agisce senza il “sì’, cioè il consenso e l’apporto della creatura.
Il battesimo è davvero un ricchissimo pacco-dono che abbiamo ricevuto al momento della nostra nascita in Dio. Ma è un pacco-dono ancora sigillato: noi siamo ricchi perché possediamo quel pacco (e perciò possiamo compiere tutti gli atti necessari alla vita cristiana), ma non sappiamo cosa possediamo. Ecco perché, nella maggioranza dei cristiani, il battesimo è un sacramento “legato”.
Accanto al battesimo è presente un altro elemento essenziale: la fede dell’uomo.
L’opera dell’uomo, cioè la fede, non ha la stessa importanza e autonomia dell’opera di Dio, tuttavia l’atto di fede comprende come elemento essenziale anche la risposta, il “credo”, e in questo senso è considerato opera dell’uomo.
Ecco perché nei primi tempi della Chiesa il battesimo era un evento così potente e ricco di grazia e perché non c’era bisogno, normalmente, di una nuova effusione dello Spirito, come quella che esiste oggi (sembra tuttavia accertato che fino al VIII secolo questo rito fosse praticato come completamento dei sacramenti dell’iniziazione). Il battesimo veniva amministrato ad adulti che si convertivano dal paganesimo e che, convenientemente istruiti, erano in grado di fare, in occasione del battesimo, un atto di fede e una scelta esistenziale libera e matura; al battesimo si arrivava quindi attraverso una vera e propria conversione.
Perché il battesimo operi in tutta la sua forza, bisogna che chi si accosta ad esso sia un discepolo, o sia intenzionato a diventarlo seriamente.
La condizione favorevole che permetteva al battesimo, alle origini della Chiesa, di operare con tanta potenza era dunque questa: che l’opera di Dio e l’opera dell’uomo si incontravano contemporaneamente, c’era un sincronismo perfetto.
Ora questo sincronismo si è rotto; ricevendo il battesimo da bambini, è venuto a mancare a poco a poco un atto di fede libero e personale. Esso viene supplito, ed emesso, per così dire, per interposta persona (genitori, padrini). Di fatto, una volta, quando tutto l’ambiente che circondava il bambino era cristiano e impregnato di fede, questa fede poteva sbocciare, anche se più lentamente. Ora invece, nella maggioranza dei casi, l’ambiente in cui il bambino cresce, non è tale da aiutarlo a sbocciare nella fede
Ecco, allora, il senso dell’effusione dello Spirito. Essa è una risposta di Dio alla disfunzione in cui è venuta a trovarsi la vita cristiana. Egli infatti ha suscitato all’interno della Chiesa movimenti tendenti a rinnovare negli adulti l’iniziazione cristiana.
Il Rinnovamento Carismatico Cattolico ed il Rinnovamento nello Spirito sono i principali movimenti, e in essi la grazia principale è senza dubbio legata all’effusione dello Spirito e a ciò che la precede. La sua efficacia nel riattivare il battesimo consiste nel fatto che l’uomo reca la sua parte, cioè fa una scelta di fede, preparata nel pentimento, che permette all’opera di Dio di “liberarsi” e di sprigionare tutta la sua forza. Il dono di Dio viene finalmente “slegato” e lo Spirito si manifesta con tangibile potenza nella vita cristiana.
Possiamo capire qualche cosa di più dell’effusione vedendola in rapporto anche con la confermazione (cresima) che infatti è considerata come un sacramento che sviluppa, conferma e porta a compimento l’opera del battesimo. L’effusione è una confermazione soggettiva e spontanea (non sacramentale) in cui lo Spirito agisce non in forza dell’istituzione, ma in forza della libera iniziativa dello Spirito e della disponibilità del soggetto. Ci si sente spinti a collaborare di più all’edificazione della Chiesa, a mettersi a servizio di essa nei vari ministeri sia clericali che laicali, a dare testimonianza a Cristo: tutte cose, queste, che richiamano l’evento della Pentecoste e sono attualizzate nel sacramento della cresima.
L’effusione dello Spirito non è l’unica occasione che si conosca nella Chiesa per questa riviviscenza dei sacramenti dell’iniziazione, e, in particolare, della venuta dello Spirito Santo nell’anima in occasione del battesimo. C’è, per esempio, il rinnovamento delle promesse battesimali nella veglia pasquale, ci sono gli esercizi spirituali, c’è la professione religiosa, chiamata un “secondo battesimo” e, a livello sacramentale, abbiamo detto, la confermazione.
Non è difficile, poi, scoprire spesso nella vita dei Santi la presenza di una “effusione spontanea”, specialmente in occasione della loro conversione.
L’effusione dello Spirito non è perciò l’unica occasione di rinnovamento della grazia battesimale. Essa però occupa un posto tutto particolare per il fatto di essere aperta a tutto il popolo di Dio, piccoli e grandi, e non soltanto ad alcuni privilegiati che fanno gli esercizi spirituali ignaziani o emettono la professione religiosa.
Viene da chiedersi da dove proviene questa straordinaria forza che è sperimentabile in occasione della effusione, che non è assolutamente una teoria bensì qualcosa che è sperimentabile in prima persona da parte di tutti (laici e religiosi).
Il testo biblico di riferimento lo si trova in Giovanni 1,32-33: Giovanni rese testimonianza dicendo: Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. lo non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L’uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo.
L’effusione è perciò uno di questi modi con cui Gesù risorto continua la sua opera essenziale di “battezzare nello Spirito”. Non è soltanto il nostro battesimo che rivive grazie ad essa, ma anche la cresima, la prima comunione, l’ordinazione sacerdotale, la professione religiosa, il matrimonio, tutte le grazie e tutti i carismi ricevuti. E’ davvero la grazia di una nuova Pentecoste.
Solo in questo modo si spiega la presenza del battesimo nello Spirito tra i cristiani Pentecostali, per i quali la iniziazione è un concetto estraneo e lo stesso battesimo di acqua non riveste sempre l’importanza che ha per noi cattolici e per le altre professioni cristiane. Il battesimo nello Spirito ha una importante valenza di unione interreligiosa che è necessario preservare, anche per il ruolo di strumento in vista dell’unità finale di tutti i cristiani.

