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Preghiere non esaudite e loro deviazioni

Le deviazioni nella preghiera

“Non chiunque mi dice: Signore, Signore, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli” (Mt 7,21)

A differenza di quanto comunemente si crede, anche la preghiera cristiana può trasformarsi in uno sterile automatismo intriso di connotati superstiziosi e magici. Ciò avviene ogni qualvolta si da un valore eccessivo a determinate parole o frasi che, pronunciate in sequenza o per determinati periodi, porterebbero con relativa certezza al raggiungimento degli obiettivi desiderati.
Ciò si può verificare anche in un contesto religioso quando, ad esempio, si confida nel fatto che pronunciando una determinata preghiera, arrivi in automatico la grazia richiesta, la guarigione o la risoluzione di un certo problema.

La preghiera magica, superstiziosa, emozionale e psicologica

Condannando ogni forma di superstizione, definita come eccesso perverso della religione, il Catechismo della Chiesa Cattolica sottolinea infatti come attribuire alla sola materialità della preghiera o dei segni sacramentali la loro efficacia, prescindendo dalle disposizioni interiori che richiedono, è cadere nella superstizione.
E riguardo alle espressioni della preghiera, a proposito di quella vocale si precisa che: Il bisogno di associare i sensi alla preghiera interiore risponde a una esigenza della natura umana. Siamo corpo e spirito, e quindi avvertiamo il bisogno di tradurre esteriormente i nostri sentimenti. Dobbiamo pregare con tutto il nostro essere per dare alla nostra supplica la maggior forza possibile.
Perciò la preghiera, affinché possa essere considerata tale ed accetta a Dio, deve unire alle parole ed ai gesti esteriori il dovuto trasporto del cuore e dell’anima insieme a pure intenzioni e sentimenti di fede, speranza e carità. Su questo punto parla chiaramente Gesù condannando ogni forma di falsa preghiera (cfr. Mc 7,6b; Mt 6,7).
Quindi non è la materialità delle parole che conta o il credere in preghiere più “efficaci” o più “potenti” di altre e in grado di fornire grazie e miracoli come e quando si vuole.
Questa mentalità ed approccio contribuisce a creare una falsa immagine di Dio e una spiritualità “fai da te” in cui la regola da seguire è quella relativa ai propri bisogni.
Per molti, ad esempio, l’unica forma di spiritualità è costituita da pratiche quali le novene, le quindicine e le orazioni di vario genere; un mondo devozionale che porta tanti fratelli ad attribuire un’importanza esagerata alla recita continua di formule per strappare le grazie al Signore.
Queste pratiche possono essere un reale aiuto solo se purificate dall’atteggiamento magico che spesso le accompagna e se armonizzate con i principi liturgici attuati dalla Chiesa.
A tal proposito si esprime chiaramente la Congregazione per il Culto Divino e la disciplina dei Sacramenti affermando che: L’accento posto esclusivamente sulla pietà popolare, la quale per altro deve muoversi nell’ambito della fede cristiana, può favorire un processo di allontanamento dei fedeli dalla rivelazione cristiana e di riassunzione in modo indebito o distorto di elementi della religiosità cosmica e naturale; può determinare l’introduzione nel culto cristiano di elementi ambigui provenienti da credenze pre-cristiane o che siano unicamente espressione della cultura o della psicologia di un popolo o di una etnia; creare l’illusione di raggiungere il trascendente attraverso esperienze religiose inquinate; compromettere il genuino senso cristiano della salvezza quale dono gratuito di Dio, proponendo una salvezza che sia conquista dell’uomo o frutto del suo sforzo personale; può infine far sì che la funzione dei mediatori secondari, quali la Beata Vergine Maria, gli Angeli, i Santi e talora i protagonisti della storia nazionale, sovrasti nella mentalità dei fedeli il ruolo dell’unico Mediatore, il Signore Gesù Cristo.

Un altro ostacolo che sovente contamina la preghiera è la tendenza all’evasione, cioè l’incapacità di vivere l’attimo presente come occasione di grazia per mettersi alla presenza di Dio.
La causa principale è costituita dalle distrazioni, dalle preoccupazioni, dai mille pensieri che affollano la nostra mente e che non ci permettono la giusta concentrazione e di raggiungere un adeguato stato di abbandono in Dio.
Ci si proietta impercettibilmente nel passato, si pensa a ciò che si è fatto, alle persone incontrate, alle parole pronunciate, ci si sofferma sulle esperienze tristi, sulle delusioni ricevute.
Allo stesso modo, la grazia di Dio viene vanificata quando ci si proietta esageratamente nel futuro, pensando a ciò che si dovrà fare, a come risolvere i problemi che si presenteranno, ecc …
E’ perciò necessario concentrarsi su Dio e decentrarsi da se stessi, per fissare lo sguardo spirituale unicamente su Dio. Bisogna educarsi alla “preghiera di presenza” di cui parlano i mistici, che si può realizzare solo attraverso il silenzio e l’ascolto della parola del Signore, così come ha fatto Maria. Il suo esempio è il modello di ogni preghiera di presenza per fuggire la tentazione dell’evasione.

Anche la preghiera emozionale e la ricerca del sensazionale rappresenta un reale rischio di deviazione. Tra le molte esigenze che affiorano nella vita dell’uomo c’è la ricerca di forti emozioni, di qualcosa o di qualcuno che possa rompere con la quotidianità per fare sperimentare qualcosa di nuovo.
Questa esigenza molto spesso viene ricercata nella preghiera quando si va alla ricerca di qualcosa che scuota interiormente e possa dare segni concreti della presenza divina.
A tal proposito si esprime la Congregazione per la Dottrina della Fede, che ha dato delle chiare disposizioni disciplinari per regolare lo svolgimento delle riunioni di preghiera e per evitare: «forme simili all’isterismo, all’artificiosità, alla teatralità o al sensazionalismo». Un forte invito alla prudenza e a focalizzare la finalità della preghiera, che non è la ricerca delle emozioni, che durano un momento e non sono mai feconde, ma il sincero dialogo con Dio che supera le nostre momentanee emozioni e diventa esperienza di vita anche nei momenti in cui essa è attraversata dalla sofferenza.
Dobbiamo agire confidando non in ciò che “sentiamo” (la fede non è questione di sentimento), ma in ciò che sappiamo perché Dio ce lo ha promesso. La buona preghiera non è data da una particolare sensazione mistica o dalle nostre emozioni.

Come ultimo rischio da ricordare c’è la deviazione della preghiera come tecnica psicologica.
Riferendosi ai nuovi fenomeni sincretistici molto in voga come ad esempio la New Age, improntate ad un particolare tecnicismo della preghiera che porta a ripiegare su se stessi e a costruirsi una pseudo-religiosità dal carattere psicologico, il Pontificio Consiglio afferma che: La preghiera cristiana non è un esercizio di auto contemplazione, di staticità e di svuotamento di sé, ma un dialogo d’amore che conduce ad arrendersi sempre più alla volontà di Dio, per mezzo della quale siamo invitati a una profonda e autentica solidarietà con i nostri fratelli e le nostre sorelle.

Fonte: “La preghiera che libera. Ostacoli, deviazioni e tendenze magiche nella preghiera cristiana”, Don Leoluca Pasqua, Edizioni RnS

Altri motivi per cui la preghiera non viene esaudita

Il pensiero di san Tommaso riguardo al problema della preghiera non esaudita la possiamo trovare nella Summa teologica II-II, 83,15, ad 2. E’ possibile riassumere le motivazioni nei seguenti punti:

1. Le preghiere non vengono esaudite quando non chiediamo cose utili per la nostra salvezza eterna.
Peggio ancora se chiediamo di poter compiere un peccato. “Se le cose che uno domanda per sé non gli sono utili per la beatitudine (cioè, la salvezza eterna), non le merita: anzi talora compromette il suo merito, desiderando e chiedendo queste cose: per esempio, se uno chiede a Dio di poter compiere un peccato; il che equivale a pregare in modo non pio”.

2. Possono non essere esaudite quando domandiamo cose che non sono necessarie alla salvezza eterna, ma neppure le sono chiaramente contrarie. A questo proposito S. Agostino dice: “Chi con fede prega per le necessità della vita presente, con uguale misericordia può essere esaudito e non esaudito. Poiché il medico sa meglio del malato quello che fa bene all’infermo”. Per questo S. Paolo non fu esaudito quando chiese di essere liberato dallo stimolo della carne, perché appunto non era conveniente” (Sent. Prosp. 213).

3. Se invece si domanda ciò che è utile alla salvezza eterna di chi prega, e ciò che chiede è un bene indispensabile per la sua salvezza, allora “riceve infallibilmente quanto chiede”, sebbene il tempo dell’esaudimento possa essere differito perché Dio ci dà quelle grazie “al tempo debito”. Per questo infallibilmente si ottiene quando si domandano le virtù che sono necessarie per la salvezza: fede, speranza carità, castità, giustizia…

4. Tuttavia questo esaudimento “può essere impedito se uno non insiste a pregare. Ecco perché S. Basilio scriveva: “Per questo spesso domandi e non ottieni, perché domandi malamente, e con poca fede, o con leggerezza, oppure chiedendo cose che non ti giovano, o senza insistere”.

5. Ugualmente non si viene esauditi quando preghiamo per persone che non si dispongono – cambiando vita – a ricevere le grazie domandate. Grazie che invece vengono date se uno – cambiando vita – si dispone a riceverle.

6. Perciò, conclude San Tommaso, “perché uno ottenga sempre ciò che domanda, si richiede il concorso di queste quattro condizioni:
– che preghi per se stesso,
– che chieda cose necessarie per salvarsi,
– che lo faccia con pietà
– che lo faccia con perseveranza”

Fonte: “Amicidomenicani.it”, sezione “Un Sacerdote risponde”

Rivelazioni private e discernimento

Rivelazioni private e discernimento

“Carissimi, non prestate fede ad ogni spirito, ma mettete alla prova gli spiriti, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono venuti nel mondo” (1Gv 4,1)

La Teologia cattolica ha fatto sempre una netta distinzione fra la rivelazione pubblica e la rivelazione privata.