Nell’effusione c’è una parte segreta, misteriosa, di Dio che è diversa per ognuno perché Lui solo ci conosce nell’intimo e può agire valorizzando la nostra inconfondibile personalità; e c’è una parte palese, della comunità, che è uguale per tutti e che costituisce una specie di segno, con una certa analogia rispetto a quello che sono i segni nei sacramenti. La parte visibile, o della comunità, consiste soprattutto in tre cose: amore fraterno, imposizione delle mani e preghiera. Sono elementi non sacramentali, ma semplicemente biblici ed ecclesiali.
L’ imposizione delle mani può avere due significati: uno di invocazione e uno di consacrazione. Vediamo, per esempio, presenti entrambi questi tipi di imposizione delle mani nella Messa: c’è una imposizione delle mani di carattere invocatorio, ed è quella che il Sacerdote fa sulle offerte al momento dell’epiclesi, quando prega dicendo: “Lo Spirito Santo santifichi questi doni perché diventino il corpo e il sangue di Gesù Cristo”; e c’è una imposizione delle mani consacratoria, ed è quella che fanno i concelebranti sulle offerte al momento della consacrazione. Nel rito stesso della cresima, come si svolge attualmente, vi sono due imposizioni delle mani: una previa di carattere invocatorio e un’altra consacratoria che accompagna il gesto dell’unzione crismale sulla fronte, nella quale si realizza il sacramento vero e proprio.
Nell’effusione dello Spirito, l’imposizione delle mani ha un carattere soltanto invocatorio, ed anche un valore altamente simbolico in quanto richiama l’immagine dello Spirito Santo che copre con la sua ombra. Questo simbolismo del gesto dell’imposizione delle mani è messo in luce da Tertulliano quando parla dell’imposizione delle mani sui battezzati: “La carne è adombrata dall’imposizione delle mani perché l’anima sia illuminata dallo Spirito” (Sulla risurrezione dei morti, 8, 3). C’è un paradosso, come in tutte le cose di Dio: l’imposizione delle mani illumina adombrando.
Gli altri due elementi sono la preghiera e l’amore fraterno; potremmo dire: l’amore fraterno che si esprime in preghiera. Un amore fraterno è segno e veicolo dello Spirito Santo. Questi, che è l’Amore, trova nell’amore fraterno il suo ambiente naturale, il suo segno per eccellenza.
Anche la preghiera è messa in rapporto stretto, nel Nuovo Testamento, con la effusione dello Spirito Santo. Del battesimo di Gesù si dice che: mentre stava in preghiera, il cielo si aprì e scese su di lui lo Spirito Santo (Lc 3,21-22), Fu la preghiera di Gesù, si direbbe, a far aprire i cieli e a far scendere su di lui lo Spirito Santo. Anche l’effusione della Pentecoste avvenne così: mentre tutti costoro erano perseveranti nella preghiera, venne dal cielo un rombo come di tuono e apparvero lingue di fuoco (cfr. At 2,1-4). Del resto Gesù stesso aveva detto: Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore (Gv 14,16): ogni volta l’effusione dello Spirito è messa in rapporto con la preghiera.
Questi segni: l’imposizione delle mani, la preghiera e l’amore fraterno, parlano tutti di semplicità; sono strumenti semplici. Proprio in questo essi recano il marchio delle azioni di Dio. Il contrario di ciò che fa il mondo: nel mondo più sono grandi gli obiettivi da conseguire, più l’apparato dei mezzi è complicato.
Se la semplicità è il marchio dell’agire divino, bisogna preservare assolutamente questo marchio nel conferire l’effusione dello Spirito, per questo la semplicità deve risplendere in tutto: nella preghiera e nei gesti.
E’ bene ricordare che la grazia che si sperimenta nell’effusione non viene né dalle persone presenti (laici o religiosi) né dal soggetto che la riceve, ma solamente da Dio. Non sono quindi coloro che pregano a conferire lo Spirito Santo al fratello, ma lo invocano solamente. Lo Spirito non può essere dato, da nessun uomo, neppure dal Papa o dal Vescovo, perché nessun uomo possiede in proprio lo Spirito Santo. Solo Gesù può dare lo Spirito Santo; gli altri non lo posseggono, ma piuttosto sono posseduti da lui.
Perciò anche se l’effusione non è un sacramento, è però un evento; un evento spirituale: questa potrebbe essere la definizione che più si avvicina alla realtà. Un evento, dunque qualcosa che avviene, che lascia il segno, che crea una grande novità nella propria vita.