La Rivelazione Pubblica è quella che è indirizzata a tutta l’umanità, come oggetto della fede universale ed è contenuta per intero nella Sacra Scrittura (La Bibbia) e nella Tradizione.
Le Rivelazioni Private invece sono quelle che sono indirizzate ad una sola persona o ad un certo numero di persone (non già, come la Rivelazione pubblica, a tutta l’umanità) senza essere necessariamente oggetto della fede universale. Possono avvenire mediante apparizioni, locuzioni ecc. (interessanti i sensi esterni) oppure mediante visioni, rivelazioni ecc. (interessanti i sensi interni).
Secondo la Teologia cattolica, queste rivelazioni private sono: possibili, reali, relativamente rare, necessariamente subordinate alla rivelazione pubblica, estranee al Deposito della Rivelazione, utili.

– POSSIBILI: la Chiesa, sottomettendole al suo giudizio e non scartandole “a priori” le ritiene perciò possibili. Alcune, anzi, le ha permesse e lodate. E’ ovvio infatti che Dio, per il fatto di aver dato all’umanità una Rivelazione pubblica, non abbia affatto rinunziato alla libertà di aggiungere alcune rivelazioni private, particolari, meno estese e, a volte, del tutto individuali.
– REALI: per lo meno in certi casi, per il semplice fatto che la Chiesa stessa permette che alcune di tali rivelazioni circolino tra i fedeli, e qualcuna (per es. quelle del S. Cuore a S. Margherita Alacoque) sia stata persino fondamento di un culto liturgico e perciò ufficiale.
– RELATIVAMENTE RARE: si tratta infatti d’interventi soprannaturali straordinari, e perciò fuori dell’ordinario, rari. Per questo la Chiesa, dinanzi alle asserite rivelazioni, ha usato sempre molto riserbo ed ha proceduto sempre con grande cautela e con estrema circospezione.
– NECESSARIAMENTE SUBORDINATE ALLA RIVELAZIONE PUBBLICA: debbono infatti essere giudicate alla luce della Rivelazione pubblica: se sono ad essa conformi, possono essere vere; se, al contrario, sono ad essa difformi, debbono ritenersi false; se sono poi ad essa dubbiamente conformi, debbono ritenersi dubbie (ossia, né necessariamente false, né necessariamente vere). ciò che è incerto e discutibile (quale è la rivelazione privata) va giudicato alla luce di ciò che è certo e indiscutibile (quale è la Rivelazione pubblica). Non è la Rivelazione pubblica che dipende dalle rivelazioni private, ma sono le rivelazioni private che dipendono dalla Rivelazione pubblica.
– ESTRANEE AL DEPOSITO DELLA RIVELAZIONE PUBBLICA: alla quale nulla di sostanzialmente nuovo possono aggiungere. Anche nel caso in cui le rivelazioni private sono bene accertate, la Chiesa non le impone alla credenza dei fedeli (come fa invece con la Rivelazione pubblica), per cui la Chiesa non ha mai giudicato come “eretici” coloro che si rifiutano di ammetterle; ciò pero non toglie che costoro possano essere, talvolta, imprudenti e temerari nel rifiutarle. Le rivelazioni private, nell’ipotesi che siano realmente di origine divina, obbligano soltanto coloro che ne sono da Dio favoriti, nonché tutti coloro per i quali la loro realtà storica e teologica è certa. Si tratta però di prestar loro una fede puramente “umana” (non già “cattolica”).
– UTILI: quantunque nulla aggiungano o possano aggiungere di sostanzialmente nuovo alla Rivelazione “pubblica” (già completa in Cristo), non per questo debbono ritenersi inutili. Esse infatti sono molto utili alle anime di coloro ai quali esse vengono comunicate. In più modi, ossia: nutrendo e sviluppando la fede e la pietà della Chiesa; fornendo una più chiara intelligenza delle verità e dei documenti della Rivelazione pubblica. Con le rivelazioni private, Dio ci aiuta a trarre maggiore profitto dalla Rivelazione pubblica.

I criteri per accertare l’autenticità di una rivelazione privata e per scorgere l’elemento umano che vi si può infiltrare, sono tre e riguardanti: la persona che riceve la rivelazione; la materia alla quale essa si riferisce; gli effetti che essa produce.

La persona favorita da rivelazioni deve essere considerata nelle sue qualità sia naturali sia soprannaturali.
Qualità naturali, ossia temperamento (se equilibrato oppure psiconevrotico, isterico); qualità intellettuali (se persona di buon senso oppure fantastica, esaltata); qualità morali (se persona completamente sincera oppure incline ad esagerare, ad inventare).
Qualità soprannaturali, ossia: se dotata di virtù soda, se obbediente e, in modo tutto particolare, se ha sincera e profonda umiltà (oppure cerca di mettersi in mostra). Tutti questi elementi (qualità naturali e soprannaturali della persona) qualora risultassero positivi, non provano, certo, la realtà della rivelazione; sono pero di valido aiuto a giudicare il valore delle asserzioni della persona che si dice favorita da rivelazioni. Se invece i suddetti elementi risultassero negativi, la realtà della rivelazione non sarebbe attendibile.
Altro criterio per accertare la realtà di una rivelazione è la materia alla quale si riferiscono le rivelazioni. Ogni rivelazione che è realmente (non solo apparentemente) contraria alla fede, ai buoni costumi o alla decenza, va inesorabilmente rigettata, poiché Dio non può contraddirsi, insegnando cose contrarie a ciò che insegna la Chiesa, custode ufficiale del Deposito della Fede. Altrettanto si dica delle cose che si oppongono all’unanime insegnamento dei Padri e dei Teologi (non già se si tratta di opinioni controverse). Anche le richieste di cose impossibili ad eseguire non possono ammettersi come provenienti da Dio. Se, al contrario, le cose contenute nella rivelazione privata non solo sono ortodosse, ma sono anche superiori alle capacità naturali dello scrittore, si ha un criterio positivo per la sua preternaturalità.
Un terzo criterio per accertare la realtà di una rivelazione è costituito dagli effetti prodotti dalla rivelazione. Dai frutti, infatti, si conosce l’albero. Le rivelazioni reali, vere, producono serenità e pace; le false producono paura, angoscia, turbamento, tristezza, scoraggiamento ecc., frutti dell’arte diabolica. Le rivelazione vere rassodano l’anima nella virtù, particolarmente nell’umiltà; le false invece producono orgoglio (cfr. S. Teresa di Gesù, Il Castello interiore).
È tuttavia necessario tener presente che una rivelazione può essere reale, ossia, vera nella sua sostanza e falsa nei suoi accessori. Ciò è dovuto, principalmente, alla mescolanza dell’attività umana, naturale della veggente (senza che se ne accorga) con l’azione divina, soprannaturale di Dio; e si verifica, in modo particolare, nelle rivelazioni scritte da persone dotate di fantasia straordinariamente vivace. A causa di una tale infiltrazione, nelle rivelazioni private vengono, a volte, a trovarsi errori di scienze fisiche, di scienze storiche, idee, pregiudizi o sistemi teologici ecc. Vengono così date come divinamente rivelate cose che sono parto dell’immaginazione. Dio infatti non è tenuto a correggere i pregiudizi e gli errori scientifici che possono trovarsi nella mente dei veggenti, poiché ha di mira il loro bene spirituale, non già la loro formazione intellettuale.

Fonte: “La Madonna negli scritti di Maria Valtorta”, P. G. M. Roschini O.S.M., Isola del Liri

Santuari, icone, statue e reliquie

La corretta devozione religiosa

“Non ti farai idolo né immagine alcuna di quanto è lassù nel cielo, né di quanto è quaggiù sulla terra, né di quanto è nelle acque sotto la terra. Non ti prostrerai davanti a loro e non li servirai. Perché io, il Signore, tuo Dio” (Es 20, 4-5)

Un aspetto caratteristico della Chiesa Cattolica è la presenza di numerosi santuari dedicati a Maria e ai Santi in tutto il mondo.
Il tempio o santuario indica il luogo dove Dio “dimora” e gli uomini entrano per stare alla sua presenza ed esercitare un culto di adorazione e invocazione del suo Nome. E’ perciò bene ricordare che i vari santuari dedicati ai Santi, sono dimore di Dio prima di esserlo dei Santi stessi. In essi si deve svolgere principalmente “il culto di Dio nei Santi” e, poi, “il culto dei Santi”. Purtroppo questa grande realtà sfugge alla maggior parte dei fedeli che frequentano questi santuari, perché la presenza di Dio in questi luoghi è più invisibile e nascosta rispetto alla presenza dei Santi, più visibile e manifesta.
Queste costruzioni hanno lo stesso valore delle immagini e delle statue, usate per la venerazione dei Santi. Sono elementi secondari della venerazione, che traggono il loro valore dal riferimento al santo che rappresentano. Se il santo era in vita un santuario vivente di Dio, anche il santuario a lui dedicato partecipa della presenza di Dio che era nel santo. Il santuario terreno, costruito a immagine della dimora celeste del santo, introduce i fedeli che lo visitano con devozione al santuario celeste, dove ora egli vive.
La presenza della gloria di Dio viene poi testimoniata dai molteplici miracoli e dalle grazie interiori che i fedeli ricevono, quando con spirito di fede e vera pietà visitano i santuari dei Santi.
La concezione del santuario che è primariamente santuario dell’unico Dio, non appare evidente, perché spesso sono visitati più a motivo dei Santi che di Dio. Il riferimento al santo è diretto, quello a Dio è indiretto. In essi è più evidente il culto dei Santi che il culto di Dio in essi. Spesso il popolo si ferma ai Santi e non arriva a trovare Dio.

Un’altra delle caratteristiche più vistose della venerazione cattolica di Maria e dei Santi è l’impiego di statue e immagini, che li rappresentano.
A tal proposito si esprime in maniera decisiva il Concilio Niceno II (787), radunato per condannare gli iconoclasti e affermare l’uso delle immagini sacre nel culto di Dio. Esso dice: Non si tratta, certo, di adorazione (latria), riservata dalla nostra fede solo alla natura divina, ma un culto simile a quello che si rende alla immagine della croce preziosa e vivificante, ai santi evangeli e agli altri oggetti sacri, onorandoli con l’offerta di incenso e di lumi secondo il pio uso degli antichi. L’onore reso all’immagine in realtà appartiene a colui che vi è rappresentato e chi venera l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto (28). Il Nuovo Catechismo della Chiesa cattolica ripropone la stessa dottrina: Il culto cristiano delle immagini non è contrario al primo comandamento che proscrive gli idoli. In effetti, “l’onore reso ad un’immagine appartiene a chi vi è rappresentato” (S. Basilio), e “chi venera l’immagine, venera la realtà di chi in essa è riprodotto” (Concilio di Nicea II). L’onore tributato alle sacre immagini è una “venerazione rispettosa”, non un’adorazione che, conviene solo a Dio (n. 2132).
Questi simboli hanno il compito di unire due realtà, di essere un luogo d’incontro tra ciò che è in alto, il mondo celeste, e ciò che è in basso, il mondo dei fedeli in terra. Per questo icone, statue sacre e altri oggetti di culto hanno forme e adornamenti, che derivano dal loro valore simbolico e non naturale. Non è necessario che l’immagine di un santo riproduca le sue fattezze fisiche naturali. Nessuno di noi conosce le fattezze di Maria, eppure Maria è continuamente raffigurata. Le icone di Maria sono simboliche, non sue raffigurazioni naturali. Allo stesso modo, il culto intorno agli oggetti sacri, come le incensazioni, il bacio e altro, ha valore simbolico. Esprime l’elevarsi del cuore dei fedeli mediante gesti permeati di fede, amore, fiducia verso realtà celesti, che nei simboli delle icone e delle statue si rendono loro presenti.
In questo culto intorno ai simboli di Dio e dei Santi vi è il pericolo di enfatizzare a tal punto il ruolo dei simboli, da renderli indispensabili per un contatto con Dio e con i Santi. Il valore divino dei simboli fa parte di quelle verità della fede, che sono relative al fondamento. A monte di essi vi è il fondamento della fede, che è Dio in sé e tutto il suo mistero. La nostra unione salvifica con Dio avviene al di là dei simboli, mediante lo Spirito Santo infuso in noi con la fede in Gesù Cristo. I simboli della fede, tra cui vi è anche la sacra Scrittura, vengono prima o dopo, come modi in cui il fondamento della fede, che è Dio in sé, si rende presente in qualche modo agli uomini. Si rischia l’idolatria dei simboli, quando essi vengano scambiati per Dio in sé, quasi che fuori di essi non c’è possibilità di comunicazione con Dio. Il culto di Dio e dei Santi può avvenire anche senza il ricorso a loro simboli, all’interno del cuore. È il culto esteriore e sociale che richiede l’uso dei simboli, non tanto quello interiore e privato.
Si può evitare l’ enfatizzazione dei simboli, considerando il loro ruolo di “strumenti” della fede e del culto, e non di “fine”. Questa enfatizzazione può avvenire anche nei confronti della Sacra Scrittura, quando la Parola di Dio non viene prevalentemente considerata nel suo aspetto originario e vivente, che è prima e fuori di ogni scrittura, ma soprattutto nel suo simbolo scritto, qual è la Bibbia.
Ciò induce a trasformare la religione della Chiesa nella “religione del Libro”, mentre essa è la religione che nasce non da un libro consegnato agli uomini, per quanto sacro possa essere, ma dalla rivelazione del Dio vivente, trasmessa vitalmente di generazione in generazione per l’assistenza dello Spirito Santo alla comunità di Dio, sorta da questa rivelazione. La “Parola di Dio”, norma di fede dei credenti, non è prima di tutto la sacra Scrittura, ma la rivelazione viva di Dio, custodita dalla fede della Chiesa in ogni tempo.
Ritornando ora al valore che hanno statue e immagini nel culto di Cristo, possiamo dire che tale uso è utile per il culto esteriore e comunitario, dato che questo ha bisogno di “simboli del culto”, intorno a cui esprimersi. Tuttavia senza il culto interiore e personale, improntato a retta fede e a vera ricerca di Dio, l’uso di questi simboli non esprime alcun autentico culto e scade facilmente in superstizione, in magia o in adempimento di tradizioni umane.

A volte Dio, secondo suoi misteriosi disegni, lega la presenza della sua grazia in un modo del tutto particolare a qualche statua e immagine di Maria o di qualche santo. E’ il caso delle immagini e della statue miracolose. Fra le immagini contemporanee, fatte dipingere su ordine esplicito di Gesù stesso, vi è quella che rappresenta Gesù misericordioso. Suor Faustina Kowalska così riferisce circa l’origine di questa immagine: «La sera, stando nella mia cella, vidi il Signore Gesù vestito di una veste bianca: una mano alzata per benedire, mentre l’altra toccava sul petto la veste, che ivi leggermente scostata lasciava uscire due grandi raggi, rosso l’uno e l’altro pallido. Muta tenevo gli occhi fissi sul Signore; l’anima mia era presa da timore, ma anche da gioia grande. Dopo un istante, Gesù mi disse: Dipingi un’immagine secondo il modello che vedi, con sotto scritto: Gesù confido in Te! Desidero che questa immagine venga venerata prima nella vostra cappella, e poi nel mondo intero. Prometto che l’anima, che venererà quest’immagine, non perirà. Prometto pure già su questa terra, ma in particolare nell’ ora della morte, la vittoria sui nemici. lo stesso la difenderò come Mia propria gloria (33).
Quando queste immagini sono riconosciute come particolarmente volute da Dio, vanno venerate a preferenza di altre. Questa preferenza non deve trasformarle in un oggetto magico, che dà forza indipendentemente dal loro contenuto e dalla relazione di fede che si instaura tra Gesù, Maria, un santo e il fedele. L’azione di Dio in questi oggetti li rende particolarmente adatti a svolgere la funzione di simboli nel culto reso a Gesù, a Maria, ai Santi. A volte queste immagini sono artisticamente brutte. Ve ne sono altre riguardanti Gesù, Maria e i Santi molto più belle. Eppure, poiché l’unzione dello Spirito ha toccato queste immagini, queste, anche se più brutte, vanno esposte alla venerazione e non altre più belle.

Lo stesso significato ha la benedizione, con cui la Chiesa benedice e, ancora di più, consacra gli oggetti destinati al culto. La benedizione della Chiesa sta sulla stessa linea di un intervento miracoloso dall’alto, che per iniziativa diretta di Dio eleva alla funzione di simbolo un qualche oggetto religioso. Con la benedizione un’immagine sacra viene, per così dire, “caricata” di un particolare significato simbolico, che aiuta il fedele ad elevarsi al mondo divino, simboleggiato dall’oggetto. L’unzione della grazia, che tocca l’oggetto sacro in virtù della benedizione della Chiesa in nome di Dio, fa partecipare l’oggetto al mondo divino, facendo di esso un simbolo celeste. Tutto questo può apparire un po’ materialistico, ma spiega la diversa reazione che hanno gli indemoniati, quando vengono esorcizzati con acqua benedetta o con acqua semplice. Davanti all’acqua benedetta reagiscono violentemente, davanti all’acqua normale no. Ciò dipende dal valore simbolico dell’acqua benedetta. Essa in un certo qual modo rende presente il mondo dello Spirito e la rende atta a produrre effetti spirituali che la semplice acqua naturale non produce.

Gli stessi principi teologici reggono l’uso di oggetti sacri da portare addosso. Ciò che di sacro hanno non è la loro rappresentazione materiale, ma il loro significato simbolico, che crea unione tra il fedele e il mondo celeste. A volte alcuni fedeli hanno scrupolo, quando si trovano nella necessità di distruggere immagini e statue sacre. Quando hanno un giusto motivo per farlo, non devono avere alcuno scrupolo, perché l’atto non è rivolto ad offendere il loro valore simbolico, ma a distruggere il loro aspetto materiale, perché non più adatto per l’uso. Quindi non si offende nessuna realtà divina. Altri ancora credono di manifestare pietà religiosa, accumulando immagini su immagini. È una falsa pietà, perché non è con l’aumento materiale dei simboli religiosi che si passa all’unione con le realtà divine che rappresentano. Basta a volte una sola immagine per elevarsi per suo mezzo ad un’unione intima col personaggio rappresentato. Scrive S. Giovanni della Croce: La persona profondamente devota ripone principalmente la sua devozione nell’invisibile, ha bisogno di poche immagini, usa poco di esse o si serve di quelle che sono più conformi al divino che all’umano, conformando esse e se stessa in loro allo stato e alla condizione dell’altro secolo e non a quella del presente … Quantunque sia bene gioire del possesso di quelle immagini le quali servono di aiuto all’anima per una maggiore devozione e perciò si devono scegliere sempre quelle che la muovono di più, tuttavia non è perfezione esservi attaccati tanto da possederle con spirito di proprietà e da affliggersi qualora le vengano tolte (34).

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom

La corretta devozione religiosa

La corretta devozione religiosa

“Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano essi mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini” (Mt 15,8-9).