Conseguenze dell’Effusione

Per riassumere, la finalità del battesimo nello Spirito è quello di vivere in pienezza l’iniziazione cristiana, che appartiene a tutta la Chiesa, per diventare degli autentici testimoni di Cristo e ricevere al contempo la forza necessaria che altrimenti non potremmo avere in modo naturale.
Già abbiamo ricevuto questa potenza dall’alto; ma essa resta in noi sopita, come se fosse una forza legata dentro di noi. Ecco perché tramite l’effusione questa forza viene sciolta, liberata.
Con la preghiera di effusione si avvertono in noi degli effetti particolari e sensibili dello Spirito poiché è Gesù stesso che si manifesta e viene a possederci. Questa Pentecoste personale produce l’effetto di una forza trascinante, capace di trasformare totalmente la nostra vita personale e spirituale. Milioni di persone che hanno ricevuto la preghiera di effusione affermano che da quel giorno la loro vita è cambiata radicalmente.
Visto che la preghiera di effusione mira a ravvivare in noi la grazia, si manifestano spesso segni particolari dell’azione libera dello Spirito nell’anima del credente. Gli effetti di questa effusione sono reali e sperimentabili e, sebbene possano variare da persona a persona o compaiano gradualmente nella misura che si continua in questa “vita nuova nello Spirito”, possono essere così descritti:

– Un amore grande e nuovo verso il Signore, una profonda pace nell’anima e nello spirito, e una gioia esuberante che scaturisce dal cuore.
– Una grande inclinazione alla preghiera.
– Un profondo sentimento di peccato personale e grande desiderio di purificazione.
– Aumento di amore fraterno.
– Risveglio di una solida devozione a Maria, come madre Dio e della Chiesa.
– Il dono permanente dello Spirito Santo che agisce attivamente nella nostra persona e nella nostra vita indirizzandoci verso le leggi di Dio.
– Un incontro vivo, reale e tangibile con il Cristo vivente che si manifesta come duemila anni fa.
– Un’immersione profonda nel flusso d’amore di Dio che talvolta provoca la temporanea perdita dei sensi corporei.
– La sperimentazione personale che realmente Gesù ci ama così come siamo e che egli è morto in croce per noi individualmente.
– Una profonda trasformazione interiore.
– Il risveglio di alcuni carismi straordinari per l’aiuto e l’edificazione dei fratelli e della Chiesa (vedi sezione specifica).
– Sete per la lettura della Bibbia ed una sua profonda comprensione.
– Riscoperta dei Sacramenti e del Battesimo.
– Riconoscimento, nella fede, delle autorità ecclesiastiche.
– Un profondo attaccamento e riscoperta della Chiesa gravitante intorno a Maria.
– Il desiderio e la forza di evangelizzare per far conoscere Gesù a chiunque ci passi accanto.