E’ importante conoscere bene i Santi, creare un rapporto vivo che si instaura tra il credente ed il santo di cui si impara a conoscerne la luminosa vita. Ispirati dalla grandezza di costoro, dobbiamo infatti cercare di seguirne le orme e di chiedere loro aiuto e protezione nei vari momenti della nostra vita.
I Santi sono infatti ripieni di Dio, elevano costantemente la mente ed il cuore al Padre, e contemplano la reale presenza di Cristo in loro.
Moltissime persone si sono convertite leggendo le vite dei Santi ed altri, già sulla via di Dio, ricevono grazie al loro aiuto, grazie e luce spirituale per guardarsi dal peccato e crescere in santità.
Per questo la conoscenza dei Santi è un potente mezzo di elevazione spirituale, che Dio offre ai cristiani per la loro salvezza e santificazione.
C’è però il pericolo che il rapporto con i Santi diventi chiuso e non aperto a Dio. La persona, appagata dalla grandezza spirituale dei Santi e dalla speranza che, onorandolo, potrà ricevere la grazia tanto desiderata, non si preoccupa di crescere nella conoscenza del Padre e di Gesù Cristo e raggiungere un rapporto vivo con loro. Rimane così chiusa in una religiosità infantile e insufficiente rispetto alla vera cristianità, che ha come origine e fine l’unione col Padre per mezzo di Gesù Cristo.
La mentalità dei Protestanti commette l’errore opposto. Non vede alcuna utilità nel culto dei Santi per il cammino dell’elevazione dell’anima verso la conoscenza di Dio, anzi vede solo pericoli per la propria vita spirituale. Da qui la continua critica che fanno a questo culto, anche quando questo è vissuto rettamente e con frutto spirituale da parte dei Cattolici.

Il cristiano equilibrato non deve alimentarsi oltre misura della conoscenza dei Santi, ma solo quanto basta per condurre alla conoscenza di Dio. Man mano che cresce nella conoscenza di Dio, deve imparare a staccarsi dalla dipendenza dei Santi e non temere di vivere solo del rapporto col Padre nel molteplice manifestarsi. La conoscenza dei Santi ha la funzione che ebbe Giovanni Battista nei confronti di Gesù. Non era lui la luce, ma venne come testimone perché tutti credessero alla luce per mezzo di lui (cfr. Gv 1,7-8).
È segno di immaturità di fede, equivalente allo stato di “lattanti” nella vita spirituale, fermarsi alle pratiche di pietà religiosa intorno ai Santi, senza tener presente il fine cui devono portare, cioè l’adesione di amore al Padre ed alla sua volontà. Veri fratelli dei Santi sono coloro che aderiscono al Padre e fanno la sua volontà, come l’hanno fatta loro, e non soltanto coloro che fanno qualche pratica di pietà in loro onore, ma ben poco si preoccupano di conoscere Dio e di fare la sua volontà.
La lotta per la fede va fatta con lo sguardo fisso in Gesù, non tanto sui Santi. La fede è un “seguire Gesù” come lo hanno seguito i Santi, che ci hanno preceduto. Il ruolo di Gesù è quello di perfezionare la nostra vita di fede, mentre i Santi ci aiutano nell’avere lo sguardo fisso in Gesù.
Bisogna vigilare che non avvenga il contrario. Se ciò avviene, infatti, lo sguardo è fisso sui Santi e Gesù ha il ruolo di “circondare” il cristiano. Alcune abitudini e certe manifestazioni religiose danno l’impressione che patroni, fondatori, padri spirituali e veggenti siano più importanti di Gesù Cristo per la vita spirituale dei fedeli. Si cade allora in una “devozione senza discernimento”, molto pericolosa perché rivestita di pietà religiosa di cui molti non se ne avvedono.
Bisogna dunque capire che in alcuni momenti della vita spirituale il contatto vivo con Maria e i Santi sia la via che porta il credente ad avvicinarsi a Dio e viceversa, ma questo contatto vivo non è di necessità per ogni anima e in ogni tempo. Un cristiano maturo nella fede e nella pietà, vive in modo personale l’unione con Cristo e con la SS. Trinità, divenuta elemento vitale della propria anima. Al centro della sua vita spirituale vi è l’alleanza con Dio mediante le tre virtù teologali della fede, speranza e carità. Maria e i Santi sono avvertiti come “fratelli maggiori”, che aiutano a far vivere quest’alleanza ad ogni singolo fedele, ma non occupano il posto di Dio nel loro cuore.

Pur riconoscendo il culto di Maria e dei Santi come manifestazione soprannaturale dello Spirito nella Chiesa, dobbiamo ricordare che superiore ad esso vi è l’adorazione e l’invocazione di Dio e di Cristo, a cui il culto dei Santi va finalizzato. Infatti, se praticassimo il culto di Maria e dei Santi fino agli eccessi, senza che questo ci aiuti a crescere nell’amore e adorazione del Padre, a ben poco gioverebbe per la nostra santificazione tale culto e ogni pratica relativa come pellegrinaggi, ostensioni di immagini, devozioni e processioni.
Il culto, poi, va esercitato in modo da edificare sia l’assemblea dei credenti sia i non-credenti. Ciò si realizza non mischiando ad esso comportamenti superstiziosi e mondani o interessi terreni di vario tipo, come cosa principale da ricavare dalle pratiche di culto; il secondo, facendo sì che tutte le pratiche relative al culto dei Santi promuovano la crescita nell’amore di Dio e nelle virtù evangeliche.

Altro pericolo rischiano di diventare le tante feste popolari in onore dei Santi e della Madonna. Spesso si compiono infatti solo per tradizione, per prestigio sociale, ma non inducono ad un miglioramento, anzi, in occasione di queste feste, a volte si degenera in divertimenti e spettacoli addirittura immorali e peccaminosi. Questa realtà circonda anche le grandi festività liturgiche del Natale e della Pasqua. Più che all’impegno ascetico e mistico, si corre verso un maggiore consumismo, riducendo il culto di Dio e di Cristo ad un atto formale da soddisfare con la partecipazione alle funzioni religiose nel giorno di Natale e di Pasqua.

Vi è inoltre nel culto popolare dei Santi la tendenza a far perdere ad essi ogni riferimento alla SS. Trinità e a Cristo. I Santi non vengono più considerati come luci seconde e riflesse, rivelatrici della Luce primaria di Cristo che splende in loro, ma come dotati di luce propria che fa rimanere i devoti del santo fissati su di lui.
Ciò avviene perché ai motivi strettamente spirituali che dovrebbero guidare nella venerazione dei Santi, subentrano motivi umani e di prestigio sociale, o atteggiamenti superstiziosi e magici. Quando un santo diventa la gloria di un paese, da semplice patrono presso Dio può diventare il dio concreto di quel paese, più onorato di Gesù Cristo e di Dio Padre, a causa di un certo prestigio umano che il culto di quel santo dà a quel paese e dell’afflusso di pellegrini, che vengono dal santo per chiedere grazie. Questo è un culto sbagliato che i Santi stessi, dal cielo dove sono, detestano e rigettano come superstizione e vanità. Se la gloria del Signore, che risplende nei Santi ed ha fatto operare in loro grandi cose, non eleva i fedeli all’adorazione e glorificazione del Padre, soggetto principale di questa gloria, la venerazione dei Santi diventa priva di Spirito Santo, falsamente religiosa e sovente vittima di contraffazioni diaboliche.

E’ importante capire bene anche il significato di “patrono”, che viene conferito ad un santo nei confronti di un paese, di una diocesi, di una nazione, di una categoria di persone. Ciò indica una presenza attiva, che presiede nel bene e nella virtù, secondo la volontà divina, alla vita degli abitanti di quel paese e luogo, di cui il santo è patrono. Molti miracoli e grazie vengono in genere attribuiti a questa presenza attiva all’interno dei luoghi e delle attività di cui sono protettori. Il loro “patronato” è sulla linea dell’operato dell’angelo custode per ogni uomo, o degli angeli delle nazioni, che sono incaricati da Dio del governo celeste delle nazioni della terra.
Il patronato dei Santi su città, luoghi e attività, indica che Dio ha elevato nelle altezze riservate agli Angeli anche i Santi, per renderli loro collaboratori nell’ispirare ed aiutare i fedeli nel cammino di fede. Il potere di un santo, patrono di una città, deve essere sempre vissuto e inteso come incorporato alla volontà divina su tutti i fedeli, sulla Chiesa e sulle nazioni. Inoltre, deve essere sempre vissuto in modo tale che elevi i fedeli a vivere per il Signore secondo i suoi comandamenti, ad immagine di come è vissuto’ il santo nella sua vita terrena.

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom

La differenza tra adorazione e venerazione

Differenza tra adorazione e venerazione

“Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto” (Mt 4,10)

Nelle feste dei Santi, soprattutto nelle feste dei Patroni, è importante non lasciarsi distrarre da cose secondarie e di scarso valore religioso e concentrarsi nel santo, per realizzare attraverso di lui un vero incontro spirituale con Dio.
E’ inoltre necessario ricordare che i Santi non devono essere adorati allo stesso modo Dio ma soltanto venerati. Questa distinzione è di fondamentale importanza.
Bisogna evitare ogni comportamento, che renda praticamente il santo un sostituto di Dio nella religiosità della persona, cadendo perciò in una vera e propria forma di idolatria.

In un comportamento idolatrico stava cadendo anche l’apostolo Giovanni, l’evangelista ed il veggente dell’Apocalisse. Finita la rivelazione celeste, recatagli dall’angelo mediatore, Giovanni si stava prostrando davanti a lui per adorarlo. Ecco come egli rivela il fatto: Sono io, Giovanni, che ho visto e udito queste cose. Udite e vedute che le ebbi, mi prostrai in adorazione ai piedi dell’angelo che me le aveva mostrate. Ma egli mi disse: Guardati dal farlo! lo sono un servo di Dio come te e i tuoi fratelli, i profeti, e come coloro che custodiscono le parole di questo libro. È Dio che devi adorare (Ap 22,7). L’angelo, che si dichiara servo del Signore come Giovanni, rifiuta l’adorazione come se fosse Dio.
Un altro episodio in cui si rischia di sconfinare nell’adorazione impropria lo si può trovare in At 14,14-15.
Da qui possiamo ricavare la legge generale che è vietato e gravemente deviante dare ai Santi glorificati un culto di adorazione come a Dio. Dio solo va adorato e ringraziato come fonte e fine di tutte le grazie. I personaggi che entrano in questa categoria sono gli Angeli, Maria, i Santi glorificati, tutti servi del Signore, anche se dotati di diverse missioni e doni spirituali particolari. La devozione religiosa che si può avere nei loro confronti non deve mai sconfinare nell’adorazione. Essere devoti di Maria non vuoI dire adorare Maria, ma è darle il giusto onore che le spetta per la sua grandezza spirituale. Così è per tutti i Santi.

Tutte le manifestazioni esteriori di culto, sia liturgico che privato, che si danno agli Angeli, a Maria e ai Santi del cielo, non possono avere alcun significato di adorazione. Quando un cattolico si inginocchia e prega davanti alla tomba di un santo, non deve intendere con questo gesto adorarli, ma solo onorare la santità e la gloria di Dio presente in loro. Deve sapere distinguerli da Dio, che è essenzialmente diverso da quelle “divinità” che sono gli Angeli e i Santi. Fatto con questo spirito, la devozione ai Santi conduce facilmente alla glorificazione di Dio, che ha fatto grandi cose in loro ed è soltanto un modo di ricevere energia di santità e aiuto spirituale a contatto con un cristiano che ha raggiunto la santità perfetta.

La vera adorazione ha come oggetto Dio in persona, e questa si eleva e fa cadere gli uomini e gli angeli davanti a lui, prostrandoli in adorazione, quando su di loro si manifesta la gloria dell’Altissimo. L’uomo infatti ordinariamente non conosce Dio direttamente nella sua pura essenza spirituale, ma nelle sue manifestazioni straordinarie, in cui si rivela la sua gloria.
In tal modo chi riceve la rivelazione di questa gloria attraverso un servo del Signore e non direttamente da Dio, può cadere nell’errore di adorare colui che in quel momento gli rivela la gloria del Signore e di metterlo al posto di Dio.
Un processo analogo sta alla base dell’ adorazione di Dio di fronte alla contemplazione delle cose presenti nell’universo creato. San Paolo rivela che tutta la creazione di Dio è rivelatrice della sua gloria, costituita dai suoi stupendi ed eterni attributi (cfr. (Ro 1,20). Da qui il passo all’adorazione e alla glorificazione di Dio Creatore e al rendimento di grazie a lui è d’obbligo. Se non avviene, è perché la mente ottusa dell’uomo si è rivolta ad adorare le creature (persone, animali, ambienti, fenomeni, ecc.) a causa del loro splendore, piuttosto che il Creatore stesso.

Ai veri Santi invece, tutta la creazione parla della gloria di Dio, perché è pervasa dai suoi attributi di sapienza, di bontà, di potenza e da tanti altri ancora. Questi Santi, emanano la gloria di Dio in tutte le circostanze della vita e rendono a Lui lode ed onore di vero cuore.
E’ facile ora comprendere che con la venerazione noi facciamo riferimento al santo in quanto da lui si diffonde la gloria di Dio, mentre con l’adorazione facciamo riferimento a Dio, in quanto causa diretta della sua gloria, comunicata al santo. In tal modo la venerazione dei Santi non si contrappone né ostacola l’adorazione di Dio, ma anzi conduce naturalmente ad essa. Dio si glorifica in loro con la sua gloria comunicata loro, fatta di doni perfetti e grandi opere.

La teologia cattolica distingue molto bene Il culto di “latria” (adorazione), dovuto solo all’unico e all’eterno Dio, dal culto di “dulia” (venerazione), dovuto ai Santi a causa della loro partecipazione alla santità di Dio. Nei Santi si venera la stessa santità di Dio, che in loro è per partecipazione, in Dio per natura.
A Maria, la madre di Gesù, si dà un culto di “iperdulia”, a causa della sua santità eccellente e della sua divina maternità; si tratta comunque di semplice venerazione e non di adorazione di Maria. La devozione a Maria non è adorare Maria, ma è via che conduce all’adorazione di Dio, presente ed operante in lei. A lei l’onore come portatrice di Dio, a Dio,’ portato da lei, l’adorazione.

Il Nuovo Catechismo della Chiesa Cattolica parla dell’adorazione solo in relazione a Dio. Essa è l’atto principale della virtù della religione. Adorare Dio è riconoscerlo come Dio come il Creatore e il Salvatore, il Signore e il Padrone di tutto ciò che esiste, l’Amore infinito e misericordioso. «Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai» (Lc 4,8), dice Gesù, citando il Deuteronomio. Adorare Dio è riconoscere nel rispetto e nella sottomissione assoluta, il “nulla della creatura”, la quale non esiste che per Dio. Adorare Dio è come Maria nel Magnificat, lodarlo, esaltarlo, e umiliare se stessi, confessando con gratitudine che egli ha fatto grandi cose e che santo è il suo nome. L’adorazione del Dio Unico libera l’uomo dal ripiegamento su se stesso, dalla schiavitù del peccato e dall’idolatria del mondo (nn. 2096-97).

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom

L’intercessione dei Santi

L'intercessione dei Santi

“Poi venne un altro angelo e si fermò presso l’altare, reggendo un incensiere d’oro. Gli furono dati molti profumi, perché li offrisse, insieme alle preghiere di tutti i santi, sull’altare d’oro, posto davanti al trono” (Ap 8,3)

Maria e i Santi hanno una grande forza di portare alla salvezza molte anime. Tuttavia queste capacità non sono originarie, ma sono date loro da Gesù Cristo. Gli stessi poteri di Gesù sono esercitati da lui in nome del Padre. Solo il Padre è il principio e il fine di ogni potere di salvezza. E’ quindi evidente che anche la preghiera rivolta direttamente al Padre è efficace, anche senza ricorrere a Maria e ai Santi.

A tal proposito è bene ricordare che l’efficacia della preghiera rivolta a Dio a favore degli altri (chiamata intercessione) può essere sperimentata e praticata da tutti, ma essa è particolarmente efficace nei Santi perfetti e glorificati, in accordo a quanto dice san Giacomo: Molto vale la preghiera del giusto fatta con insistenza (Gc 5,16).

Uno dei motivi per cui l’intercessione di Maria e dei Santi è così potente, risiede nel fatto che costoro hanno ormai vinto la battaglia contro le potenze del male e raccolgono i frutti spirituali della loro vittoria, aiutando i cristiani che ancora stanno combattendo sulla terra ed intercedendo per essi.
Nel libro dell’Apocalisse di parla spesso del premio riservato da Dio ai “vincitori” (cfr. Ap 2,7.11.17.26-28; 3,5.12.21; 12,11; 14,4-5; 20,1-6) e delle condanne che aspettano agli operatori di iniquità e a Satana stesso.

Quando la Chiesa terrena, in modo pubblico o privato, si appella all’intercessione dei Santi del cielo, rendendo presente a Dio la vittoria che essi hanno conseguito contro il male e la gloria che ora godono in cielo, chiede soccorso ed aiuto per i fedeli ancora in lotta sulla terra contro le potenze del male. L’intercessione dei Santi del cielo non consiste tanto nel fatto che questi si mettano a pregare per noi quando li invochiamo (uscendo dal loro riposo contemplativo), ma nel fatto che la loro vittoria e gloria sono sempre presenti davanti a Dio non solo a loro beneficio, ma anche a vantaggio di quanti si appellano al loro aiuto.

Bisogna inoltre considerare che i Santi del cielo, anche se hanno conseguito il titolo della vittoria definitiva contro le potenze del male e partecipano della gloria di Dio, non hanno ancora conseguito la piena vittoria e la piena gloria. Infatti, non hanno ancora vinto la morte corporale, perché devono ancora risorgere con il loro corpo; inoltre, i loro nemici in terra non sono ancora annientati del tutto e la comunione con tutti i Santi è ancora da realizzarsi in modo perfetto. Per questo la storia della salvezza, che si svolge sulla terra, va avanti anche per rendere completa la giustizia ai Santi del cielo. Essi conseguiranno la vittoria e gloria completa solo alla fine della storia. È logico quindi pensare che essi dal cielo siano con Cristo, loro capo, al timone della storia per pilotarla verso il compimento perfetto della loro vittoria e gloria.

Vi è però un’ulteriore evoluzione del mistero di Dio, che già si manifesta al tempo del ministero pubblico di Gesù in Palestina. Gesù invia in missione i dodici apostoli prima, e altri settantadue discepoli poi, dando ad essi gli stessi suoi poteri di annunziare il Vangelo, di guarire gli infermi e di liberare gli indemoniati (Lc 9,1-6; 10,1-11). Apostoli e discepoli vengono costituiti da Gesù come altrettanti “soccorritori”, dotati di poteri efficaci per poter svolgere questa funzione. È naturale che da quel momento le folle, oltre che a Gesù, si rivolgano ai suoi discepoli per avere soccorso nelle loro necessità.
Appare perciò chiaro e legittimo l’atteggiamento di chi invoca Maria e i Santi per ottenere qualche grazia.
Molti fatti raccontati negli Atti (cfr. At 3,4-5; At 9,36-42) danno un fondamento biblico all’invocazione di Maria e dei Santi, che si svolge sulla stessa linea del ricorso agli Apostoli per ottenere da essi particolari grazie.
La Scrittura fa notare chiaramente due cose che riguardano il ricorso agli Apostoli. La prima è che gli Apostoli sono dotati di poteri efficaci per rispondere alle necessità dei fedeli, che si rivolgo a loro. La seconda è che i poteri che hanno è “nel nome di Gesù”, come manifestò chiaramente Pietro quando disse allo Storpio: Nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina! (At 3, 6.16). Nell’invocazione di Maria e dei Santi sono presenti questi stessi elementi. Essi sono dotati da Dio di poteri efficaci per venire in soccorso a quanti li invocano e i loro poteri vengono esercitati esclusivamente “in nome di Gesù”, l’unico re e Sacerdote degli uomini presso il Padre.

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom

Il ruolo delle apparizioni

Il ruolo delle apparizioni

“Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1)

Il culto di Maria e dei Santi nella Chiesa cattolica è sostenuto e alimentato, oltre che dal valore che ha la santità perfetta e glorificata, anche da fenomeni di apparizioni e messaggi celesti a loro legati. Anche alcune forme di culto di Gesù hanno avuto origine da apparizioni e rivelazioni mistiche di Gesù ad alcune anime.