Non sempre la manifestazione dello Spirito è immediata o evidente come sopra esposto. In questo caso è bene ricordare che i tempi di Dio non sono i nostri e che il Signore ci conosce singolarmente meglio di noi stessi, conosce le nostre necessità ed i tempi personali perciò agisce di conseguenza.
E’ bene inoltre notare che, a differenza della consacrazione allo Spirito Santo, che rappresenta un’attitudine attiva di offerta e donazione allo stesso, nell’effusione prevale una attitudine passiva affinché sia lo stesso Spirito di Dio a possederci. Tipico esempio è quello di Maria quando acconsentì di essere riempita dallo Spirito Santo per fare la volontà di Dio: eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto (Lc 1,38).
Come il battesimo nello Spirito fu per gli Apostoli il principio di una nuova vita, così anche per noi non deve essere il punto di arrivo ma solo il principio di un vivere realmente in pienezza la vita cristiana.

Fonte: estratti di un insegnamento di Padre Raniero Cantalamessa

La Pentecoste ieri e oggi

La Pentecoste ieri e oggi

“Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi” (At 2,3-4)

Dio, che ha condotto sempre in ogni epoca e in ogni circostanza la storia umana, ha deciso di effondere il suo Spirito divino anche in questi ultimi tempi, proprio come nei primi giorni del cristianesimo (cfr. At 2:17).
Per comprendere in profondità questo rinnovamento spirituale suscitato da Dio stesso ai nostri giorni, è necessario rifarsi all’ esperienza che gli Apostoli fecero il giorno di Pentecoste.
Il libro degli Atti degli Apostoli si apre con la narrazione dell’ultima apparizione di Gesù risorto, prima della sua ascensione al cielo. Gesù scomparirà definitivamente. I suoi discepoli non lo rivedranno più: mentre si trovava a tavola con essi, ordinò loro di non allontanarsi da Gerusalemme, ma di attendere che si adempisse la promessa del Padre quella, disse, che voi avete udito da me: Giovanni ha battezzato con acqua, voi invece sarete battezzati in Spirito Santo, fra non molti giorni (At 1,4-5).
I discepoli perciò dovettero rimanere in città fino a che non si realizzò la promessa del Padre, cioè che fossero battezzati in Spirito Santo.
Da notare che gli apostoli erano già incorporati a Gesù mediante la sua chiamata ed elezione, avevano già ricevuto l’investitura apostolica con i poteri che da questa scaturiscono, già cacciavano i demoni e guarivano i malati, già avevano preso parte alla prima cena eucaristica e ricevuto l’autorità necessaria per reiterarla in sua memoria, già erano stati costituiti quali inviati di Gesù come egli stesso lo era stato del Padre, già avevano anche ricevuto l’effusione di Spirito Santo per poter rimettere i peccati. Viene allora da chiedersi perché la necessità di questo battesimo nello Spirito Santo.
La risposta la da Gesù stesso: …avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra (At 1,8).
Quest’affermazione di Gesù manifesta il fine diretto dell’ effusione dello Spirito e, di conseguenza, del battesimo nello Spirito Santo che gli apostoli stanno per ricevere.
E’ chiaro che la discesa dello Spirito sui discepoli di Gesù li trasformerà in suoi testimoni e, in virtù di questa invasione di forza dall’ alto, essi saranno capaci di compiere cose fino ad allora inconcepibili.