Le apparizioni di Maria più universalmente note sono quelle di Guadalupe, di Lourdes, di La Salette e di Fatima, ma ve ne sono anche di minore enfasi per la vita della Chiesa, riconosciute autentiche dalla gerarchia ecclesiastica ed altre che sono in fase di valutazione, come quella molto nota ai nostri giorni di Medjugorje.
Su altre, la Chiesa non si è mai pronunziata; altre invece sono state ritenute false o diaboliche e chiaramente condannate.
Anche le apparizioni di Santi glorificati e miracoli in concomitanza con esse sono frequenti nella vita dei singoli credenti. A volte questi fenomeni avvengono all’improvviso, senza alcuna invocazione precedente del santo, altre volte avvengono in seguito ad invocazioni per ottenere soccorso. I bollettini dei santuari dedicati ai Santi sono pieni di notizie riguardanti fenomeni di apparizioni, miracoli e grazie legate ad un santo particolare. Innumerevoli sono gli oggetti vari “ex-voto” che tappezzano le mura di questi santuari, dedicati a Maria e i Santi; ci troviamo davanti a testimonianze di “grazie ricevute” mediante il soccorso dei Santi, che ha consentito a molti di ritrovare la via della fede e della salvezza.

I Cattolici sono molto aperti ad accogliere questi fenomeni “celesti”, anche se dopo opportuno e maturo discernimento, considerandoli non contrari al Vangelo, ma come un potente aiuto di Dio per la diffusione dell’ opera della salvezza. I Protestanti non considerano questi fenomeni facenti parte della “rivelazione biblica” e quindi non danno ad essi nessuna rilevanza. Anzi, poiché la religiosità popolare cattolica intorno a Maria e ai Santi si alimenta di questi fenomeni, essi sono visti come una delle principali fonti dell’ “idolatria” cattolica, che sostituisce a Cristo e a Dio il culto di Maria e dei Santi, sperando da loro e non da Dio, la salvezza ed ogni altro bene. In molti casi i fenomeni di apparizione vengono da loro giudicati come di natura demoniaca.
In realtà tramite questi fenomeni viene rivelata la parola profetica di Dio, di cui l’Apocalisse di Giovanni è un chiaro esempio. Questa parola continua a pervenire alla Chiesa in questi ultimi secoli mediante fenomeni di apparizioni e messaggi celesti. In molte di queste apparizioni i personaggi principali sono Gesù e Maria. I molteplici profeti, che hanno ricevuto queste apparizioni, sono sulla stessa linea di Giovanni, il profeta dell’Apocalisse.

La parola di Dio che ci viene trasmessa da queste apparizioni, è già contenuta nelle Scritture e fa parte dell’insegnamento della Chiesa. Per quanto riguarda il contenuto dottrinale di questi fenomeni, essi non aggiungono niente a quanto i cristiani già sanno o dovrebbero sapere. Il loro ruolo non è di sostituirsi all’insegnamento della Bibbia e della Chiesa, ma di aiutare a viverlo, come dice il Catechismo della Chiesa cattolica: Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate «private», alcune delle quali sono state riconosciute dall’ autorità della Chiesa … il loro ruolo non è quello … di «completare» la rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica” (n. 67). Questo compito di “aiutare a vivere più pienamente la rivelazione di Cristo in una determinata epoca storica” è chiaramente profetico e pastorale. Il profeta, come dice san Paolo, ha il compito di rivolgersi agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto … chi profetizza edifica l’assemblea (1Cor 14, 3). La parola profetica, in virtù della forza intrinseca che possiede e del meraviglioso soprannaturale che la circonda, ha una particolare efficacia per l’ottenimento della conversione e santificazione degli uomini. Se molti davanti al magistero dei Vescovi e dei Preti rimangono insensibili, davanti a quello profetico cadono in ginocchio e adorano Dio, diventando buoni cristiani.

I miracoli spirituali e fisici che avvengono attorno a questi fenomeni, sono segni potenti di credibilità della fede, che hanno il ruolo di convincere gli increduli e rafforzare la fede dei deboli.
Alcune apparizioni, inoltre, hanno la funzione di confermare con autorità divina alcune verità di fede, come è stato per Lourdes, in cui Maria si è definita: Io sono l’Immacolata Concezione. Ciò avvenne nel 1858, quattro anni dopo la proclamazione di Pio IX circa questo dogma della fede. Anche l’apparizione del Sacro Cuore a santa Margherita Maria viene considerata come l’esplicazione di una verità implicita nella Scrittura e nella Tradizione della Chiesa riguardante la persona del Salvatore. Inoltre, molte verità di fede di tipo escatologico come le realtà del Paradiso, dell’Inferno, del Purgatorio, dell’aldilà in genere sono potentemente richiamate e rese vive all’attenzione degli uomini, così facilmente dimentichi delle realtà eterne e finali dell’esistenza.

In generale questi fenomeni celesti danno un forte impulso al risveglio spirituale degli uomini e al loro cammino verso la santità. Essi immettono nella vita arida e peccaminosa di tanti cristiani una rinnovata devozione verso Dio, capaci di intensificare la loro vita spirituale per raggiungere la santità. L’esortazione alla penitenza, alla preghiera, ad una rinnovata vita sacramentale sono una costante di queste rivelazioni. Inoltre, hanno dato e danno tuttora un potente impulso all’ evangelizzazione, e a tenere viva la presenza di Dio nel mondo.
Naturalmente apparizioni e fenomeni celesti vanno accolti con discernimento. Assieme a rivelazioni speciali autentiche possono pullulare un numero ancora più grande di false rivelazioni, opera di Satana, che vuole disturbare l’opera di Dio. Ciò non deve meravigliare, ma induce ad un prudente riservo da parte della Chiesa prima di accettarle come autentiche. San Paolo ha dettato la direttiva di fondo da assumere davanti ad esse: Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono (1Ts 5,19-21).
Inoltre, bisogna vigilare anche nei confronti delle autentiche rivelazioni private, perché la devozione e l’operosità che si esplicano intorno ad esse siano orientate verso una sana vita di fede, speranza e carità teologali, che ha Dio e Cristo come centro, la vita sacramentale come alimento ordinario e le opere buone come testimonianza efficacia. Dice Ratzinger:

“Il criterio per la verità ed il valore di una rivelazione privata è il suo orientamento a Cristo stesso. Quando essa ci allontana da lui, quando essa si rende autonoma o addirittura si fa passare come un altro e migliore disegno di salvezza, più importante del Vangelo, allora essa non viene certamente dallo Spirito Santo. Ciò non esclude che una rivelazione privata ponga nuovi accenti, faccia emergere nuove forme di pietà o ne approfondisca e ne estenda di antiche” (17).

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom

Santità e comunione dei Santi

Santità e comunione dei Santi

“Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello” (Ap 7,14-15)

La mentalità del mondo spesso ci inganna facendo apparire la santità come qualcosa di straordinario e di irraggiungibile da parte delle persone comuni. In realtà essa rappresenta un traguardo che Dio ha posto, e reso accessibile, a tutti i credenti in Cristo. La santità non si commisura dai miracoli e dai fenomeni mistici straordinari, che molte volte l’accompagnano, ma dall’eccelso grado di carità verso Dio ed il prossimo, che i santi perfetti raggiungono.
Un’ulteriore distinzione va fatta tra santità perfetta e santità comune e universale. Per fare un esempio sulla differenza basta pensare all’intelligenza che tutti abbiamo ed usiamo, ma ben pochi in mezzo a noi sono dei veri e propri geni. Tutti sappiamo cantare, ma ben pochi diventano grandi cantanti.
Anche gli Apostoli parlano di una santità possibile a tutti i redenti da Cristo e ben sperimentabile (cfr. Ef 1,1; 1Cor 1,1-3).
L’apostolo Paolo parla di una chiara distinzione tra Santi “deboli”, “forti” e “perfetti” nella fede (cfr. 1Cor 2,15-16; 3,1-4; Rm 15,1-3). I Santi “deboli” nella fede sono “neonati in Cristo”, ancora carnali e ben poco spirituali, soggetti a molte ignoranze e dubbi sulla fede, a facili compromessi morali, a cadere vittime della seduzione dei falsi profeti e maestri della fede, a suscitare scismi e divisioni nella compagine ecclesiale. I “forti” nella fede, invece, sono progrediti e in corsa verso la perfezione. Essi sono chiamati a raggiungere la santità perfetta, che li fa diventare “spirituali”, dotati della mente di Cristo, della sapienza perfetta. I forti nella fede non sono ancora ” i perfetti”. Essi sono esposti alla tentazione di inorgoglirsi del loro stato di fede e dei doni dello Spirito che hanno e disprezzare così i deboli. Ciò indica che sono ancora imperfetti, non avendo raggiunto la carità, il supremo dei doni dello Spirito, che rende perfetto il cristiano. Anche i forti, quindi, con il loro comportamento privo di carità e rispetto per i deboli, possono essere fautori di scismi e divisioni all’interno della Chiesa.
La distinzione di san Paolo si ritrova nella classificazione dei cristiani secondo le tre età della vita spirituale: l’età della purificazione; l’età dell’illuminazione; l’età dell’unione con Dio. Si distinguono così i Santi principianti, proficienti e perfetti nel cammino di santità.
Alla luce di questa visione appare chiaro che quando parliamo della santità dei cristiani, non possiamo parlarne in modo generico e univoco, come una qualità che aderisce allo stesso modo in tutti. Maria e i Santi glorificati rappresentano questa qualità in modo eminente.
Essendo Dio la santità suprema e fonte di ogni santità, il suo disegno di salvezza nei confronti degli uomini è di farli partecipare alla sua stessa santità.

La “partecipazione alla natura divina” realizza per grazia nei cristiani ciò che è avvenuto in Gesù Cristo. La sua umanità era sì simile alla nostra, ma nello stesso tempo dissimile, perché totalmente divina e santa in virtù della sua unione con Dio.
Dio per santificare i cristiani, comunica una “partecipazione alla sua natura” che teologi latini chiamano “grazia santificante”, che genera la santità in loro. Lo Spirito Santo viene visto come la persona divina che porta a perfezione le opere di Dio, volute dal Padre e manifestate nel Figlio.
La santità viene quindi infusa in noi dallo Spirito Santo. Essa si è impastata con la nostra natura umana fin dal giorno del battesimo, ricevuto appena nati, ma non per questo la grazia si manifesta in tutta la sua pienezza e perfezione. Ciò avverrà solo attraverso un processo di crescita, che possiamo chiamare “processo di santificazione”. Questo processo nelle sue ultime fasi registra un fenomeno di trasformazione spirituale in Cristo, per cui Dio e l’uomo diventano una sola cosa. L’esperienza mistica di questa trasformazione spirituale, testimoniata da molti Santi, è quella di un ferro, che, gettato in una fornace, diventa del tutto simile al fuoco, pur conservando la natura di ferro. Così la “santità” è fuoco e luce purissima, senza nessuna imperfezione. Da parte sua anche la nostra naturale “umanità” diventa santa e divina, degna perciò di rispetto ed onore. Da qui la venerazione per i santi perfetti, che questi ispirano in coloro che vengono a contatto con loro.
Questo raggiungimento della santità si realizza però soltanto con la nostra collaborazione libera, che spesse volte non c’è, e attraverso un lungo tirocinio spirituale, vissuto con molta sapienza, impegno e sofferenza. Per questo, pur partecipando al dono della “divinità”, non tutti i cristiani sono perfetti in essa, anzi ben pochi. Ebbene, questi pochi diventano modelli di vita degni di venerazione, imitazione ed invocazione.
L’uomo santificato non è Dio, perché conserva sempre la natura propria che è umana, ma risplende di Dio, che è diventato veramente suo capo. Egli è trono e tempio Dio. A Dio aspetta l’adorazione; a chi porta i suoi attributi per una somiglianza divina di cui è rivestito, aspetta solo la venerazione. La differenza tra i due termini è di fondamentale importanza.
Il progetto di Dio comprende, oltre alla santificazione perfetta, anche la glorificazione. Lo dice chiaramente Paolo: Quelli che ha giustificati li ha anche glorificati (Rm 8,30). Anche Gesù promette che quelli che lo seguono nella vita della croce, saranno glorificati da Dio: Se uno mi vuol seguire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà (Gv 12,26). I Santi canonizzati sono nella Gloria di Dio e risplendono nel mondo intero come esempio luminoso.
Le grazie che si ricevono da Dio mediante l’invocazione dei Santi del cielo sono una testimonianza del loro ruolo di intercessori a favore degli uomini.

Lo stato dei Santi glorificati è simile a quello degli Angeli. Anch’essi sono disposti secondo diverse posizioni di gloria o di vicinanza diretta a Dio. Tutti vedono Dio, ma tra loro si riflettono la luce divina, secondo la ricezione che ne hanno. Chi ne ha di più direttamente, illumina ed eleva chi ne ha di meno. Tutti hanno quindi “la scienza divina”, attinta direttamente da Dio, ed operano in virtù di questa scienza. Essi, come gli Angeli, sono sottomessi al Dio-Trinità. Le operazioni dei Santi nei confronti degli uomini sono simili a quelle degli Angeli. Essi hanno il compito di purificare, illuminare ed elevare all’unione con Dio gli uomini in terra. La “scienza divina”, di cui godono, non è solo per la loro beatitudine, ma anche per la santificazione dell’intero corpo mistico di Cristo, di cui una parte notevole sta in terra, nello stato di pellegrinaggio verso il cielo.
Alla luce di questa concezione, la venerazione, il culto, la devozione, l’invocazione dei Santi glorificati mette in comunione la Chiesa terrena con la gerarchia celeste dei Santi, permettendo alla pienezza di grazia di cui godono i Santi, di effondersi in parte sugli uomini in terra. Tutto ciò in vista del completamento dell’opera della salvezza e santificazione degli eletti in Cristo Gesù. Da parte loro non c’è in cielo fra le gerarchie degli Angeli e dei Santi glorificati un culto celeste simile a quello che esiste in terra. In cielo esiste solo il culto dell’Altissimo, che è al disopra di tutte le gerarchie celesti, lodato e adorato da tutti ad una sola voce, come dice il salmo 29,9: Nel suo tempio tutti dicono: Gloria!.
Quando pensiamo ai Santi glorificati come intercessori e mediatori di grazia, non dobbiamo pensare che ciò avvenga in virtù di qualche mandato estrinseco alla loro natura, affidato loro da Dio, come un sovrappiù di opera che essi devono compiere, pur avendo raggiunto il riposo da tutte le loro opere. Il loro stato di mediatori associati e intercessori deriva dalla posizione naturale, che occupano tra Dio, l’Altissimo, e gli uomini. In virtù della comunione tra tutti i Santi, celesti e terreni, e dell’unità del corpo mistico di Cristo, la posizione dei Santi glorificati non costituisce una posizione separata da quella dei santi che sono in terra. C’è comunicazione tra queste posizioni, per cui noi uomini, stando in terra, ma vivendo la comunione con i Santi glorificati, veniamo beneficati dalla loro luce divina, sia quando lo Spirito muove noi dalla terra ad invocarli in modo liturgico o privato, sia quando lo Spirito muove i Santi dal cielo a venire in nostro soccorso, anche se non sono invocati.

II culto dei Santi dell’ Altissimo, presenti concretamente in Maria e nei Santi glorificati, è proprio del tempo presente della Chiesa terrena e si basa su questo grande annunzio di fede: il regno di Dio già si è parzialmente realizzato nella sua dimensione finale, che è puramente celestiale. I Santi già regnano in eterno con Cristo e del loro regno beneficiamo potentemente noi che, stando in terra, lo riconosciamo e lo invochiamo a salvezza e santificazione.
Poiché la realizzazione finale del regno nei Santi glorificati è ancora parziale, il culto di Maria e dei Santi annunzia anche la gloria futura del regno, quando tutti i Santi dell’Altissimo saranno radunati nella Gerusalemme celeste e la morte sarà vinta per sempre dalla risurrezione dei corpi dei Santi e dalla loro assunzione nei cieli.
Maria e i Santi glorificati, avendo già raggiunto il possesso di Dio, esercitano, dopo Dio, una potente attrazione verso la realizzazione finale della storia di ogni uomo e dell’umanità. Per questo motivo i cristiani, esercitando il culto di Maria e dei Santi, sono potentemente elevati verso l’alto, attirati a vivere sempre più nella dimensione celeste dell’esistenza nuova, inaugurata in loro col battesimo. È questo il “grano buono” del culto di Maria e dei Santi, che, pur mischiato con “la zizzania” degli abusi, dovuti alla debolezza e malvagità umana, continua a crescere nella Chiesa a salvezza e santificazione di quanti lo praticano in modo retto.

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom

La scala che porta a Dio

La scala dei Santi

“Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio!. Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! (Gv 19,26-27)

Il culto di Gesù non è fine a se stesso, ma ha il compito di elevare i credenti al culto di Dio onnipotente, lo Jhavé degli ebrei, che si è rivelato e manifestato pienamente nel suo messia ed unico figlio Gesù Cristo. La sua opera consiste nel rivelarci pienamente Dio e nel rendere possibile l’alleanza tra Dio e gli uomini.
Il culto al Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo, fa vivere ai credenti una vera comunione trinitaria.
E’ ora importante riuscire a distinguere il culto di Gesù come Dio, dal culto di Dio onnipotente in sé. Il culto di Gesù come Dio fa sempre parte del culto di Gesù. Il possedere la natura divina è infatti uno dei titoli di Gesù. Il culto di Dio onnipotente, invece, è rivolto a Dio, Creatore e Signore dell’universo, principio e fine di tutte le cose. Rispetto a Dio onnipotente Gesù funge da gran Sacerdote del suo culto, come suo adoratore principale. Non basta che noi cristiani pratichiamo il culto di Gesù come Dio, ma dobbiamo per mezzo di Gesù Cristo rendere gloria al Dio onnipotente, al Padre, in cui per primo si manifesta la divinità da adorare ed amare con tutto il cuore. Noi cristiani, per una visione di fede limitata, corriamo il rischio di ridurre il culto di Dio onnipotente al culto della divinità di Gesù, per cui il Dio dei cristiani appare essere non più Dio onnipotente, lo Jhavé degli ebrei, ma Gesù da solo. Di fronte li questa deviazione bisogna affermare chiaramente che il culto proprio della divinità si ha solo quando i credenti si rivolgono, in forma liturgica o privata, a Dio Padre, visto in se stesso e nelle sue relazioni col Figlio, costituito da Dio gran Sacerdote degli uomini presso di lui e centro di redenzione e di vita per i credenti.
La glorificazione e l’adorazione di Dio e di Gesù, a somiglianza di quanto fanno gli adoratori del cielo (Angeli e Santi), è la parte sostanziale del culto rivolto loro da parte dei cristiani sulla terra. Questo culto si svolge con preghiere e gesti, in forme liturgiche e private, in modi diversi secondo le molteplici tradizioni di culto cristiano, presenti nelle chiese di oggi. È importante cogliere che lo svolgimento di questo culto da parte dei cristiani non è un “optional” o un esercizio da compiere per soddisfare i propri bisogni religiosi e lasciati all’arbitrio del sentimento soggettivo del credente. È un vero e proprio impegno. Per questo compito Dio e l’Agnello hanno redento gli uomini dal peccato e li hanno rivestiti di santità e giustizia. Il cristiano deve maturare la coscienza di essere stato redento dal peccato e aver ricevuto la grazia della santità in vista della sua vocazione ad essere adoratore del Padre e del Figlio. Questo impegno di adorazione deve svolgerlo a tempo pieno, in ogni circostanza quotidiana, 24 ore su 24. Non si tratterà di stare sempre a cantare canti di glorificazione e compiere prostrazioni di adorazione, ma, come dice san Paolo, di fare ogni cosa (anche le più banali e semplici) a gloria di Dio, nel nome di Gesù (cfr. Col 3,17; 1Cor 6,20; 1Cor 10,31) e, nei tempi propri del culto, di dedicarsi alla glorificazione e adorazione esplicita del Padre e del Figlio. In tal modo vivrà sempre più la “comunione trinitaria”.