Trascorso il tempo dovuto si adempie quindi la promessa di Gesù mentre erano tutti riuniti (compresa Maria) all’interno del cenacolo: Venne all’improvviso dal cielo un rombo come di vento che si abbatté gagliardo, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro: ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2,2-4).
Questa realtà divina fu manifestata mediante segni visibili che servirono a manifestare il senso profondo dell’ effusione dello Spirito.
L’ultimo fenomeno descritto era il carisma chiamato xenoglossia o il “parlare in lingue straniere”, in maniera intelligibile. Questo carisma, dono dello Spirito Santo, invitava a pensare che l’unione dell’umanità, disgregata in altri tempi (torre di Babele) (cfr. Gn 11,1-9), poteva essere restaurata adesso.
Oltre la xenoglossia si manifestò anche il dono delle lingue o glossolalia (espressioni aconcettuali tipiche dello Spirito). Così è descritta la reazione dei presenti sul posto: Venuto quel fragore, la folla si radunò e rimase sbigottita perché ciascuno li sentiva parlare la propria lingua. Erano stupefatti e fuori di sé dicevano: «costoro che parlano non sono forse tutti giudei? E com’è che li sentiamo ciascuno parlare la nostra lingua nativa? Siamo Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirene, stranieri di Roma, Ebrei e Proseliti, Cretesi e Arabi e li udiamo annunciare nelle nostre lingue le grandi opere di Dio (At 2,6-11).
Gli Apostoli, realmente e pienamente posseduti dallo Spirito Santo, parlavano in uno stato d’esaltazione estatica simile a quella degli antichi profeti.
Mentre prima di questo episodio gli Apostoli stavano rinchiusi nel cenacolo per paura di essere catturati e uccisi, dopo che lo Spirito, forza di Dio, era disceso su di loro ed aveva preso possesso di loro, “alzandosi in piedi, Pietro, con gli undici, alzò la voce” e pronunciò sotto l’impulso dello Spirito Santo la prima testimonianza pubblica su Gesù. Ciò avvenne sotto gli occhi di tutti, fuori dal luogo che poco prima era considerato come un rifugio, e rivolto verso tutti i presenti (stranieri e non).

Il comportamento di Pietro spiega quello che sta accadendo. Dio incomincia a compiere quello che Egli stesso aveva preannunciato; adesso ha effuso il suo Spirito sopra gli Apostoli e continuerà ad effonderlo, non solo su di loro, ma sopra tutti gli uomini (cfr. Gal 3,1-5). Questa presenza dello Spirito sarà resa viva mediante i vari carismi: profezie, visioni, sogni, prodigi, segni.
Chi crede ed afferma che la Pentecoste con tutti i suoi portenti sia qualcosa di relegato solo alla vita dei primi cristiani, inciampa contro la Parola di Dio e rischia di vivere la religione come un puro concetto astratto, lontano, rituale, intellettuale e svuotato di una reale apertura e docilità all’azione dello Spirito vivificante di Cristo.
La Pentecoste è la potenza di Dio che viene ad abitare in noi semplici creature; questa inabitazione è manifestata dai vari segni e dai frutti dello Spirito Santo (amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mansuetudine, autocontrollo -cfr. Gal 5,22-).
Continua Pietro nel libro degli Atti con una forte professione di fede: Questo Gesù, Dio l’ha resuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato pertanto alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo che egli aveva promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire (At 2,32-33).

Trasformazione spirituale, illuminazione e crescita nella fede, forza per dare testimonianza di Gesù, dono delle lingue, tutto questo rappresenta il dono di Pentecoste per i discepoli di Gesù. Fu il loro battesimo nello Spirito Santo.
Dopo che Pietro, con la forza ed il fuoco dello Spirito Santo, ebbe proclamato la prima testimonianza su Gesù, i presenti, toccati nei loro cuori, aperti alla grazia e seguendo l’azione intima di Dio, si rivolsero a lui ed agli altri Apostoli dicendo: Che cosa dobbiamo fare fratelli? E Pietro disse: pentitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per la remissione dei vostri peccati; dopo riceverete il dono dello Spirito Santo. Per voi infatti è la promessa e per i vostri figli e per tutti quelli che sono lontani, quanti ne chiamerà il Signore Dio nostro (At 2,37-39).
E’ chiaro perciò, che una volta convertiti e battezzati (con acqua) nel nome di Gesù, i nuovi discepoli ricevono il dono dello Spirito Santo, che è un regalo che Dio stesso ha promesso, poiché lo Spirito Santo – sottolinea Pietro – non è solamente per gli Apostoli, bensì per tutti i credenti. La promessa di Pentecoste con il dono dello Spirito Santo si estende perciò alle persone di tutte le nazioni e di tutti i tempi.
Si adempie la promessa di Gesù fatta ai discepoli ed ai veri credenti di tutti i tempi: In verità, in verità vi dico: anche chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre (Gv 14,12).
Di fatto, gli Apostoli ma anche i vari Santi dei nostri giorni, hanno manifestato nella loro vita la potenza dello Spirito Santo in loro operante, realizzando svariate guarigioni miracolose, liberazioni da demoni, risurrezioni di morti e tanti altri prodigi.