Al culto principale di Dio onnipotente e di Gesù, chiaramente attestato dalle Scritture e vissuto in forme diverse da tutte le chiese cristiane, si è innestato nel corso della storia della Chiesa il culto di Maria e dei Santi.
E’ fondamentale chiarire che una cosa è “il culto dei Santi”, un’altra è il “culto di Dio e di Gesù nei Santi”. Il “culto dei Santi” è paragonabile al “culto di Gesù”; il “culto di Dio e di Gesù nei Santi” è simile al “culto di Dio per mezzo di Gesù”. Cogliere queste somiglianze è molto utile per avere idee più chiare in questa materia.
Focaliziamo l’attenzione in Gesù. Egli è oggetto di culto e il culto di Gesù sembra finalizzato a se stesso. Ma lo stesso Gesù entra a far parte del culto di Dio onnipotente come sommo Sacerdote di questo culto. In esso Gesù non è più fine a se stesso, ma è finalizzato al Padre, alla cui glorificazione è rivolta tutta la vita di Gesù sia quando era in terra sia ora che è nei cieli.
Focaliziamo ora l’attenzione in Maria e nei Santi. Anch’essi sono oggetto di culto da parte dei cristiani. È senz’altro inferiore al culto di Gesù e del tutto relativo a Lui, ma può essere assimilato per certi aspetti al culto che i cristiani danno al loro Salvatore. A questo livello Maria e i Santi sono centro di culto, che sembra non elevarsi al di là di loro. Ma Maria e i Santi con la glorificazione e adorazione del Padre e del Figlio, cui si dedicano incessantemente, si inseriscono pienamente nel culto di Dio onnipotente e di Gesù come i loro principali e più alti adoratori. Allora noi cristiani che siamo in terra, adoriamo il Padre e il Figlio “in comunione con Maria e i Santi”, prendendo esempio dalla loro vita e forza dalla potenza della loro adorazione, per crescere sempre più nella nostra vocazione di adoratori del Padre e del Figlio in spirito e verità. Il culto di Maria e dei Santi allora ci fa entrare nella “comunione trinitaria”, a cui per primi partecipano Maria e i Santi.

In realtà Maria e i Santi sono “adombrati” da Dio, rappresentando di fatto il frutto dell’opera di Gesù in loro stessi. Il loro compito è quello di entrare in contatto con gli uomini e viceversa. Ciò spiega perché questo culto è costituito in gran parte dalla memoria storica della vita dei Santi, delle loro opere straordinarie, delle loro virtù eroiche. Con la canonizzazione e la proclamazione della loro vita santa i Santi vengono innalzati davanti allo sguardo della Chiesa e proposti come esempi di fedeltà al Vangelo da imitare. Vengono invocati come intercessori e onorati con gesti di venerazione. L’invocazione dei Santi e i benefici di grazie, che si continuano a ricevere con la loro invocazione, rendono viva nel tempo la loro presenza e inducono maggiormente al loro culto. E’ qui che si manifesta la devozione nel loro confronto.
Il culto dei Santi, però, non deve essere fine a se stesso. Esso è finalizzato al culto di Dio e di Gesù nei Santi, che ha il compito di glorificare e rendere grazie a Dio e a Gesù per loro, essendo Dio l’origine della loro santità e delle loro opere. È il loro Padre.
Contemplando le meraviglie di Dio nei Santi, ci si eleva all’amore di Dio e alla sua glorificazione per quanto Egli ha fatto in loro. Questa realtà è indicata da Gesù stesso: Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre buone opere e rendano gloria al vostro Padre, che è nei cieli (Mt 5,16).
Il culto diretto di Maria e dei Santi è intermedio, mentre quello di Dio e di Gesù tramite loro è finale, giunge subito al destinatario che è Dio.
E’ una realtà che a livello popolare il culto dei Santi è più diffuso del culto di Dio tramite di loro. A volte il culto dei Santi sembra godere di vita autonoma, che a fatica sfocia nel culto di Dio. In questo caso c’è il serio pericolo del formarsi di una religiosità parallela, fatta di molta enfasi verso cose che riguardano il santo e di totale assenza di gloria da dare a Dio mediante lui. In tal caso il culto dei Santi, da intermedio, diventa finale e non è più lecito.

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom

Divisione anche tra cristiani

Divisione anche tra cristiani

“Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3,15)

Molte persone, compresi alcuni Cattolici, ritengono che il culto di Maria e dei Santi sia in contrasto con il culto di Dio. Anche all’interno delle altre professioni cristiane (ad eccezione degli Ortodossi) esistono notevoli riserve in proposito. In particolare tra i Protestanti (o Evangelici), che oggi si presentano in molteplici chiese dai diversi nomi ed aspetti dottrinali: anglicana, pentecostale, luterana, presbiteriana, battista, libera, ecc.
Proprio la distanza dottrinale rispetto alla Chiesa Cattolica accomuna i Protestanti delle diverse professioni, che come punto comune hanno l’atteggiamento ostile nei confronti della venerazione di Maria e dei Santi, che viene spesso da loro mal interpretato.
Essi sostengono come punti fermi della loro dottrina, che il culto va dato solo a Dio e Gesù Cristo è l’unico mediatore, nessun altro deve interporsi tra Dio e l’uomo.
Secondo loro la venerazione di Maria e dei Santi sarebbe infatti contro l’adorazione di Dio e la loro invocazione è contro l’unica mediazione possibile di Cristo.
Essi considerano il culto cattolico verso Maria come un fenomeno di idolatria, di “mariolatria”, non ammettendo i dogmi relativi a lei, che la Chiesa Cattolica ha istituito nel tempo, quali l’Immacolata Concezione e l’Assunzione.
Anche la preghiera nei confronti dei Santi viene vista come l’apertura di porte verso pericolose forme di spiritismo ed occultismo.
Neanche il Purgatorio è accettato dalla loro tradizione.
Secondo i Protestanti, di norma, i Cattolici sono anime dannate poiché hanno ricevuto e diffuso dottrine false e talvolta eretiche alla luce della Scrittura. La Chiesa Cattolica viene considerata “la grande Babilonia” citata nell’Apocalisse e prossima alla distruzione.
In pratica per il mondo protestante tutta la credenza e la pratica dei Cattolici nei confronti di Maria e dei Santi, è estraneo alla Scrittura e ad essa contrario.

A onor del vero è bene riconoscere che ultimamente, grazie ad una maggiore sensibilità sviluppata nel dialogo ecumenico tra le varie professioni religiose, alcune cose e concetti passati stanno gradualmente cambiando.
Rincuora anche il fatto che alle grandi assemblee di fede e di culto in cui si incontrano Cattolici, Ortodossi e Protestanti è facile toccare con mano l’esistenza di una tradizione che accomuna tutti i cristiani. Infatti anche se divisi su alcuni punti della fede, i cristiani di ogni professione manifestano in diversi modi con l’adorazione alla SS. Trinità il culto all’unico Dio dell’universo, ed accedono alla comunione con il Padre mediante la fede in suo figlio Gesù Cristo, mediante l’azione in loro dello Spirito Santo.
E’ importante evitare di giudicarci gli uni gli altri, ma praticare piuttosto la carità, come esorta l’apostolo Paolo: Accogliete tra voi chi è debole di fede, senza discuterne le opinioni … Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio … Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non essere, causa di inciampo o di scandalo al fratello … Ciascuno cerchi di approfondire le sue opinioni personali (Rm 14, passim).
Per noi Cattolici la presenza materna di Maria rivela il carattere autentico della Chiesa che deve far continuamente riferimento alla Vergine Madre di Dio per poter mantenere intatto il suo vero volto e scongiurare deviazioni dottrinali e vere e proprie eresie. Comprendere tutto ciò è una cosa importantissima dato che ci aiuta a scoprire l’essenza genuina della nostra devozione nei suoi confronti.
Il Concilio Vaticano II, confermando l’insegnamento di tutta la dottrina Cattolica, ha ricordato che nella gerarchia della santità proprio la “donna” Maria di Nazareth, è figura della Chiesa. Ella precede tutti sulla via verso la santità; nella sua persona la Chiesa ha già raggiunto la perfezione con la quale esiste. In questo senso si può dire che la Chiesa è sia “mariana” che fedele alla tradizione apostolica trasmessa in primis da San Pietro.
Le parole di Gesù morente in croce, riferite a Maria e all’apostolo Giovanni, sono illuminanti riguardo a questa realtà: Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco il tuo figlio!. Poi disse al discepolo: Ecco la tua madre! (Gv 19,26-27).
La Chiesa diventa “mariana” se resta ancorata alla Vergine Santa, dalla quale riceve la forza del servizio e l’autenticità dell’amore a Cristo sposo della Chiesa. Così la testimonianza evangelica di ogni battezzato riceve da Maria Santissima le fondamenta per costruire e misurare il cammino della santità. È lei che rende autentica ogni vocazione, perché a lei deve rifarsi costantemente la nostra vita, in quanto Maria, per prima, si è resa disponibile e ha collaborato con la grazia divina. Per questo nessun battezzato può fare a meno dall’aggrapparsi a lei in quanto la Madre del Signore è il modello della Chiesa istituita da Cristo stesso.

Il documento “Lumen Gentilum”, frutto del Concilio Vaticano II, ci ricorda gli aspetti essenziali che riguadano il culto di Maria: I fedeli si ricordino che la vera devozione non consiste né in uno sterile e passeggero sentimentalismo, né in una certa vana credulità, ma bensì procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della Madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la madre nostra e all’imitazione delle sue virtù” (Lumen Gentilum, n.67). ma ricorda anche la sobrietà che deve contraddistinguere tale culto, evitando ogni forma di esagerazione: “Esorta inoltre caldamente i teologi e i predicatori della parola divina ad astenersi con ogni cura da qualunque falsa esagerazione, come pure da una eccessiva grettezza di spirito, nel considerare la singolare dignità della Madre di Dio (Lumen Gentilum, n.67).

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom