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Il ruolo delle apparizioni

Il ruolo delle apparizioni

“Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle” (Ap 12,1)

Il culto di Maria e dei Santi nella Chiesa cattolica è sostenuto e alimentato, oltre che dal valore che ha la santità perfetta e glorificata, anche da fenomeni di apparizioni e messaggi celesti a loro legati. Anche alcune forme di culto di Gesù hanno avuto origine da apparizioni e rivelazioni mistiche di Gesù ad alcune anime.

Le apparizioni di Maria più universalmente note sono quelle di Guadalupe, di Lourdes, di La Salette e di Fatima, ma ve ne sono anche di minore enfasi per la vita della Chiesa, riconosciute autentiche dalla gerarchia ecclesiastica ed altre che sono in fase di valutazione, come quella molto nota ai nostri giorni di Medjugorje.
Su altre, la Chiesa non si è mai pronunziata; altre invece sono state ritenute false o diaboliche e chiaramente condannate.
Anche le apparizioni di Santi glorificati e miracoli in concomitanza con esse sono frequenti nella vita dei singoli credenti. A volte questi fenomeni avvengono all’improvviso, senza alcuna invocazione precedente del santo, altre volte avvengono in seguito ad invocazioni per ottenere soccorso. I bollettini dei santuari dedicati ai Santi sono pieni di notizie riguardanti fenomeni di apparizioni, miracoli e grazie legate ad un santo particolare. Innumerevoli sono gli oggetti vari “ex-voto” che tappezzano le mura di questi santuari, dedicati a Maria e i Santi; ci troviamo davanti a testimonianze di “grazie ricevute” mediante il soccorso dei Santi, che ha consentito a molti di ritrovare la via della fede e della salvezza.

I Cattolici sono molto aperti ad accogliere questi fenomeni “celesti”, anche se dopo opportuno e maturo discernimento, considerandoli non contrari al Vangelo, ma come un potente aiuto di Dio per la diffusione dell’ opera della salvezza. I Protestanti non considerano questi fenomeni facenti parte della “rivelazione biblica” e quindi non danno ad essi nessuna rilevanza. Anzi, poiché la religiosità popolare cattolica intorno a Maria e ai Santi si alimenta di questi fenomeni, essi sono visti come una delle principali fonti dell’ “idolatria” cattolica, che sostituisce a Cristo e a Dio il culto di Maria e dei Santi, sperando da loro e non da Dio, la salvezza ed ogni altro bene. In molti casi i fenomeni di apparizione vengono da loro giudicati come di natura demoniaca.
In realtà tramite questi fenomeni viene rivelata la parola profetica di Dio, di cui l’Apocalisse di Giovanni è un chiaro esempio. Questa parola continua a pervenire alla Chiesa in questi ultimi secoli mediante fenomeni di apparizioni e messaggi celesti. In molte di queste apparizioni i personaggi principali sono Gesù e Maria. I molteplici profeti, che hanno ricevuto queste apparizioni, sono sulla stessa linea di Giovanni, il profeta dell’Apocalisse.

La parola di Dio che ci viene trasmessa da queste apparizioni, è già contenuta nelle Scritture e fa parte dell’insegnamento della Chiesa. Per quanto riguarda il contenuto dottrinale di questi fenomeni, essi non aggiungono niente a quanto i cristiani già sanno o dovrebbero sapere. Il loro ruolo non è di sostituirsi all’insegnamento della Bibbia e della Chiesa, ma di aiutare a viverlo, come dice il Catechismo della Chiesa cattolica: Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate «private», alcune delle quali sono state riconosciute dall’ autorità della Chiesa … il loro ruolo non è quello … di «completare» la rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica” (n. 67). Questo compito di “aiutare a vivere più pienamente la rivelazione di Cristo in una determinata epoca storica” è chiaramente profetico e pastorale. Il profeta, come dice san Paolo, ha il compito di rivolgersi agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto … chi profetizza edifica l’assemblea (1Cor 14, 3). La parola profetica, in virtù della forza intrinseca che possiede e del meraviglioso soprannaturale che la circonda, ha una particolare efficacia per l’ottenimento della conversione e santificazione degli uomini. Se molti davanti al magistero dei Vescovi e dei Preti rimangono insensibili, davanti a quello profetico cadono in ginocchio e adorano Dio, diventando buoni cristiani.

I miracoli spirituali e fisici che avvengono attorno a questi fenomeni, sono segni potenti di credibilità della fede, che hanno il ruolo di convincere gli increduli e rafforzare la fede dei deboli.
Alcune apparizioni, inoltre, hanno la funzione di confermare con autorità divina alcune verità di fede, come è stato per Lourdes, in cui Maria si è definita: Io sono l’Immacolata Concezione. Ciò avvenne nel 1858, quattro anni dopo la proclamazione di Pio IX circa questo dogma della fede. Anche l’apparizione del Sacro Cuore a santa Margherita Maria viene considerata come l’esplicazione di una verità implicita nella Scrittura e nella Tradizione della Chiesa riguardante la persona del Salvatore. Inoltre, molte verità di fede di tipo escatologico come le realtà del Paradiso, dell’Inferno, del Purgatorio, dell’aldilà in genere sono potentemente richiamate e rese vive all’attenzione degli uomini, così facilmente dimentichi delle realtà eterne e finali dell’esistenza.

In generale questi fenomeni celesti danno un forte impulso al risveglio spirituale degli uomini e al loro cammino verso la santità. Essi immettono nella vita arida e peccaminosa di tanti cristiani una rinnovata devozione verso Dio, capaci di intensificare la loro vita spirituale per raggiungere la santità. L’esortazione alla penitenza, alla preghiera, ad una rinnovata vita sacramentale sono una costante di queste rivelazioni. Inoltre, hanno dato e danno tuttora un potente impulso all’ evangelizzazione, e a tenere viva la presenza di Dio nel mondo.
Naturalmente apparizioni e fenomeni celesti vanno accolti con discernimento. Assieme a rivelazioni speciali autentiche possono pullulare un numero ancora più grande di false rivelazioni, opera di Satana, che vuole disturbare l’opera di Dio. Ciò non deve meravigliare, ma induce ad un prudente riservo da parte della Chiesa prima di accettarle come autentiche. San Paolo ha dettato la direttiva di fondo da assumere davanti ad esse: Non spegnete lo Spirito, non disprezzate le profezie, esaminate ogni cosa, tenete ciò che è buono (1Ts 5,19-21).
Inoltre, bisogna vigilare anche nei confronti delle autentiche rivelazioni private, perché la devozione e l’operosità che si esplicano intorno ad esse siano orientate verso una sana vita di fede, speranza e carità teologali, che ha Dio e Cristo come centro, la vita sacramentale come alimento ordinario e le opere buone come testimonianza efficacia. Dice Ratzinger:

“Il criterio per la verità ed il valore di una rivelazione privata è il suo orientamento a Cristo stesso. Quando essa ci allontana da lui, quando essa si rende autonoma o addirittura si fa passare come un altro e migliore disegno di salvezza, più importante del Vangelo, allora essa non viene certamente dallo Spirito Santo. Ciò non esclude che una rivelazione privata ponga nuovi accenti, faccia emergere nuove forme di pietà o ne approfondisca e ne estenda di antiche” (17).

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom

Santità e comunione dei Santi

Santità e comunione dei Santi

“Sono quelli che vengono dalla grande tribolazione e che hanno lavato le loro vesti, rendendole candide nel sangue dell’Agnello” (Ap 7,14-15)

La mentalità del mondo spesso ci inganna facendo apparire la santità come qualcosa di straordinario e di irraggiungibile da parte delle persone comuni. In realtà essa rappresenta un traguardo che Dio ha posto, e reso accessibile, a tutti i credenti in Cristo. La santità non si commisura dai miracoli e dai fenomeni mistici straordinari, che molte volte l’accompagnano, ma dall’eccelso grado di carità verso Dio ed il prossimo, che i santi perfetti raggiungono.
Un’ulteriore distinzione va fatta tra santità perfetta e santità comune e universale. Per fare un esempio sulla differenza basta pensare all’intelligenza che tutti abbiamo ed usiamo, ma ben pochi in mezzo a noi sono dei veri e propri geni. Tutti sappiamo cantare, ma ben pochi diventano grandi cantanti.
Anche gli Apostoli parlano di una santità possibile a tutti i redenti da Cristo e ben sperimentabile (cfr. Ef 1,1; 1Cor 1,1-3).
L’apostolo Paolo parla di una chiara distinzione tra Santi “deboli”, “forti” e “perfetti” nella fede (cfr. 1Cor 2,15-16; 3,1-4; Rm 15,1-3). I Santi “deboli” nella fede sono “neonati in Cristo”, ancora carnali e ben poco spirituali, soggetti a molte ignoranze e dubbi sulla fede, a facili compromessi morali, a cadere vittime della seduzione dei falsi profeti e maestri della fede, a suscitare scismi e divisioni nella compagine ecclesiale. I “forti” nella fede, invece, sono progrediti e in corsa verso la perfezione. Essi sono chiamati a raggiungere la santità perfetta, che li fa diventare “spirituali”, dotati della mente di Cristo, della sapienza perfetta. I forti nella fede non sono ancora ” i perfetti”. Essi sono esposti alla tentazione di inorgoglirsi del loro stato di fede e dei doni dello Spirito che hanno e disprezzare così i deboli. Ciò indica che sono ancora imperfetti, non avendo raggiunto la carità, il supremo dei doni dello Spirito, che rende perfetto il cristiano. Anche i forti, quindi, con il loro comportamento privo di carità e rispetto per i deboli, possono essere fautori di scismi e divisioni all’interno della Chiesa.
La distinzione di san Paolo si ritrova nella classificazione dei cristiani secondo le tre età della vita spirituale: l’età della purificazione; l’età dell’illuminazione; l’età dell’unione con Dio. Si distinguono così i Santi principianti, proficienti e perfetti nel cammino di santità.
Alla luce di questa visione appare chiaro che quando parliamo della santità dei cristiani, non possiamo parlarne in modo generico e univoco, come una qualità che aderisce allo stesso modo in tutti. Maria e i Santi glorificati rappresentano questa qualità in modo eminente.
Essendo Dio la santità suprema e fonte di ogni santità, il suo disegno di salvezza nei confronti degli uomini è di farli partecipare alla sua stessa santità.

La “partecipazione alla natura divina” realizza per grazia nei cristiani ciò che è avvenuto in Gesù Cristo. La sua umanità era sì simile alla nostra, ma nello stesso tempo dissimile, perché totalmente divina e santa in virtù della sua unione con Dio.
Dio per santificare i cristiani, comunica una “partecipazione alla sua natura” che teologi latini chiamano “grazia santificante”, che genera la santità in loro. Lo Spirito Santo viene visto come la persona divina che porta a perfezione le opere di Dio, volute dal Padre e manifestate nel Figlio.
La santità viene quindi infusa in noi dallo Spirito Santo. Essa si è impastata con la nostra natura umana fin dal giorno del battesimo, ricevuto appena nati, ma non per questo la grazia si manifesta in tutta la sua pienezza e perfezione. Ciò avverrà solo attraverso un processo di crescita, che possiamo chiamare “processo di santificazione”. Questo processo nelle sue ultime fasi registra un fenomeno di trasformazione spirituale in Cristo, per cui Dio e l’uomo diventano una sola cosa. L’esperienza mistica di questa trasformazione spirituale, testimoniata da molti Santi, è quella di un ferro, che, gettato in una fornace, diventa del tutto simile al fuoco, pur conservando la natura di ferro. Così la “santità” è fuoco e luce purissima, senza nessuna imperfezione. Da parte sua anche la nostra naturale “umanità” diventa santa e divina, degna perciò di rispetto ed onore. Da qui la venerazione per i santi perfetti, che questi ispirano in coloro che vengono a contatto con loro.
Questo raggiungimento della santità si realizza però soltanto con la nostra collaborazione libera, che spesse volte non c’è, e attraverso un lungo tirocinio spirituale, vissuto con molta sapienza, impegno e sofferenza. Per questo, pur partecipando al dono della “divinità”, non tutti i cristiani sono perfetti in essa, anzi ben pochi. Ebbene, questi pochi diventano modelli di vita degni di venerazione, imitazione ed invocazione.
L’uomo santificato non è Dio, perché conserva sempre la natura propria che è umana, ma risplende di Dio, che è diventato veramente suo capo. Egli è trono e tempio Dio. A Dio aspetta l’adorazione; a chi porta i suoi attributi per una somiglianza divina di cui è rivestito, aspetta solo la venerazione. La differenza tra i due termini è di fondamentale importanza.
Il progetto di Dio comprende, oltre alla santificazione perfetta, anche la glorificazione. Lo dice chiaramente Paolo: Quelli che ha giustificati li ha anche glorificati (Rm 8,30). Anche Gesù promette che quelli che lo seguono nella vita della croce, saranno glorificati da Dio: Se uno mi vuol seguire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà (Gv 12,26). I Santi canonizzati sono nella Gloria di Dio e risplendono nel mondo intero come esempio luminoso.
Le grazie che si ricevono da Dio mediante l’invocazione dei Santi del cielo sono una testimonianza del loro ruolo di intercessori a favore degli uomini.

Lo stato dei Santi glorificati è simile a quello degli Angeli. Anch’essi sono disposti secondo diverse posizioni di gloria o di vicinanza diretta a Dio. Tutti vedono Dio, ma tra loro si riflettono la luce divina, secondo la ricezione che ne hanno. Chi ne ha di più direttamente, illumina ed eleva chi ne ha di meno. Tutti hanno quindi “la scienza divina”, attinta direttamente da Dio, ed operano in virtù di questa scienza. Essi, come gli Angeli, sono sottomessi al Dio-Trinità. Le operazioni dei Santi nei confronti degli uomini sono simili a quelle degli Angeli. Essi hanno il compito di purificare, illuminare ed elevare all’unione con Dio gli uomini in terra. La “scienza divina”, di cui godono, non è solo per la loro beatitudine, ma anche per la santificazione dell’intero corpo mistico di Cristo, di cui una parte notevole sta in terra, nello stato di pellegrinaggio verso il cielo.
Alla luce di questa concezione, la venerazione, il culto, la devozione, l’invocazione dei Santi glorificati mette in comunione la Chiesa terrena con la gerarchia celeste dei Santi, permettendo alla pienezza di grazia di cui godono i Santi, di effondersi in parte sugli uomini in terra. Tutto ciò in vista del completamento dell’opera della salvezza e santificazione degli eletti in Cristo Gesù. Da parte loro non c’è in cielo fra le gerarchie degli Angeli e dei Santi glorificati un culto celeste simile a quello che esiste in terra. In cielo esiste solo il culto dell’Altissimo, che è al disopra di tutte le gerarchie celesti, lodato e adorato da tutti ad una sola voce, come dice il salmo 29,9: Nel suo tempio tutti dicono: Gloria!.
Quando pensiamo ai Santi glorificati come intercessori e mediatori di grazia, non dobbiamo pensare che ciò avvenga in virtù di qualche mandato estrinseco alla loro natura, affidato loro da Dio, come un sovrappiù di opera che essi devono compiere, pur avendo raggiunto il riposo da tutte le loro opere. Il loro stato di mediatori associati e intercessori deriva dalla posizione naturale, che occupano tra Dio, l’Altissimo, e gli uomini. In virtù della comunione tra tutti i Santi, celesti e terreni, e dell’unità del corpo mistico di Cristo, la posizione dei Santi glorificati non costituisce una posizione separata da quella dei santi che sono in terra. C’è comunicazione tra queste posizioni, per cui noi uomini, stando in terra, ma vivendo la comunione con i Santi glorificati, veniamo beneficati dalla loro luce divina, sia quando lo Spirito muove noi dalla terra ad invocarli in modo liturgico o privato, sia quando lo Spirito muove i Santi dal cielo a venire in nostro soccorso, anche se non sono invocati.

II culto dei Santi dell’ Altissimo, presenti concretamente in Maria e nei Santi glorificati, è proprio del tempo presente della Chiesa terrena e si basa su questo grande annunzio di fede: il regno di Dio già si è parzialmente realizzato nella sua dimensione finale, che è puramente celestiale. I Santi già regnano in eterno con Cristo e del loro regno beneficiamo potentemente noi che, stando in terra, lo riconosciamo e lo invochiamo a salvezza e santificazione.
Poiché la realizzazione finale del regno nei Santi glorificati è ancora parziale, il culto di Maria e dei Santi annunzia anche la gloria futura del regno, quando tutti i Santi dell’Altissimo saranno radunati nella Gerusalemme celeste e la morte sarà vinta per sempre dalla risurrezione dei corpi dei Santi e dalla loro assunzione nei cieli.
Maria e i Santi glorificati, avendo già raggiunto il possesso di Dio, esercitano, dopo Dio, una potente attrazione verso la realizzazione finale della storia di ogni uomo e dell’umanità. Per questo motivo i cristiani, esercitando il culto di Maria e dei Santi, sono potentemente elevati verso l’alto, attirati a vivere sempre più nella dimensione celeste dell’esistenza nuova, inaugurata in loro col battesimo. È questo il “grano buono” del culto di Maria e dei Santi, che, pur mischiato con “la zizzania” degli abusi, dovuti alla debolezza e malvagità umana, continua a crescere nella Chiesa a salvezza e santificazione di quanti lo praticano in modo retto.

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom

La scala che porta a Dio

La scala dei Santi

“Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco tuo figlio!. Poi disse al discepolo: Ecco tua madre! (Gv 19,26-27)

Il culto di Gesù non è fine a se stesso, ma ha il compito di elevare i credenti al culto di Dio onnipotente, lo Jhavé degli ebrei, che si è rivelato e manifestato pienamente nel suo messia ed unico figlio Gesù Cristo. La sua opera consiste nel rivelarci pienamente Dio e nel rendere possibile l’alleanza tra Dio e gli uomini.
Il culto al Padre, per mezzo di Cristo, nello Spirito Santo, fa vivere ai credenti una vera comunione trinitaria.
E’ ora importante riuscire a distinguere il culto di Gesù come Dio, dal culto di Dio onnipotente in sé. Il culto di Gesù come Dio fa sempre parte del culto di Gesù. Il possedere la natura divina è infatti uno dei titoli di Gesù. Il culto di Dio onnipotente, invece, è rivolto a Dio, Creatore e Signore dell’universo, principio e fine di tutte le cose. Rispetto a Dio onnipotente Gesù funge da gran Sacerdote del suo culto, come suo adoratore principale. Non basta che noi cristiani pratichiamo il culto di Gesù come Dio, ma dobbiamo per mezzo di Gesù Cristo rendere gloria al Dio onnipotente, al Padre, in cui per primo si manifesta la divinità da adorare ed amare con tutto il cuore. Noi cristiani, per una visione di fede limitata, corriamo il rischio di ridurre il culto di Dio onnipotente al culto della divinità di Gesù, per cui il Dio dei cristiani appare essere non più Dio onnipotente, lo Jhavé degli ebrei, ma Gesù da solo. Di fronte li questa deviazione bisogna affermare chiaramente che il culto proprio della divinità si ha solo quando i credenti si rivolgono, in forma liturgica o privata, a Dio Padre, visto in se stesso e nelle sue relazioni col Figlio, costituito da Dio gran Sacerdote degli uomini presso di lui e centro di redenzione e di vita per i credenti.
La glorificazione e l’adorazione di Dio e di Gesù, a somiglianza di quanto fanno gli adoratori del cielo (Angeli e Santi), è la parte sostanziale del culto rivolto loro da parte dei cristiani sulla terra. Questo culto si svolge con preghiere e gesti, in forme liturgiche e private, in modi diversi secondo le molteplici tradizioni di culto cristiano, presenti nelle chiese di oggi. È importante cogliere che lo svolgimento di questo culto da parte dei cristiani non è un “optional” o un esercizio da compiere per soddisfare i propri bisogni religiosi e lasciati all’arbitrio del sentimento soggettivo del credente. È un vero e proprio impegno. Per questo compito Dio e l’Agnello hanno redento gli uomini dal peccato e li hanno rivestiti di santità e giustizia. Il cristiano deve maturare la coscienza di essere stato redento dal peccato e aver ricevuto la grazia della santità in vista della sua vocazione ad essere adoratore del Padre e del Figlio. Questo impegno di adorazione deve svolgerlo a tempo pieno, in ogni circostanza quotidiana, 24 ore su 24. Non si tratterà di stare sempre a cantare canti di glorificazione e compiere prostrazioni di adorazione, ma, come dice san Paolo, di fare ogni cosa (anche le più banali e semplici) a gloria di Dio, nel nome di Gesù (cfr. Col 3,17; 1Cor 6,20; 1Cor 10,31) e, nei tempi propri del culto, di dedicarsi alla glorificazione e adorazione esplicita del Padre e del Figlio. In tal modo vivrà sempre più la “comunione trinitaria”.

Al culto principale di Dio onnipotente e di Gesù, chiaramente attestato dalle Scritture e vissuto in forme diverse da tutte le chiese cristiane, si è innestato nel corso della storia della Chiesa il culto di Maria e dei Santi.
E’ fondamentale chiarire che una cosa è “il culto dei Santi”, un’altra è il “culto di Dio e di Gesù nei Santi”. Il “culto dei Santi” è paragonabile al “culto di Gesù”; il “culto di Dio e di Gesù nei Santi” è simile al “culto di Dio per mezzo di Gesù”. Cogliere queste somiglianze è molto utile per avere idee più chiare in questa materia.
Focaliziamo l’attenzione in Gesù. Egli è oggetto di culto e il culto di Gesù sembra finalizzato a se stesso. Ma lo stesso Gesù entra a far parte del culto di Dio onnipotente come sommo Sacerdote di questo culto. In esso Gesù non è più fine a se stesso, ma è finalizzato al Padre, alla cui glorificazione è rivolta tutta la vita di Gesù sia quando era in terra sia ora che è nei cieli.
Focaliziamo ora l’attenzione in Maria e nei Santi. Anch’essi sono oggetto di culto da parte dei cristiani. È senz’altro inferiore al culto di Gesù e del tutto relativo a Lui, ma può essere assimilato per certi aspetti al culto che i cristiani danno al loro Salvatore. A questo livello Maria e i Santi sono centro di culto, che sembra non elevarsi al di là di loro. Ma Maria e i Santi con la glorificazione e adorazione del Padre e del Figlio, cui si dedicano incessantemente, si inseriscono pienamente nel culto di Dio onnipotente e di Gesù come i loro principali e più alti adoratori. Allora noi cristiani che siamo in terra, adoriamo il Padre e il Figlio “in comunione con Maria e i Santi”, prendendo esempio dalla loro vita e forza dalla potenza della loro adorazione, per crescere sempre più nella nostra vocazione di adoratori del Padre e del Figlio in spirito e verità. Il culto di Maria e dei Santi allora ci fa entrare nella “comunione trinitaria”, a cui per primi partecipano Maria e i Santi.

In realtà Maria e i Santi sono “adombrati” da Dio, rappresentando di fatto il frutto dell’opera di Gesù in loro stessi. Il loro compito è quello di entrare in contatto con gli uomini e viceversa. Ciò spiega perché questo culto è costituito in gran parte dalla memoria storica della vita dei Santi, delle loro opere straordinarie, delle loro virtù eroiche. Con la canonizzazione e la proclamazione della loro vita santa i Santi vengono innalzati davanti allo sguardo della Chiesa e proposti come esempi di fedeltà al Vangelo da imitare. Vengono invocati come intercessori e onorati con gesti di venerazione. L’invocazione dei Santi e i benefici di grazie, che si continuano a ricevere con la loro invocazione, rendono viva nel tempo la loro presenza e inducono maggiormente al loro culto. E’ qui che si manifesta la devozione nel loro confronto.
Il culto dei Santi, però, non deve essere fine a se stesso. Esso è finalizzato al culto di Dio e di Gesù nei Santi, che ha il compito di glorificare e rendere grazie a Dio e a Gesù per loro, essendo Dio l’origine della loro santità e delle loro opere. È il loro Padre.
Contemplando le meraviglie di Dio nei Santi, ci si eleva all’amore di Dio e alla sua glorificazione per quanto Egli ha fatto in loro. Questa realtà è indicata da Gesù stesso: Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre buone opere e rendano gloria al vostro Padre, che è nei cieli (Mt 5,16).
Il culto diretto di Maria e dei Santi è intermedio, mentre quello di Dio e di Gesù tramite loro è finale, giunge subito al destinatario che è Dio.
E’ una realtà che a livello popolare il culto dei Santi è più diffuso del culto di Dio tramite di loro. A volte il culto dei Santi sembra godere di vita autonoma, che a fatica sfocia nel culto di Dio. In questo caso c’è il serio pericolo del formarsi di una religiosità parallela, fatta di molta enfasi verso cose che riguardano il santo e di totale assenza di gloria da dare a Dio mediante lui. In tal caso il culto dei Santi, da intermedio, diventa finale e non è più lecito.

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom

Divisione anche tra cristiani

Divisione anche tra cristiani

“Io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno” (Gn 3,15)

Molte persone, compresi alcuni Cattolici, ritengono che il culto di Maria e dei Santi sia in contrasto con il culto di Dio. Anche all’interno delle altre professioni cristiane (ad eccezione degli Ortodossi) esistono notevoli riserve in proposito. In particolare tra i Protestanti (o Evangelici), che oggi si presentano in molteplici chiese dai diversi nomi ed aspetti dottrinali: anglicana, pentecostale, luterana, presbiteriana, battista, libera, ecc.
Proprio la distanza dottrinale rispetto alla Chiesa Cattolica accomuna i Protestanti delle diverse professioni, che come punto comune hanno l’atteggiamento ostile nei confronti della venerazione di Maria e dei Santi, che viene spesso da loro mal interpretato.
Essi sostengono come punti fermi della loro dottrina, che il culto va dato solo a Dio e Gesù Cristo è l’unico mediatore, nessun altro deve interporsi tra Dio e l’uomo.
Secondo loro la venerazione di Maria e dei Santi sarebbe infatti contro l’adorazione di Dio e la loro invocazione è contro l’unica mediazione possibile di Cristo.
Essi considerano il culto cattolico verso Maria come un fenomeno di idolatria, di “mariolatria”, non ammettendo i dogmi relativi a lei, che la Chiesa Cattolica ha istituito nel tempo, quali l’Immacolata Concezione e l’Assunzione.
Anche la preghiera nei confronti dei Santi viene vista come l’apertura di porte verso pericolose forme di spiritismo ed occultismo.
Neanche il Purgatorio è accettato dalla loro tradizione.
Secondo i Protestanti, di norma, i Cattolici sono anime dannate poiché hanno ricevuto e diffuso dottrine false e talvolta eretiche alla luce della Scrittura. La Chiesa Cattolica viene considerata “la grande Babilonia” citata nell’Apocalisse e prossima alla distruzione.
In pratica per il mondo protestante tutta la credenza e la pratica dei Cattolici nei confronti di Maria e dei Santi, è estraneo alla Scrittura e ad essa contrario.

A onor del vero è bene riconoscere che ultimamente, grazie ad una maggiore sensibilità sviluppata nel dialogo ecumenico tra le varie professioni religiose, alcune cose e concetti passati stanno gradualmente cambiando.
Rincuora anche il fatto che alle grandi assemblee di fede e di culto in cui si incontrano Cattolici, Ortodossi e Protestanti è facile toccare con mano l’esistenza di una tradizione che accomuna tutti i cristiani. Infatti anche se divisi su alcuni punti della fede, i cristiani di ogni professione manifestano in diversi modi con l’adorazione alla SS. Trinità il culto all’unico Dio dell’universo, ed accedono alla comunione con il Padre mediante la fede in suo figlio Gesù Cristo, mediante l’azione in loro dello Spirito Santo.
E’ importante evitare di giudicarci gli uni gli altri, ma praticare piuttosto la carità, come esorta l’apostolo Paolo: Accogliete tra voi chi è debole di fede, senza discuterne le opinioni … Ma tu, perché giudichi il tuo fratello? E anche tu, perché disprezzi il tuo fratello? Tutti infatti ci presenteremo al tribunale di Dio … Quindi ciascuno di noi renderà conto a Dio di se stesso. Cessiamo dunque di giudicarci gli uni gli altri; pensate invece a non essere, causa di inciampo o di scandalo al fratello … Ciascuno cerchi di approfondire le sue opinioni personali (Rm 14, passim).
Per noi Cattolici la presenza materna di Maria rivela il carattere autentico della Chiesa che deve far continuamente riferimento alla Vergine Madre di Dio per poter mantenere intatto il suo vero volto e scongiurare deviazioni dottrinali e vere e proprie eresie. Comprendere tutto ciò è una cosa importantissima dato che ci aiuta a scoprire l’essenza genuina della nostra devozione nei suoi confronti.
Il Concilio Vaticano II, confermando l’insegnamento di tutta la dottrina Cattolica, ha ricordato che nella gerarchia della santità proprio la “donna” Maria di Nazareth, è figura della Chiesa. Ella precede tutti sulla via verso la santità; nella sua persona la Chiesa ha già raggiunto la perfezione con la quale esiste. In questo senso si può dire che la Chiesa è sia “mariana” che fedele alla tradizione apostolica trasmessa in primis da San Pietro.
Le parole di Gesù morente in croce, riferite a Maria e all’apostolo Giovanni, sono illuminanti riguardo a questa realtà: Gesù allora, vedendo la madre e lì accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: Donna, ecco il tuo figlio!. Poi disse al discepolo: Ecco la tua madre! (Gv 19,26-27).
La Chiesa diventa “mariana” se resta ancorata alla Vergine Santa, dalla quale riceve la forza del servizio e l’autenticità dell’amore a Cristo sposo della Chiesa. Così la testimonianza evangelica di ogni battezzato riceve da Maria Santissima le fondamenta per costruire e misurare il cammino della santità. È lei che rende autentica ogni vocazione, perché a lei deve rifarsi costantemente la nostra vita, in quanto Maria, per prima, si è resa disponibile e ha collaborato con la grazia divina. Per questo nessun battezzato può fare a meno dall’aggrapparsi a lei in quanto la Madre del Signore è il modello della Chiesa istituita da Cristo stesso.

Il documento “Lumen Gentilum”, frutto del Concilio Vaticano II, ci ricorda gli aspetti essenziali che riguadano il culto di Maria: I fedeli si ricordino che la vera devozione non consiste né in uno sterile e passeggero sentimentalismo, né in una certa vana credulità, ma bensì procede dalla fede vera, dalla quale siamo portati a riconoscere la preminenza della Madre di Dio, e siamo spinti al filiale amore verso la madre nostra e all’imitazione delle sue virtù” (Lumen Gentilum, n.67). ma ricorda anche la sobrietà che deve contraddistinguere tale culto, evitando ogni forma di esagerazione: “Esorta inoltre caldamente i teologi e i predicatori della parola divina ad astenersi con ogni cura da qualunque falsa esagerazione, come pure da una eccessiva grettezza di spirito, nel considerare la singolare dignità della Madre di Dio (Lumen Gentilum, n.67).

Fonte: “Il culto di Maria e dei Santi”, Don Carlo Colonna, Edizioni Shalom

Falsi profeti apocalittici

Falsi profeti apocalittici

“Badate che nessuno vi inganni! Molti infatti verranno nel mio nome, dicendo: “Io sono il Cristo”, e trarranno molti in inganno” (Mt 24,4-5)

Piuttosto diffusa anche in ambito cristiano, troviamo la categoria dei presunti profeti illuminati da Dio, che conoscerebbero con esattezza le sorti prossime del mondo e del genere umano. Generalmente si tratta di annunci di eventi apocalittici che stanno per colpire l’umanità.
Questi presunti profeti e veggenti sono soliti annunciare con sicurezza imminenti catastrofi, terremoti, maremoti, cadute di asteroidi ed altri castighi di ogni genere. Oltre a diffondere il terrore, che mai può venire da Dio, creano psicosi di massa, inibizioni o eccessive precauzioni inutili e costose. Costoro speculano inoltre sulla paura della gente minacciando punizioni divine per tutti coloro che non seguiranno i loro consigli.
Spesso viene anche dichiarato che non dovremo accettare la guida di nessuno in quanto tutti saranno corrotti (compresa la Chiesa); solo i messaggi di qualche veggente dei quali Dio si servirebbe per guidare l’intera umanità sarebbero veritieri.

Un altro mezzo con cui questi veggenti cercano di convincere i fedeli è ciò che riguarda il contenuto del Terzo segreto di Fatima che non sarebbe stato dichiarato nella sua forma completa. Secondo costoro il terzo segreto che è stato dichiarato ufficialmente dalla Chiesa non sarebbe quello vero, bensì una copertura per non dichiarare scottanti realtà riguardo il futuro prossimo dell’umanità. In internet è facile trovare questo testo “alternativo” che circola in massa negli ambienti sensazionalistici alla ricerca di ciò che qualcuno cercherebbe di nascondere. Si tratta per l’ennesima volta di una favoletta dal sapore esoterico che non può convincere il cristiano maturo.
Il fatto stesso di sostenere che questo segreto non sia stato dichiarato nella sua interezza, dichiarerebbe quindi la Chiesa non attendibile, perché non dirrebbe il vero, ma anzi nasconderebbe la verità trasmessaci da Dio.

Un’atra profezia piuttosto conosciuta per la sua imminenza sarebbe la cosiddetta “profezia di Malachia” conosciuta anche come “profezia sull’ultimo Papa”. Secondo questa profezia la persecuzione finale dei cristiani, la distruzione di Roma e la fine del mondo avverrebbe sotto il successore dell’attuale Papa Benedetto XVI.
Tutto ciò, ovviamente, non fa altro che incutere terrore nelle persone, cercando di convincere i fedeli che ormai la fine del mondo è vicina. Gesù ci dice invece:

“Quanto poi a quel giorno o a quell’ora, nessuno li conosce, neanche gli angeli nel cielo, e neppure il Figlio, ma solo il Padre. State attenti, vegliate, perché non sapete quando sarà il momento preciso. È come uno che è partito per un viaggio dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vigilare. Vigilate dunque, poiché non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino, perché non giunga all’improvviso, trovandovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: Vegliate!” (Mc 13,32-37)

E ancora l’apostolo Paolo ci mette in guardia:

“Vi preghiamo, fratelli, quanto alla venuta del Signore nostro Gesù e la nostra riunione con lui, a non agitarvi facilmente nel vostro animo, a non spaventarvi né da oracoli dello Spirito, né da parola o da lettera come spedita da noi, quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in alcun modo. Infatti, se prima non viene l’apostasia e non si rivela l’uomo dell’iniquità, il figlio della perdizione, colui che si oppone e si innalza su tutto ciò che è chiamato Dio o che è oggetto di culto, fino a sedersi egli stesso nel tempio di Dio, dichiarando se stesso Dio.” (2Ts 2,1-4)

Ora, conoscendo questo, come possiamo credere a tutte le voci che stabiliscono un tempo e una modalità per ciò che dovrà avvenire?
Purtroppo ci sono casi in cui alcune persone, impaurite e disarmate, pur di salvarsi, seguono qualsiasi consiglio che viene loro dato. Alcuni di essi abbandonano addirittura la loro vita quotidiana per prepararsi ai tempi apocalittici, andando ad abitare in zone remote, lontani dalle masse per non mescolarsi con coloro che non credono alle profezie e per prepararsi al castigo imminente.
Questi pseudo veggenti presentano così il nostro Dio come un Dio severo, che desidera soltanto punire e suscitare angoscia e terrore. Un Dio che si discosta totalmente dal Dio misericordioso e pieno di amore che ci ha trasmesso Gesù nella sua evangelizzazione. Il fedele si trova così a fissare lo sguardo su se stesso e sulle catastrofi imminenti, anziché su Dio, che vuole che nei nostri cuori regni l’amore, la pace e la speranza.
Tutto ciò non fa che allontanare dalla preghiera fiduciosa verso la bontà e la provvidenza del Padre al quale appartiene il futuro. Il nostro atteggiamento deve essere solo di fiducia nel suo infinito amore e di fedeltà alla sua Chiesa contro la quale Egli ha promesso che le porte degli inferi non prevarranno (cfr. Mt 16,18). Dobbiamo perciò stare alla larga da coloro che dicono che la Chiesa verrà corrotta e sconfitta e diventerà la sinagoga di Satana, in quanto ciò non appartiene assolutamente alla rivelazione biblica. Anche questa è una tattica del Demonio per allontanare dalla retta via e scivolare verso l’eresia.
Purtroppo esistono molti libri di questi presunti veggenti che, parlando in nome di Dio, ci attestano il contrario, spesso in forma velata ed ingannevole per non destare dubbi sulla bontà del presunto messaggio divino. Occorre quindi una duplice attenzione, anche nei confronti di questi testi viscidi che tendono a sostituirsi alla guida della Chiesa ed all’insegnamento del Vangelo.

Fonte: “Come leone ruggente” Vol.2, Tarcisio Mezzetti, Elledici

Doni e fenomeni mistici straordinari

Fenomeni mistici straordinari

“Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23)

L’aggettivo mistico viene da “mistero”. Indica ciò che appartiene alla dimensione ineffabile, indicibile, inconoscibile all’uomo, propria del mistero che avvolge la natura di Dio.
Tutto il discorso intorno ai cosiddetti “fenomeni mistici straordinari” ha sempre destato un certo interesse, spesso legato al fatto che la mistica viene generalmente ristretta all’evento o manifestazione straordinaria. Considerando che la mistica è la via dell’unione con Dio, tutti sono chiamati a tale esperienza al di là dell’aspetto fenomenico. Occorre sempre una notevole prudenza e un buon discernimento per definire ciò che interessa questo campo.
La maggior parte dei fenomeni mistici straordinari si possono ricondurre alle “grazie gratis datae” come già illustrato nella sezione relativa ai “carismi“.

Essi si distinguono in:

– Fenomeni di ordine conoscitivo
– Fenomeni di ordine affettivo
– Fenomeni di ordine corporale

I fenomeni mistici straordinari possono essere attribuiti unicamente a:

– una causa soprannaturale: se il fenomeno procede da Dio;
– una causa preternaturale: se il fenomeno procede dal Demonio;
– una causa naturale: se il fenomeno procede dall’immaginazione della persona o da uno degli agenti che costituiscono il mondo fisico esterno.

Dietro al fenomeno mistico è perciò necessario applicare un accurato discernimento in quanto i camuffamenti diabolici e le alterazione psicopatologiche sono frequenti e spesso fuorvianti.

Fenomeni di ordine conoscitivo:

VISIONI:

Percezioni soprannaturali di un oggetto naturalmente invisibile all’essere umano. Si distinguono in: visioni corporali (apparizioni); visioni immaginarie; visioni intellettuali.

Visioni corporali:
Dette anche apparizioni, sono quelle in cui il senso della vista percepisce una realtà oggettiva (non necessariamente un corpo umano, ma anche una forma esteriore sensibile o luminosa) naturalmente invisibile all’uomo. Si può produrre in due maniere: o per la presenza vera di un corpo o per un’azione immediata esercitata da un agente esterno sull’organo della vista.
Visioni immaginarie:
La visione immaginaria è una rappresentazione sensibile interamente circoscritta alla immaginazione e che si presenta in modo soprannaturale allo spirito con una vivacità e chiarezza superiore alle stesse realtà fisiche esteriori. Si può produrre in tre maniere: mediante la rappresentazione delle immagini ricevute dai sensi; mediante la combinazione soprannaturale di queste specie acquisite e conservate nell’immaginazione; mediante nuove immagini infuse. Si tratta di una visione più elevata di quella corporale; più estesa, in quanto può rappresentare cose non solo presenti, ma passate o future; si verifica durante il sonno o anche quando si è svegli. Le sue forme più frequenti sono: rappresentativa (l’apparizione di un santo) e simbolica.

Visioni intellettuali:
Si tratta di una conoscenza soprannaturale che si produce mediante una semplice visione dell’intelligenza senza impressione o immagine sensibile. Si distingue dalla percezione naturale dell’intelligenza per alcune caratteristiche: 1) per il suo oggetto, che sorpassa le forze naturali dell’intelletto, essendo improvvisa, immediata e senza dimostrazione di conoscere il lavorio e la lentezza del ragionamento; 2) per la sua durata, permanendo per molti giorni, settimane o mesi; 3) per i suoi effetti che l’accompagnano, ossia l’amore che muove l’anima, la pace inconfondibile, il desiderio delle cose celesti, il disgusto di ciò che non è Dio. La visione intellettuale mistica si produce indifferentemente durante il sonno, la veglia o l’estasi. Due sono gli elementi: l’oggetto manifestato e la luce che lo illumina. Spesso si tratta di un oggetto ineffabile, visto che le anime non riescono poi a spiegarlo nel linguaggio umano, non trovando formule equivalenti. Inoltre, altro elemento che la contraddistingue, è la certezza assoluta, ossia una visione così chiara su cui non si può dubitare.
Le visioni possono avere origine soprannaturale, ma, secondo l’esperienza e gli insegnamenti dei grandi mistici, sono molto rare. Quasi sempre si tratterebbe di illusioni o allucinazioni naturali o di inganni diabolici. Le illusioni e le allucinazioni sono condizionate da particolari stati fisici e psichici tra cui stanchezza, inedia, insonnia, facilità di immaginazione. Per quanto attiene alle visioni intellettuali sembra più facile riconoscerne l’autenticità, data la fermissima certezza che includono.

LOCUZIONI:

Sono formule che enunciano affermazioni o desideri e si riferiscono unicamente al linguaggio articolato percepito mediante l’udito corporale. Si distinguono in:

Auricolari:
Sono quelle percepite per mezzo dell’udito. Si tratta di vibrazioni acustiche formate nell’aria.

Immaginarie:
Sono quelle che si percepiscono chiaramente con l’immaginazione sia durante il sonno che in stato di veglia. Possono procedere non solo da Dio, ma anche dagli angeli buoni o cattivi. Quelle che provengono da Dio lasciano nell’anima umiltà, fervore, spirito d’obbedienza a differenza di quelle diaboliche che lasciano invece aridità, inquietudine, insubordinazione, vanità.

Intellettuali:
Sono quelle udite direttamente nell’intelletto senza concorso di sensi interni ed esterni. Giovanni della Croce distingue le locuzioni intellettuali in tre specie: successive, formali e sostanziali.
Da un punto di vista soprannaturale, il fenomeno delle locuzioni è classificabile fra le grazie gratis datae di tipo miracoloso, giacché è manifestamente fuori dell’ordine naturale della grazia santificante, ed è ordinato per sé al bene degli altri.

RIVELAZIONI:

Quando autentiche, sono le manifestazioni soprannaturali di verità nascoste o di segreti divini fatte da Dio per il bene generale della Chiesa o per l’utilità particolare dell’anima che le riceve. Si distinguono in:

Pubbliche:
Rivolte a tutta la Chiesa;
Private:
Rivolte ad una persona in particolare.

IEROGNOSI:

Letteralmente, “conoscenza del sacro”, si riferisce alla facoltà che ebbero alcuni Santi, soprattutto gli estatici, di riconoscere le cose sante (i rosari, l’ostia consacrata, le reliquie, ecc.). Santa Caterina da Siena riprese severamente un Sacerdote che volle metterla alla prova offrendole nella comunione un’ostia non consacrata.
La vera ierognosi trascende le forze della natura e non si può spiegare in modo naturale né preternaturale. Per quanto riguarda la cosiddetta ierognosi repulsiva in alcuni casi di possessione diabolica, occorre precisare che, per quanto spettacolare sia in casi di esorcismo, non è un segno infallibile, in quanto molti ossessi non la manifestano.

ALTRI FENOMENI CONOSCITIVI:

Si riferisce a tutti quei fenomeni che non rientrano in quelli precedenti. Ad esempio l’iniziazione ai primi elementi dell’insegnamento primario (Caterina da Siena apprese istantaneamente a leggere e scrivere); la scienza infusa universale (conoscenza di settori culturali o di Sacra Scrittura o conoscenza della teologia senza apprendimento alcuno); abilità per l’esercizio delle arti, ecc.

Fenomeni di ordine affettivo:

ESTASI:

Secondo alcuni teologi si tratta di un fenomeno interiore che rientra nel normale sviluppo dei gradi di preghiera mistica e costituisce un “normale” sviluppo della vita cristiana. Come fenomeno esterno, in realtà, si parla di estasi come di uno stato alterato di coscienza, o secondo una definizione più classica “di un sopore soave e progressivo fino a giungere alla totale alienazione dei sensi”. L’estatico, sebbene non veda, non oda, non senta nulla, non è addormentato, né morto. Il suo volto è radiante e come trasportato in un altro mondo. Il termine “estasi” suggerisce una specie di uscita e permanenza fuori di se stessi: l’anima esce (o prescinde) dai sensi corporali per fissarsi immobile nell’oggetto soprannaturale che attrae e assorbe le sue potenze.
Secondo la psicologia, alcuni stati alterati di coscienza possono essere raggiunti mediante forze destabilizzanti lo stato ordinario di coscienza. Ad esempio corse estenuanti, fame o sete, privazione del sonno, stimoli sonori intensi, deprivazione sensoriale, danza ininterrotta, iperstimolazione sensoriale, meditazione, ripetizione ossessiva di parole o frasi.

INCENDIO D’AMORE:

Si tratta di un fenomeno, comprovato nella vita di alcuni Santi, dovuto dalla violenza dell’amore verso Dio che si manifesta, alle volte, all’esterno sotto forma di fuoco che riscalda e brucia persino materialmente la carne e le vesti vicino al cuore. Queste manifestazioni si producono in gradi molto diversi:

Semplice calore interno:
Consiste in uno straordinario calore del cuore che si dilata fino ad espandersi a tutto l’organismo (es. Brigida di Svezia, Venceslao di Boemia);

Ardori intensi:
Un’esasperazione del primo grado fino al punto di ricorrere a refrigeranti per calmarlo (es. Pietro d’Alcantara, Caterina di Genova);

Ustione materiale:
Quando il fuoco dell’amore divino giunge a produrre l’incandescenza e la bruciatura materiale, si realizza in tutta pienezza il fenomeno che stiamo descrivendo. Questo si realizza anche nella bruciatura dei propri indumenti. In alcuni casi si nota una aumento del volume del muscolo cardiaco (es. Paolo della Croce, Filippo Neri).
Questo calore straordinario non ha provocato nei mistici nessuna grave ustione, nessuno stato febbrile e neppure un’anormale accelerazione sanguigna.
Fenomeni di ordine corporale:

STIGMATE:

Consistono nella spontanea apparizione di piaghe sanguinolenti nel corpo della persona che le sperimenta. Appaiono normalmente nelle mani, nei piedi e nel costato sinistro e a volte sulla testa e sulle spalle. Queste piaghe possono essere visibili o invisibili, permanenti o periodiche e transitorie, simultanee e successive. la forma, la grandezza, l’ubicazione o altre circostanze accidentali sono varie secondo i casi. Le stigmate sono prodotte quasi sempre in soggetti estatici e frequentemente vengono precedute o accompagnate da fortissimi tormenti fisici e morali. La loro assenza, invero, deporrebbe per un’origine non soprannaturale. Il primo stigmatizzato di cui si abbia notizia è Francesco d’Assisi, che le ricevette a La Verna il 17 settembre 1224. Fenomeno molto intenso e discusso, per la stessa teologia rimane comunque al confine della valutazione di santità. Difatti, c’è una scarsità di stigmatizzati fra i Santi di tutti i tempi. In particolare, non si riscontrano casi nei primi secoli del cristianesimo.

LACRIME E SUDORE DI SANGUE:

Consistono nell’uscita in quantità apprezzabile di liquido sierico (sangue) attraverso i pori della pelle, particolarmente di quelli della faccia, e attraverso lacrime (mucosa delle palpebre). Sembra un fenomeno in qualche modo naturale, riconnesso a ciò che viene chiamato “ematidrosi”, già noto ai tempi di Aristotele. Per quanto naturale, il fenomeno è comunque inspiegabile da un punto di vista medico.

RINNOVAMENTO O CAMBIAMENTO DI CUORE:

Consiste nell’estrazione fisica del cuore di carne e nella sostituzione con un altro, che è alle volte quello di Cristo stesso. Si narra di Caterina da Siena: “Si trovava un giorno nella cappella della Chiesa. Una luce dal cielo a un tratto l’avvolse e nella luce apparve il Signore che teneva fra le sue mani un cuore umano, vermiglio e splendente. Le si avvicinò aprì il petto di lei dalla parte sinistra e introducendovi lo stesso cuore che teneva fra le mani disse «Carissima figliola, come l’altro giorno presi il tuo cuore, ecco ora ti dò il mio col quale sempre vivrai»”. Altri casi sono quelli di Maria Maddalena de’ Pazzi, Caterina de’ Ricci, Margherita M. Alacoque e Michele de Sanctis.

INEDIA O DIGIUNO PROLUNGATO:

Si tratta di digiuno assoluto per un tempo molto superiore alle forze naturali di sopravvivenza della persona.
Per un’interpretazione del fenomeno, si deve respingere ogni tentativo di spiegazione puramente naturale. Il digiuno, per se stesso, non prova la santità; ricordiamo che si deve pensare anche ad un possibile intervento diabolico.

PRIVAZIONE DEL SONNO:

Si tratta di privazione del sonno o di un riposo molto limitato, inferiore ai limiti normali di sopravvivenza. I casi raccontati sono molti: basti citare Pietro d’Alcantara, il quale confidò di aver dormito per almeno quarant’anni soltanto un’ora e mezzo il giorno; Macario di Alessandria per vent’anni non dormì mai. Rosa da Lima limitava a due ore il tempo concesso al riposo e a volte meno ancora. Caterina de’ Ricci sin da piccola non dormiva che due o tre ore per notte. Dopo i vent’anni e l’inizio della sua vita mistica, con ricorrenti estasi, non dormiva che un’ora per settimana o due o tre ore per mese.
Anche qui, per la spiegazione del fenomeno, stanti le leggi naturali per cui il sonno come l’alimentazione è essenziale alla vita, occorre pensare a qualcosa di soprannaturale. I Santi si sono sforzati sempre di limitare le necessità della vita sensitiva, trovando il tempo per prolungare la loro vita di preghiera. Tra i contemplativi e gli estatici si trovano frequentemente lunghe veglie e astinenze. Forse nella santità raggiunta dalle anime dei Santi si può trovare la sufficiente spiegazione di questo fenomeno: quanto più l’anima si nutre e s’inebria di Dio, tanto meno gusta gli alimenti corporali; quanto più si concentra in Dio tanto meno rimane soggetta al sonno e alla pesantezza della carne. Questo fenomeno può essere dunque inteso come un’anticipazione delle condizioni particolarmente eccelse dei corpi glorificati.

AGILITA’:

Si tratta della traslazione corporale quasi istantanea da un luogo ad un altro anche molto lontano dal primo. Si distingue dalla bilocazione (v. seguente) perché non c’è simultaneità di presenza in entrambi i luoghi, ma solo traslazione da un posto ad un altro. Fra i casi Pietro d’Alcantara, Filippo Neri, Antonio da Padova che fece in una sola notte il viaggio da Padova a Lisbona, ritornando la notte seguente allo stesso modo.
Questo tipo di movimento è connaturale ad un essere puramente spirituale come l’angelo, ma è fisicamente impossibile per un corpo materiale, sebbene alcuni teologi attribuiscano comunemente il dono dell’agilità ad un corpo glorificato. Il fenomeno non deve essere confuso con quelli telecinetici, che riguardano il movimento di un oggetto materiale senza aiuto di un mezzo esterno e secondo la volontà della persona agente. Il fenomeno può essere realizzato per mezzo di una azione diabolica, in quanto il Diavolo, dopo la caduta, conserva comunque tutte le qualità degli spiriti: si può trasferire immediatamente da un posto ad un altro e portare anche con sé un corpo estraneo; in questo caso, non sarà immediata, ma comunque rapidissima. Da un punto di vista soprannaturale, questa comunicazione anticipata dell’agilità dei corpi gloriosi è classificabile fra le grazie “gratis datae” di tipo miracoloso, giacché è manifestamente fuori dell’ordine naturale della grazia santificante, ed è ordinato per sé al bene degli altri. Si nota che sono pochissimi i Santi che hanno goduto di questa grazia.

BILOCAZIONE:

Consiste nella presenza simultanea di una medesima persona in due luoghi diversi. Si sono dati numerosi casi nella vita dei Santi (Francesco d’Assisi, Antonio da Padova, Francesco Saverio, Paolo della Croce, Alfonso de’ Liguori). Rimane uno dei fenomeni più difficili da spiegare in maniera soddisfacente. Charles Richet fa una distinzione fra:

Bilocazione soggettiva:
Si verifica quando la persona ha la sensazione di spostarsi in un luogo differente da quello in cui si trova, mentre il suo corpo rimane dove era in precedenza.

Bilocazione oggettiva:
Si verifica quando si accerta con assoluta sicurezza che la persona si trova fisicamente e contemporaneamente in due luoghi diversi.

LEVITAZIONE:

Consiste nella elevazione spontanea, dal suolo, nel mantenimento e spostamento nell’aria del corpo umano senza appoggio alcuno e senza causa naturale visibile. La levitazione ha, di regola, luogo mentre la persona è in estasi. Si parla di:

Estasi ascensionale:
Quando il sollevamento è piccolo.

Volo estatico:
Se avviene a grande altezza.

Corsa estatica:
Quando la persona si muove velocemente raso terra.

Fra i casi di levitazione abbiamo: Francesco d’Assisi, Domenico di Guzman, Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Avila, Maria Maddalena de’ Pazzi, Filippo Neri, Giuseppe da Copertino, Pietro d’Alcantara. Quando il fenomeno si realizza nei Santi ha un’origine evidentemente soprannaturale, benché possa avvenire per intervento diabolico, mentre la semplice natura non può alterare le leggi della gravità, fisse e costanti. Nei Santi, il fenomeno è considerato una partecipazione anticipata del dono di agilità proprio dei corpi gloriosi.

SOTTIGLIEZZA:

Consiste nel passaggio di un corpo attraverso un altro, che suppone la compenetrazione o coesistenza dei due corpi in un medesimo luogo. Questo prodigio si verificò in Gesù, il quale si presentò ai suoi discepoli, dopo la risurrezione, entrando a porte chiuse. Un caso fra i Santi è quello di Raimondo di Peñafort che entrò nel suo convento di Barcellona senza aprire le porte. Gli autori definiscono questo fenomeno come di ordine soprannaturale. Non può essere né naturale, né preternaturale, in quanto la compenetrazione di corpi suppone un miracolo così grande che si può spiegare solo con l’onnipotenza di Dio. La compenetrazione dei corpi costituisce un vero e proprio miracolo, operato da Dio, e non è una semplice e transitoria anticipazione della sottigliezza del corpo glorioso.

LUMINOSITA’:

Consiste in un certo splendore che alle volte i corpi di alcuni irradiano soprattutto durante la contemplazione o l’estasi. Talvolta la luminosità prende la forma di un alone o di una corona che circonda la testa del mistico; in altri casi il volto è raggiante di luce, oppure i raggi di luce provenienti dal mistico illuminano pienamente una stanza. Se il fenomeno è autentico può essere interpretato come l’effetto dell’intima unione con Dio o come un anticipo dello splendore che il corpo assumerà quando sarà glorificato. Esistono, per questo fenomeno, cause diverse: mistica (soprannaturale), naturale e preternaturale (diabolica). Per questo occorre estrema cautela nell’attribuire a doni mistici questo fenomeno.

OSMOGENESIA O PROFUMO SOPRANNATURALE:

Consiste in un certo profumo di fragranza speciale e inusuale che si sprigiona alle volte dal corpo dei Santi, dai sepolcri dove riposano le loro spoglie o in particolari luoghi religiosi. Ne sono esempi: il vescovo Policarpo (156), Simone lo stilita (459), Caterina di Cardoña (1577), Caterina de’ Ricci (1589), Veronica Giuliani (1727) il cui profumo si sprigionava dalle stigmate, Giovanna Maria della Croce (1673), Padre Pio da Pietrelcina (1968). Il fenomeno si verifica talvolta anche in luoghi e situazioni normali; in tali casi si attesta la presenza spirituale di qualche santo glorificato che sta operando per intercessione nei nostri confronti.
L’autenticità del dono dipende dalla vita teologale vissuta dalla persona in questione. Il fenomeno in sé non è spiegabile naturalmente, può avere un’origine preternaturale diabolica, ma nel caso di origine soprannaturale (aromi soavi emanati dai Santi) deve intendersi come una conseguenza dello stato di divinizzazione dell’anima o una comunicazione anticipata delle perfezioni del corpo glorioso.

Fonte: “Mistica.info”

Errori nelle comunità carismatiche

Errori nelle comunità e falsi carismatici

“Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne?” (Gal 3,3)

San Paolo, gran conoscitore delle cose dello Spirito, fa notare che se un individuo non è “spirituale” e si lascia guidare dai criteri di questo mondo, non potrà mai “captare” le ispirazioni dello Spirito (cfr. 1Cor. 2,14). Il Rinnovamento Carismatico è appunto una spiritualità che ci aiuta a captare le ispirazioni dello Spirito.
L’uomo spirituale, uomo di preghiera, meditazione e al contempo di azione (cfr. Marta e Maria del Vangelo), ha, per così dire, delle antenne spirituali, antenne paraboliche; mentre gli altri riescono a captare solo tre canali, egli riesce ad imprigionare più di trenta canali per mezzo dei quali gli arrivano le ispirazioni dello Spirito Santo; perché, generalmente, lo Spirito Santo non ci guida per mezzo di “apparizioni”, bensì di “ispirazioni”, che riescono a captare solamente quelli che stanno in profonda comunione con Dio.
Il peccato, è ampiamente dimostrato, costituisce un “interruttore” potente il quale ostacola che ci arrivi con chiarezza la voce di Dio. Si ascolta, ma come in mezzo a mille interferenze. Quando si commette il peccato, si taglia la comunicazione con Dio, ed il nostro cuore ingannevole segue il suo contorto corso per suo conto e rischio, senza contare sull’illuminazione dello Spirito Santo.
Solamente se siamo “persone spirituali sapremo stare con l’udito attenti alla voce dello Spirito che entra nei cuori di quelli che hanno ben orientato le loro antenne spirituali.
E’ di fondamentale importanza anche sapere come ci guida lo Spirito Santo per poter essere attenti alla Sua voce e non seguire i dettami del cuore umano.
Fu il profeta Geremia che scrisse: “Non c’è niente tanto ingannevole come il cuore umano” (Gr 17,9). Il nostro cuore è corrotto per un difetto di origine che ci gioca cattivi scherzi: il peccato originale.
Solamente se siamo persone spirituali, sapremo stare con l’udito attenti alla voce dello Spirito.
La storia umana è piena di sbagli causati da individui che si lasciarono guidare dal loro cuore ingannatore. Quel cuore che non dorme mai, è il centro di tanta bontà ma nello stesso tempo di interminabile falsità. Il nostro cuore deve essere continuamente purificato ed illuminato. Il nostro subconscio è un pozzo senza fondo; neppure noi stessi sappiamo che cosa abbiamo continuato ad accumulare lì nello spazio di tanti anni. Quelle profondità cavernose devono essere illuminate affinché le tenebre non vincano la luce.
Gesù conosceva quello che c’era nel cuore degli uomini; non volle che fossimo disorientati per le maree alte e basse del nostro cuore ingannevole; per questo motivo prima di lasciarci, ci promise un Intercessore che potesse condurci sempre verso tutta la verità: lo Spirito Santo.
È purtroppo una realtà constatare l’ignoranza che molte persone hanno circa i doni ed i carismi dello Spirito Santo. Alcuni perfino si riferiscono ad essi con un certo disprezzo o indifferenza. Probabilmente la inesatta nozione di questi doni, ha causato lo stagnamento e la fossilizzazione di molte strutture nella nostra Chiesa.
Il Teologo Francis Sullivan, professore nell’Università Gregoriana di Roma, racconta che durante il Concilio Vaticano II lo chiamarono i Vescovi nordamericani per consultarlo circa i carismi dello Spirito Santo; gli chiesero che facesse uno studio su di essi. Sullivan narra che andò in varie biblioteche e potette constatare che il materiale che esisteva circa i doni dello Spirito era lacunoso; in alcuni dizionari non appariva neanche il termine carisma.
E’ anche degna di ricordarsi la polemica che si intavolò durante il Concilio Vaticano II, tra il Cardinale Suenens ed il Cardinale Ruffini, circa i carismi. Il Cardinale Ruffini sosteneva che erano rari ed esistevano in maniera eccezionale. Il Cardinale Suenens, invece, affermava che Dio concedeva i suoi carismi perfino a persone molto semplici.
Da questa discussione scaturì una seria riflessione del Concilio sui doni dello Spirito Santo. Una delle dichiarazioni dice: I fedeli, laici, hanno diritto ed il dovere di usarli, nella Chiesa e nel mondo, per il bene dell’umanità e per l’edificazione della Chiesa (Decreto sull’ apostolato dei laici).
Qualcuno ha scritto che la nostra Chiesa, molte volte, si trova nella povertà benché seduta su una miniera di oro, perché non si dà la dovuta importanza ai doni e carismi -miniera d’oro- che lo Spirito Santo concede alla comunità per la sua edificazione.
Purtroppo si sentono spesso pareri sfavorevoli da parte di molti Sacerdoti in relazione al cammino carismatico. Essi esprimono il proprio dissenso a causa dell’imperfetta conoscenza del fenomeno e dalle cattive testimonianze ricevute da alcuni membri che, presi dal troppo entusiasmo, partiti dallo Spirito e finiti nella carne si esibiscono in scene di fanatismo ed esagerazioni varie.

Sono ora elencati gli errori che più frequentemente si commettono e che creano uno stato di allerta nei pastori della Chiesa che hanno il compito di guidare i fedeli alla sana dottrina. E’ compito di ogni membro del Rinnovamento ad applicarsi per non cadere in essi, anche per non demotivare e scoraggiare i fratelli che vi partecipano:

Emozionalismo: confondere la fede con le emozioni.

Anti intellettualismo e pietismo: pensare che basti la pietà per piacere a Dio senza necessità di istruzione nella fede.

Pseudo gnosticismo: sentirsi conoscitori e detentori dei misteri divini, e dunque persone perfette, grazie alle sole esperienze spirituali ricevute.

Illuminismo: pretendere di essere illuminati e guidati direttamente e solo dall’alto senza ricorrere ad alcun tramite.

Indipendentismo: illudersi di dipendere unicamente dallo Spirito Santo, senza assoggettarsi ad alcuna autorità, rifiutando così il carisma gerarchico della Chiesa.

Immediatismo: pretendere di ottenere tutto attraverso l’intervento divino e miracoloso eliminando qualunque soluzione naturale e senza tener conto della prudenza umana.

Fondamentalismo biblico (bibliomanzia): usare la Bibbia come se fosse un libro magico interpretando i vari testi, scelti al momento in modo casuale, secondo i propri criteri ed applicandoli alla lettera, alle circostanze presenti, senza considerarne l’interpretazione della Chiesa.

Strumentalizzazione biblica: scegliere in maniera del tutto arbitraria determinati passi della Bibbia per indirizzarli a specifiche persone con lo scopo di riprenderli ed ammonirli.

Elitarismo: sentirsi superiori, disprezzare tutto ciò che non è Rinnovamento e criticare coloro che non condividono le stesse idee.

Ghiottoneria pseudo spirituale: alimentare una avidità palesemente umana di esperienze spirituali che non sono altro che esperienze psichiche.

Carismania: ridurre il Rinnovamento ad una mania di carismi che si rivela sempre pericolosa ed errata.

Indifferentismo ecumenico: credere ingenuamente che non esistono differenze di fondo tra i cattolici e le altre espressioni cristiane.

Alienazione: attaccarsi eccessivamente alle cose dello Spirito tanto da estraniarsi dall’urgenza di partecipare alle esigenze sociali cristiane per costruire e migliorare il mondo nel quale viviamo.

E’ molto importante ricordare che la gioia chiassosa, i canti in lingue prolungati, l’euforia, la danza, possono avere anche una vena di falsità, quando non sono l’espressione reale e sincera di un’intensa vita interiore.
A volte anche il ricevimento dei doni carismatici, che sono doni dati per il bene degli altri, può creare l’illusione che siamo molto avanzati nella santità, mentre questa dipende dall’esercizio della fede, della speranza e delle carità e comporta un necessario sforzo di mortificare quotidianamente il vecchio uomo che è in noi. Come ben diceva Padre Pio, “non illudiamoci, la sofferenza è per tutti”, ed è il caso di aggiungere, carismatici e non.

Gli incontri di preghiera carismatica

Gli incontri di preghiera carismatica

“Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo” (At 2,46-47)

Braccia elevate e protese, lodi spontanee e sincere a Gesù, invocazioni ardenti allo Spirito Santo, canti, un suggestivo balbettio che sale di tono per poi dolcemente spegnersi come per incanto; queste sono alcune delle manifestazioni che un osservatore potrà cogliere tutta le volte che si imbatte in gruppo di preghiera del Rinnovamento Carismatico.
Le riunioni di preghiera sono riflesso e proiezione delle riunioni delle prime comunità cristiane, pertanto non rappresentano alcuna novità nella Chiesa. La Chiesa stessa, del resto, nacque proprio durante una riunione di preghiera nel giorno di Pentecoste.
Nel libro degli Atti leggiamo che i primi cristiani erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli dell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere (At 2,42). Secondo questa testimonianza, quattro erano gli elementi che caratterizzavano questa comunità ideale.
Perciò, nel Rinnovamento Carismatico, “le riunioni comuni” sono una parte dei suoi elementi caratteristici.
I fratelli che hanno ricevuto l’effusione dello Spirito, come quelli che la desiderano, si riuniscono in assemblee formando una vera “comunione di amore fraterno” sincera e affettuosa, il cui fine è “pregare insieme” e il cui centro è il Signore Gesù, che opera attivamente nella comunità e la presiede.
Il principio attivo che crea questa comunità orante è lo Spirito Santo, dono di Dio e forza dall’alto, che abita nell’assemblea cristiana come in un santuario consacrato (cfr. 1Cor 3,16); e abita in ciascuno dei credenti come nel suo proprio tempio (cfr. 1Cor 6,19).
Abbandonati all’azione dello Spirito e in unione con Cristo, i membri della comunità sono guidati, nella loro qualità di figli di Dio, dallo stesso Spirito che animavi gli Apostoli ed i cristiani dei primi tempi.
Queste riunioni di preghiera ripropongono il modello delle assemblee dei fedeli di Corinto a cui le lettere di Paolo erano indirizzate (cfr. 1Cor 14,26; Col 3,16-17; Ef 5,18-21; ecc.).
Perciò, nelle riunioni di preghiera, i fedeli, sotto l’impulso dello Spirito, innalzano, incessantemente, parole di lode e di ringraziamento al Padre celeste, celebrando il suo amore infinito rivelato nel Suo figlio Gesù, la Sua misericordia illuminata e la Sua bontà incommensurabile.
La riunione di preghiera è una comunità che offre adorazione e glorificazione al suo Dio; infatti la preghiera di lode e di ringraziamento a Dio Padre è posta in primo piano. Il modello di questa preghiera lo troviamo nei Salmi, nei quali l’uomo, estasiato per le meraviglie del creatore, prorompe in canti di adorazione e inni di lode (cfr Es 15,1-13; Dt 32,1-2; Dn 3; Tb 1-10; ecc.).
Durante la lode, l’uomo diviene simile agli Angeli che in cielo cantano incessantemente onori a Dio. Il Signore si abbassa fino a noi misere creature e ci trasporta alle altezze della sua gloria.
La lode attira, su colui che la fa, il grande amore di Dio che si manifesterà con opere concrete e meravigliose. Molti che avevano problemi di salute, familiari, di lavoro, sociali, vizi, dopo aver lodato Dio con sincerità di cuore hanno ricevuto grande pace interiore e, sovente, la soluzione dei loro problemi. La lode provoca la manifestazione della potenza guaritrice e liberatrice di Dio ed è capace di sciogliere da qualsiasi potere malefico che possa dominarci sia esso un influsso negativo, un’ ossessione, un’ oppressione e perfino una fattura.

Un’altra nota caratteristica della preghiera del Rinnovamento è la preghiera di acclamazione, quando nell’assemblea, tutti allo stesso tempo e ognuno per conto suo, alzano spontaneamente la voce per benedire il Signore e lodarlo dicendo: “Lode e gloria a te, Signore Gesù! Benedetto sei Tu! Lode, onore, gloria e potenza a Te! Benedetto è il nome del Signore! A Te l’onore e il potere! A Te la gloria per tutti i secoli! Amen! Alleluia!”.
Anche se la lode e il rendimento di grazie predominano nelle riunioni di preghiera, senza dubbio anche le preghiere di intercessione sono alquanto frequenti. Infatti chiunque nella propria vita ha bisogno di ricorrere al Signore per implorare il suo aiuto e la sua protezione nelle afflizioni, nelle sofferenze, nel dolore e in tante altre necessità. Necessità spirituali o corporali, nei dolori propri o altri, nelle tribolazioni grandi o piccole, o nei dolori fisici o morali.
Gesù aveva promesso ai suoi discepoli che avrebbe fatto qualunque cosa avessero chiesto nel Suo nome: “Se chiederete qualche cosa al Padre mio nel mio nome, Egli ve la darà”. Se, dunque, i discepoli chiederanno al Padre qualcosa nel nome di Gesù, il Padre la concederà perché vedrà in loro non una persona estranea ma il suo stesso figlio Gesù.
L’espressione “nel mio nome” presuppone che il credente faccia le veci di Gesù, che Gesù viva in lui, che fra i due esista una unione tanto stretta da formare un tutt’uno, in tal modo la richiesta del credente diventa la stessa richiesta di Gesù.
Durante la preghiera non mancano frequenti invocazioni allo Spirito Santo, inni e canti in suo onore, lodi e manifestazioni di gratitudine, dopotutto è Lui che opera in ognuno dei fedeli e produce la conoscenza del Padre e di Gesù.
E anche lo stesso Spirito Santo che, abitando nel cuore dei credenti, edifica la comunità mediante le sue ispirazioni carismatiche: ispira un fedele perché glorifichi Dio cantando in lingue; un altro, perché trasmetta un messaggio profetico; un altro ancora affinché manifesti una rivelazione, o perché pronunci parole di scienza o sapienza: (cfr. Cor 12,7-10; 14,26; Col 3,16-17; Ef 5,18b-21).
Lo Spirito Santo è, perciò, l’anima della riunione, unita nell’amore più autentico, del quale Lui stesso è la fonte inesauribile. Possiamo affermare che la preghiera della comunità è opera dello Spirito Santo.

Anche Maria è sempre presente in tutte le riunioni di preghiera e ciò è normale ed è necessario. Infatti così come partecipò intimamente al mistero di Gesù: nell’incarnazione durante la sua vita pubblica, ai piedi della croce e all’effusione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, così perpetua la sua presenza quando si tratta di continuare a costruire il corpo mistico di Cristo che è la Chiesa. In tali occasioni le si riconosce la sua presenza materna e si sperimenta la sua potente intercessione.
Si constata inoltre che una così forte presenza dello Spirito Santo e di Maria, provoca non di rado la manifestazione degli spiriti maligni che magari da anni ed in maniera silente, tormentavano alcune persone. Le reazioni possono essere quelle già descritte nella sezione relativa all’azione di Satana. Come conseguenza a ciò si verificano spesso liberazioni e guarigioni di ogni tipo, che suggellano in maniera inequivocabili la potente e premurosa assistenza di Dio durante la preghiera.
Le preghiere sono intercalate di tanto in tanto da inni e cantici, a volte pieni di gioia e di allegria, altre volte pieni di unzione e profondità.
Frequenti sono anche i momenti di silenzio profondo intesi ad ascoltare quello che Dio ci rivela nel profondo del cuore. Allo stesso modo, spesso, durante la preghiera, si ascoltano brevi letture dalla Bibbia: ora un salmo, ora un passo evangelico; alcune volte si tratta di un’esortazione apostolica, altre volte di una parola dei profeti.
L’uso frequente della Bibbia e una grande devozione alla Sacra Scrittura è una caratteristica del Rinnovamento Carismatico.
In ogni riunione di preghiera che, normalmente dura circa due ore, vi è inserito anche uno spazio di tempo dedicato ad un insegnamento progressivo che, generalmente, viene dato da chi presiede la preghiera. Mediante questa comunicazione della parola autorizzata, la comunità si edifica, cresce e si sviluppa.
Un altro elemento che completa la preghiera è la narrazione semplice e spontanea di esperienze individuali. Rendere partecipi gli altri, mediante una testimonianza personale, delle meraviglie che il Padre celeste, il Signore Gesù e lo Spirito Santo hanno operato in noi o nei nostri fratelli nella fede, ed è sempre motivo di solida edificazione spirituale.
Però, la riunione di preghiera raggiunge il suo apice e la sua espressione più perfetta, nella celebrazione della Santa Messa. Infatti, durante la cena Eucaristica, grazie alle parole Questo è il mio Corpo…questo è il mio Sangue… che Gesù ordinò di ripetere in sua memoria, sappiamo, che per mezzo della fede, che Gesù si fa presente in mezzo a noi realmente e sostanzialmente.
Partecipando alla comunione, di questo Corpo e di questo Sangue, si è partecipi di una comunione più perfetta con Gesù e, per mezzo suo con il Padre e lo Spirito Santo, e allora che ci viene comunicata la pienezza della Sua vita divina come Gesù stesso affermò (cfr. Gv 6,54-57).
Perciò, nel Rinnovamento nello Spirito, le riunioni di preghiera sono un mezzo di notevole efficacia per camminare nello Spirito; la comunità cristiana, nata dal soffio dello Spirito, va crescendo e maturando a poco a poco sotto l’influsso dello Spirito divino.

Durante le riunioni si svolgono generalmente i seguenti punti:

– Preghiere di lode e acclamazione al Signore (fatta da tutti assieme e molto frequentemente);
– preghiere (spontanee e generali);
– preghiere di intercessione (richiesta di grazie per se stessi o per gli altri);
– inni e canti (alternando fra “allegri” o più “soavi” secondo l’ispirazione dello Spirito).
– il dono delle lingue (che può essere usato sotto forma di canto o di preghiera);
– le profezie (che possono essere formulate a parole o in lingue);
– l’insegnamento (dato da chi ne ha il dono riconosciuto);
– momenti di silenzio (da farsi spesso per ottenere un contatto intimo e profondo con Cristo che è realmente presente);
– letture tratte dalla Bibbia;
– testimonianze (racconto di un esperienza della propria vita in cui si è particolarmente manifestata la potenza di Dio);
– l’Eucarestia (se possibile).

Affinché le riunioni producano frutto è necessario:

– parteciparvi assiduamente;
– che esse siano espressioni di comunione di sincero amore fraterno;
– che l’anima e il principio attivo sia lo Spirito Santo (i partecipanti non si affannino per voler entusiasmare gli altri con sforzi personali, ma implorino lo Spirito Santo affinché animi la comunità con il suo ardore);
– che il centro delle riunioni sia Cristo Gesù (il ruolo del responsabile è di iniziare, terminare e assicurare che tutto proceda con ordine. Egli si guardi bene dal manipolare il gruppo come se fosse cosa sua).
– che sia di una conveniente durata (non superiore alle due ore ne inferiore ad un’ora).

E’ bene inoltre ricordarsi di alcuni aspetti:

1. Lo Spirito di Dio ha creato dal nulla ogni cosa che esiste, dando a ciascuna delle varietà tali da non trovarne due uguali (ciò ci suggerisce la libertà, la grandezza e la totale indefinibilità di Dio).
Nonostante l’originalità della creazione, ogni cosa ha qualche attinenza con la propria specie: l’essenza. Tutti gli uomini hanno un naso ma nessun naso è uguale ad un altro; tutti hanno le dita ma non esistono due impronte digitali uguali. Dio è infinito.
Questa infinità di Dio, che si vede nelle cose naturali, si percepisce ancora di più nelle cose spirituali. Pertanto non si troverà, nell’ambito del Rinnovamento Carismatico, un gruppo uguale ad un altro eccetto che nell’essenza. Dunque tutti i gruppi di preghiera del Rinnovamento Carismatico, nonostante la varietà dei carismi e la libertà dello Spirito, devono rispettare un determinato “scheletro” che li identifichi come tali.
Così nei gruppi di preghiera i segni esteriori possono essere innumerevoli e diversi (a volte possono sembrare anche strani), ma lo Spirito è unico ed è lo stesso, il Signore (cfr. 1Cor 12,4-6).

2. Se in un certo senso abbiamo “paura” dei doni spirituali, è perché, solitamente, non riusciamo a capire il piano di Dio che, in sintesi, si può esprimere così: “Egli vuole formare il suo popolo” e per questo ci chiama e ci riunisce. Noi siamo solo collaboratori della sua opera, strumenti della sua potenza.
La manifestazione dei carismi, rara o frequente che sia, può essere considerata come il progetto di Dio che sta formando ed edificando il suo popolo. Il rifiuto dei doni, di tutti o solo di alcuni, è un voler quasi respingere, anche con le intenzioni migliori, la manifestazione della potenza Dio.
La presenza dello Spirito in una comunità, permette a questa di manifestare tutta l’immensa ricchezza di carismi che sono il corredo di ogni battezzato. Certamente ciò comporta anche dei rischi ed alcuni se ne preoccupano, spesso, eccessivamente. È bene ricordare che, proprio perché la costruzione della Chiesa continui a realizzarsi in maniera “bene ordinata”, lo Spirito concede, ad alcuni fratelli o sorelle, il carisma del discernimento degli spiriti, perché ogni cosa “sia esaminata e si ritenga ciò che è buono” (1Tm 5,21).
Il timore eccessivo, talvolta, sopprime i doni ed estingue lo Spirito.

3. La gioia, a volte esplosiva, a volte pacata e profonda, è un’ altra delle note distintive delle riunioni di preghiera. Sicuramente esistono momenti di solennità e di tranquillità ma mai aleggia la tristezza.
I canti, le lodi e perfino il silenzio possono ritenersi quali espressioni di esultanza e di allegria.
È comprensibile che, chi prende parte per la prima volta a tali incontri, possa essere sorpreso di fronte a queste manifestazioni di allegria. Essi, tuttavia, non avranno mai l’impressione che stia regnando la noia.
Questo particolare stato d’animo, è bene sottolinearlo, non è dato da una forma di esaltazione collettiva, è piuttosto l’allegria quale frutto della presenza dello Spirito. Si tratta di una serena, pura giocondità che dà tono e clima a tutto l’incontro di preghiera ed alle relazioni fraterne.
Alcuni, per lo più coloro non hanno mai frequentato alcun gruppo di preghiera o se lo hanno fatto non hanno voluto deporre prima ogni forma di prevenzione, trovano nelle manifestazioni di gioia un ampio campo di critica. Essi parlano di emozionalismo, isterismo e fanatismo collettivo. Una cosa sono questi tre stati psicologici ed altro invece è il clima di gioia, pace, serenità che si può ampiamente e concretamente riscontrare nei gruppi di preghiera del Rinnovamento. Talvolta, in particolari circostanze, si potrebbe anche passare dallo Spirito alla carne e dunque parlare di una certa esuberanza, ma questi casi sono da analizzarsi singolarmente e da attribuirsi al mancato “polso” del responsabile. Non deve mai mancare il necessario discernimento in ogni manifestazione.
Chi crede che tale gioia possa essere causata dai canti, dal battere delle mani o da qualsiasi altro fattore emotivo, cade in errore; quella gioia è solo esteriore e non può durare, fa sì che molte persone, partecipando ad un gruppo di preghiera, in esso e con i membri del gruppo siano allegre e contente, ma poi, al di fuori e con i propri familiari, sono aride e tristi. Chi possiede la vera gioia non si comporta così.
La vera gioia è quella che, come afferma il Manzoni, “il mondo irride ma rapir non può”. Non può essere “rapita” perché è scolpita nell’intimo dell’uomo e vi si scolpisce nel contatto reale che si ha con Dio.
Per un cristiano la gioia è parte integrante della. fede. È la manifestazione estrinseca dell’intrinseca unione con Dio.
Per questo S. Paolo, rivolgendosi ai Tessalonicesi, esorta: Siate sempre allegri (cfr. 1Ts 5,16). Ancora, con più forza ed insistenza, rivolge la stessa esortazione ai Filippesi: Siate sempre lieti nel Signore (Fil 4,3); qui specifica che la gioia deve essere solo nel Signore e non su altri fattori. Per dare enfasi e forza alla sua esortazione ripete: Siate lieti. È necessario, per S. Paolo, che un cristiano possegga la gioia, essendo essa, un frutto dello Spirito Santo (cfr. Gal 5,22).
Molti pensano e sostengono che la gioia debba essere interna e personale. S. Paolo non condivide questa idea ed esplicitamente asserisce: La vostra letizia sia nota a tutti gli uomini (Fil 4,5).
Tanto è importante la gioia in un cammino spirituale che, Gesù stesso, ha voluto sottolinearne la presenza con parole veramente singolari: Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena (Gv 15,11).

4. Può accadere che, durante il corso della riunione, si avvertano all’improvviso, senza un motivo apparentemente plausibile, sensazioni di tristezza, turbamento, freddezza e apprensione.
In alcune rare circostanze, la sensazione di freddezza, può anche dipendere da colui che guida la preghiera ma, nella maggioranza dei casi, ciò è da escludere.
In alcuni casi, il senso di “malessere”, è causato da motivi strettamente personali di disagio fisico o spirituale. Se avremo cura di esaminarci sinceramente, nella grande maggioranza dei casi, ci accorgeremo che siamo bloccati solo da noi stessi per un vecchio rancore che affiora all’improvviso, una distrazione che abbiamo assecondato, un problema della vita quotidiana che non siamo riusciti a mettere da parte durante la preghiera, un banale mal di testa e così via.
In altri casi, questo disagio può anche derivare da una o più persone inserite nel gruppo e, ipotesi da non scartare alla leggera, persino da persone che vivono ed operano al di fuori del gruppo ma che sono unite a noi spiritualmente.
Tutti noi credenti siamo parte dell’unico corpo mistico di Cristo e tutti siamo in comunione tra di noi formando così, la comunione dei Santi (cfr 1Cor 12,12-26).
Se camminando, urto con il piede una pietra fratturandomi un dito, il dolore non resta solo nel punto colpito ma, essendo il piede parte del corpo, si propaga per tutto il nostro essere. Ancora: se con un martello, invece di battere un chiodo colpisco un dito della mia mano, il dolore si ripercuote per tutto il corpo. Se un membro si infetta, prima o poi ne sarà contagiato tutto il corpo…
Nell’ambito del Corpo mistico: se un fratello è malato spiritualmente ne risentirà nella mente e nel cuore coinvolgendo, nella stessa malattia, la mente ed il cuore degli altri. È un influsso negativo che parte da questo fratello e raggiunge i diversi membri.
Nel corpo fisico sappiamo che, quando un organo si ammala, influisce su tutto l’organismo, pertanto, gli organi sani non restano passivi all’evento ma a cominciare dalla mente, tutti collaborano per curare quello malato.
La mente pensa di chiamare il dottore o di prendere questa o quella medicina, la mano porta la medicina alla bocca, la bocca la mastica e la ingerisce, lo stomaco la digerisce ecc. In un certo senso questo si verifica anche nel Corpo mistico.
Lo Spirito percepisce l’infermità spirituale di un fratello membro del Corpo; per ottenerne la guarigione comunica il malessere ai diversi membri che più gli sono vicini affinché questi si attivino per soccorrere e curare il membro malato.
Avverto, improvvisamente, turbamento ed apprensione: questo mi dice che qualche battaglia, più crudele e più decisiva, si sta svolgendo nelle anime. Forse qualcuno ha tradito il Signore, qualche anima è stata strappata da Gesù ed agonizza nel peccato.
Mi sento freddo, stordito, assonnato, legato nelle mie facoltà, come imbavagliato e impedito di pregare, mi sembra superfluo sforzarmi. Questo può significare che qualcuno dei miei fratelli è assediato e assalito dal nemico ed altri demoni mi impediscono di soccorrerlo.
Così possiamo percepire lo stato d’animo e le tentazioni di alcuni fratelli o dell’intero gruppo, o addirittura, la presenza di malefici o fatture nelle case o sulle persone.
Come per il corpo si ricorre al medico per recuperare la salute, così per lo spirito è necessario ricorrere al medico divino, Gesù, per ottenere la guarigione spirituale.
Dobbiamo evitare che la nostra mente cerchi di individuare chi possa essere la causa e finire per giudicare i nostri fratelli. Sta scritto: Non giudicare per non essere giudicato (Mt 7,1).
Dobbiamo piuttosto stimare il fratello anche quando è nel peccato o sotto l’influsso delle tentazioni perché egli è un possibile santo futuro (cfr. Mt 21,31).
Per grazia di Dio, le sensazioni negative sono piuttosto rare. Più frequenti, invece, sono stati d’animo e sensazioni completamente opposte che si manifestano con ondate di gioia contagiosa. Sono sensazioni che ci rasserenano, ci esaltano, ci infervorano gratificando il nostro cuore con una dolcezza indescrivibile. La gioia è prodotta dalla consapevolezza e realizzazione di essere, grazie alla comunione dei Santi, partecipi del giubilo di tante anime che cantano vittoria e del canto degli Angeli che esultano in Dio.

Fonte: “Rinnovamento Cristiano nello Spirito Santo”, P. Michele Vassallo S.D.V., Edizioni San Michele

I laici e i carismi

I laici ed i carismi

“A ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per il bene comune” (1Cor 12,7)

Lo Spirito Santo non solo per mezzo dei sacramenti e dei ministeri santifica il popolo di Dio e lo guida e lo adorna di virtù, ma distribuendo a ciascuno i propri doni come piace a Lui (1Cor 12,11), dispensa pure tra i fedeli di ogni ordine grazie speciali, con le quali li rende adatti e pronti ad assumersi varie opere e uffici, utili al rinnovamento e alla maggiore espansione della Chiesa, secondo quelle parole: A ciascuno la manifestazione dello Spirito è data perché torni a comune vantaggio (1Cor 12,7). E questi carismi, straordinari o anche più semplici e più comuni, siccome sono soprattutto adattati e utili alle necessità della Chiesa, si devono accogliere con gratitudine e consolazione.
I doni straordinari però non si devono chiedere imprudentemente, né con presunzione si devono da essi sperare i frutti dei lavori apostolici; ma il giudizio sulla loro genuinità e ordinato uso appartiene all’autorità ecclesiastica, alla quale spetta soprattutto di non estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono (cfr. 1Ts 5,12 e 19-21) ( LG 12).
Gesù Cristo chiama alla propagazione della fede tutti coloro che sono disposti ad intraprendere l’opera missionaria. E così, come chiama Sacerdoti e religiosi, chiama anche laici affinché siano ministri del Vangelo e distribuisce i carismi ad ognuno di essi come vuole per l’utilità comune (AG 23).
Come raccomandazione per i Sacerdoti la Chiesa dice: Riconoscano e promuovano i presbiteri la dignità dei laici e la parte propria che corrisponde a questi nella missione della Chiesa. Onorino anche attentamente la giusta libertà che a tutti compete nella città terrestre. Ascoltino di buon grado i laici, considerando fraternamente i loro desideri e riconoscendo la loro esperienza e competenza nei diversi campi dell’attività umana, affinché, unanimemente con essi, possano conoscere i segni dei tempi. Esaminando se gli spiriti sono di Dio, scoprano con senso di fede, riconoscano con godimento e fomentino con diligenza i multiformi carismi dei laici, tanto i più umili quanto i più alti (PO 9). Non estinguete lo Spirito; non disprezzate le profezie; esaminate tutto e tenete il buono (1Ts 5,19-21).
I cristiani hanno doni differenti. Per ciò devono collaborare nel Vangelo ognuno secondo la sua possibilità, facoltà, carisma e ministero (AG 28). È l’invito che ci fa la Sacra Scrittura: Perciò, poiché aspirate ai doni spirituali, cercate di abbondare di essi per l’edificazione dell’assemblea (1Cor 14,12).

Riguardo ai fondamenti dell’ apostolato dei laici, ecco riportata la dottrina ufficiale del Magistero contenuta nel decreto Apostolicam Actuositatem, postulato in seguito al Concilio Vaticano II:

3. Ai laici derivano il dovere e il diritto all’apostolato dalla loro stessa unione con Cristo capo. Infatti, inseriti nel Corpo Mistico di Cristo per mezzo del Battesimo, fortificati dalla virtù dello Spirito Santo per mezzo della Cresima, sono deputati dal Signore stesso all’ apostolato. Vengono consacrati per formare un sacerdozio regale e una nazione santa (cfr. 1Pt 2,4-10), onde offrire sacrifici spirituali mediante ogni attività e testimoniare dappertutto il Cristo. Inoltre con i sacramenti, soprattutto con quello dell’Eucaristia, viene comunicata e alimentata quella carità che è come l’anima di tutto l’apostolato.
L’apostolato si esercita nella fede, nella speranza e nella carità: virtù che lo Spirito Santo diffonde nel cuore di tutti i membri della Chiesa. Anzi, In forza del precetto della carità, che è il più grande comando del Signore, ogni cristiano è sollecitato a procurare la gloria di Dio con l’avvento del suo regno e la vita eterna a tutti gli uomini: perché conoscano l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato, Gesù Cristo (cfr. Gv 17,3).
A tutti i cristiani quindi è imposto il nobile impegno di lavorare affinché il divino messaggio della salvezza sia conosciuto e accettato da tutti gli uomini, su tutta la terra.
Per l’esercizio di tale apostolato lo Spirito Santo, che già opera la santificazione del popolo di Dio per mezzo del ministero e dei sacramenti, elargisce al fedeli anche dei doni particolari (1Cor 12,7) “distribuendoli a ciascuno come vuole” (1Cor 12,11), affinché mettendo ciascuno a servizio degli altri il suo dono al fine per cui lo ha ricevuto, contribuiscano anch’essi come buoni dispensatori delle diverse grazie ricevute da Dio” (1Pt 4,10) alla edificazione di tutto il corpo nella carità (cfr. Ef 4,16).
Dall’aver ricevuto questi carismi anche i più semplici, sorge per ogni credente il diritto e il dovere di esercitarli per il bene degli uomini e a edificazione della Chiesa, sia nella Chiesa stessa che nel mondo, con la libertà dello Spirito, il quale “spira dove vuole” (Gv 3,8) e al tempo stesso nella comunione con i fratelli in Cristo, soprattutto con i propri pastori che hanno il compito di giudicare sulla loro genuinità e uso ordinato, non certo per estinguere lo Spirito ma per esaminare tutto e ritenere ciò che è buono. (cfr. 1Tes 5,12.19-21) (AA 3).

Dopo aver letto questo testo ufficiale della Chiesa, appare chiaro che qualunque persona (religioso o secolare) non accetti l’esistenza dei carismi e l’esercizio degli stessi anche da parte dei laici (previa verifica da parte dell’autorità ecclesiastica), si pone apertamente in contrasto con la dottrina ufficiale della Chiesa e con la Parola di Dio.

Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica conferma:

799. Straordinari o semplici e umili, i carismi sono grazie dello Spirito Santo che, direttamente o indirettamente, hanno un’utilità ecclesiale, ordinati come sono all’edificazione della Chiesa, al bene degli uomini e alle necessità del mondo.
800. I carismi devono essere accolti con riconoscenza non soltanto da chi li riceve, ma anche da tutti i membri della Chiesa. Infatti sono una meravigliosa ricchezza di grazia per la vitalità apostolica e per la santità di tutto il Corpo di Cristo, purché si tratti di doni che provengono veramente dallo Spirito Santo e siano esercitati in modo pienamente conforme agli autentici impulsi dello stesso Spirito, cioè secondo la carità, vera misura dei carismi.
801. è in questo senso che si dimostra sempre necessario il discernimento dei carismi. Nessun carisma dispensa dal riferirsi e sottomettersi ai Pastori della Chiesa: «ai quali spetta specialmente, non di estinguere lo Spirito, ma di esaminare tutto e ritenere ciò che è buono», affinché tutti i carismi, nella loro diversità e complementarietà, cooperino all’utilità comune” (CCC 799-801).

Descrizione dei carismi

Descrizione dei carismi

“A uno infatti, per mezzo dello Spirito, viene dato il linguaggio di sapienza; a un altro invece, dallo stesso Spirito, il linguaggio di conoscenza; a uno, nello stesso Spirito, la fede; a un altro, nell’unico Spirito, il dono delle guarigioni; a uno il potere dei miracoli; a un altro il dono della profezia; a un altro il dono di discernere gli spiriti; a un altro la varietà delle lingue; a un altro l’interpretazione delle lingue” (1Cor 12,8-10)

Come approfondimento di quanto riportato nella sezione Doni straordinari dello Spirito, segue un breve approfondimento sui carismi più comuni conferiti per il bene comune e per l’edificazione del popolo di Dio. Saranno descritti sia alcuni carismi “in senso stretto” che altri intesi “in senso largo”, come già differenziato nella sezione suddetta.

CARISMI LEGATI ALLA PREGHIERA:
parlare in lingue d’angeli (glossolalia);
parlare in lingue di uomini non conosciute dal soggetto (xenolalia);
cantare in lingue d’angeli;

CARISMI LEGATI ALL’EVANGELIZZAZIONE:
apostolato;
profezia;
interpretazione delle lingue;
insegnamento;
miracoli;

CARISMI LEGATI ALL’ESERCIZIO DELLA CARITA’:
– intercessione;
guarigione;
fede;
– assistenza;
governo;

CARISMI LEGATI ALLA COGNIZIONE SPIRITUALE:
discernimento degli spiriti;
parola di conoscenza;
parola di sapienza.

Il dono delle lingue

E’ un carisma che lo Spirito Santo conferisce per l’edificazione personale (cfr. 1Cor 14,4).
Chi parla in lingue emette suoni che non si intendono (nel caso della GLOSSOLALIA), il suo messaggio è incomprensibile (cfr. v. 2.9); però, sotto l’impulso dello Spirito, sta parlando con Dio e dicendo cose misteriose (cfr. v. 2).
Quando uno prega in lingue, è il suo spirito che prega, non la sua mente (cfr. v. 14) e, sotto la guida dello Spirito, sta benedicendo Dio e donandogli eccellentemente grazie (cfr. vv. 16-17). Appartiene a questo dono anche il cosiddetto “canto in lingue” (cantare in lingue d’angeli), che non è altro che un canto melodico ed aconcettuale che tutti gli oranti intonano all’unisono durante la preghiera. Questo tipo di canto può essere paragonato al canto degli angeli che stanno sempre al cospetto di Dio per lodarlo ed adorarlo. La presenza e l’azione dello Spirito, uniforma e guida il canto del singolo per ottenere una melodia globale veramente sorprendente ed affascinante.
Esiste poi il caso in cui la preghiera avviene in una lingua reale ma sconosciuta e mai appresa dal soggetto orante (è il caso della XENOLALIA o XENOGLOSSIA). In questo caso possono manifestarsi linguaggi remoti (aramaico, ebraico antico, siriaco, latino, ecc.), oppure lingue correnti di qualunque paese.
Colui che riceve un messaggio profetico in lingue, può farlo a voce alta, se è presente qualcuno in grado di interpretarlo (come ad esempio nelle grandi riunioni di preghiera), altrimenti, preghi in silenzio con se stesso e con Dio (cfr. v. 28). Affinché la sua orazione o il suo messaggio edifichi la comunità, è bene che chieda il dono di interpretazione (cfr. v. 13).
A proposito del dono delle lingue è utile ricordare quel testo della lettera ai Romani:
Allo stesso modo anche lo Spirito viene in aiuto alla nostra debolezza, perché nemmeno sappiamo che cosa sia conveniente domandare, ma lo Spirito stesso intercede con insistenza per noi, con gemiti inesprimibili; e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito, poiché egli intercede per i credenti secondo i disegni di Dio (Rm 8,26-27).
Da tutto ciò si deduce che il dono delle lingue è, prima di tutto, un “dono di orazione”. Il carismatico è mosso dallo Spirito Santo ad entrare in comunicazione personale con Dio, per lodarlo e benedirlo e per dargli grazie in un modo eccellente. Risulta molto utile anche per pregare sugli altri, affinché sia lo Spirito stesso a domandare ed al contempo concedere le grazie che ritiene più opportune per il beneficiario della preghiera (intercessione, guarigione, liberazione, ecc.)
Può accadere, però, che il carismatico si senta ispirato a comunicare un messaggio “in lingue” all’assemblea riunita in preghiera. A questo proposito sorge un problema, perché il glossologo (colui che parla in lingue) emette suoni che non si capiscono e il suo linguaggio è pertanto incomprensibile.
Quindi, in questa situazione concreta -insegna Paolo- sono preferibili, per l’edificazione della comunità, le parole chiare di chi ha il dono di profezia e non i suoni incomprensibili del glossologo. Per questo l’Apostolo dice: Grazie a Dio, io parlo con il dono delle lingue molto più di tutti voi; ma in assemblea preferisco dire cinque parole con la mia intelligenza per istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila parole con il dono delle lingue (1Cor 14,18-19).
E più avanti, nei vv. 23-25, Paolo consiglia che quando “si riunisce tutta la Chiesa”, è meglio profetizzare che parlare in lingue, poiché con la profezia, che è un discorso comprensibile, anche gli infedeli o i non iniziati che entrano e ascoltano, saranno toccati nel loro cuore e prostrandosi, adoreranno Dio esclamando: veramente sta Dio in mezzo a loro.

Il dono della profezia

Profezia non vuol dire necessariamente predizione del futuro, ma in genere si tratta di un messaggio di esortazione, d’incoraggiamento che Gesù vuole comunicare all’assemblea, o a qualche presente con problemi particolari che lo tengono in ansia.
Spesso accade che uno del gruppo si sente spinto a dire delle parole che non vengono dalla mente (non sono pensieri formulati precedentemente), ma delle frasi che gli piovono sulla lingua non si sa da dove. Vengono ad una ad una: man mano che il soggetto pronunzia a voce alta la prima, riceve la seconda, e così di seguito; ma in partenza egli non sa che cosa vuole dire, lo saprà solo alla fine quando avrà detto tutto il messaggio. Perciò è necessaria anche una buona dose di fede e coraggio.
La “profezia” è in definitiva un carisma in virtù del quale la persona inspirata, (uomo o donna cfr. 1Cor. 11,5), in nome di Dio e mossa dallo Spirito, parla all’assemblea per edificarla, esortarla ed animarla (v.3).
E’ un carisma che serve per edificare la Chiesa e, pertanto, è un dono per Il bene comune (v.4b).
La profezia serve, inoltre, per rivelare il mistero del disegno salvifico di Dio (cfr. Ef 3,5), manifestare la sua volontà nelle circostanze presenti e svelare i sentimenti più profondi del cuore per svegliare l’adorazione a Dio e riconoscere la sua presenza divina nella comunità (cfr. vv.24-25).
Qualche volta, il profeta riceve anche una luce particolare e predice il futuro (cfr. At 11,28; 21,11).
In altri casi la profezia viene comunicata ai presenti in una lingua sconosciuta (profezia in lingue). In questo caso l’assemblea attende in silenzio che lo Spirito Santo dia a qualcuno il dono dell’interpretazione. Dopo poco infatti qualcuno ottiene la grazia di decifrare il messaggio nella lingua che tutti conoscono.
Accade anche spesso che a qualcuno viene rivelato lo stato d’animo di qualche persona presente nel gruppo, o qualche situazione anormale. Egli comunica a voce alta all’assemblea quanto lo Spirito gli rivela senza che sappia a chi sono dirette le sue parole. I destinatari si riconoscono inequivocabilmente come i soggetti del discorso.
Per il dono di profezia Paolo ci ricorda che: “Se uno di quelli che sono seduti riceve una rivelazione, il primo taccia” (1Cor 14,30).
Perché, spiega Paolo, tutti infatti potete profetare, uno alla volta, perché tutti possano imparare ad essere esortati. Ma le ispirazioni dei profeti devono essere sottomesse ai profeti, perché Dio non è un Dio di disordine, ma di pace (1Cor 14,31-33).
In altre parole, l’autentico profeta, sotto l’impulso dello Spirito, non perde né il controllo di se né la sua libertà e può regolare l’esercizio del suo carisma.
Queste avvertenze dell’Apostolo sono decisive per giudicare l’autenticità dei carismi e per dare una regola al loro uso nelle riunioni di preghiera. Se qualcuno viola l’ordine dell’assemblea o non ubbidisce a chi la presiede sotto il pretesto di essere ispirato, il suo carisma non è autentico, non si tratta di un dono di Dio.
Nei versetti 37-38 parla dell’autorità apostolica: Chi ritiene di essere profeta o dotato di doni dello Spirito, deve riconoscere che quanto scrivo è comandato del Signore; se qualcuno non lo riconosce neppure lui è riconosciuto.
L’Apostolo è il rappresentante del Signore e opera nel suo nome. Il “carismatico”, se è mosso veramente dallo Spirito, sa obbedire. L’obbedienza è il segnale di un carisma autentico.
Se colui che si crede ispirato non obbedisce, i suoi carismi sono una pura illusione; per di più, “non è riconosciuto da Dio”.
Paolo conclude alludendo nuovamente ai carismi della profezia e delle lingue e sintetizza il suo insegnamento nel modo seguente: Dunque, fratelli miei, aspirate alla profezia e, quando al parlare con il dono delle lingue, non impeditelo. Ma tutto avvenga decorosamente e con ordine (1Cor 14,39-40).

Il dono dell’interpretazione delle lingue

Questo si manifesta in concomitanza con i messaggi in lingue di varia natura (profezie, parole di conoscenza, esortazioni, ecc.), che lo Spirito comunica all’assemblea.
Gesù, insieme al messaggio diretto alla comunità o al singolo, fornisce anche l’interpretazione della lingua o del canto utilizzato.
L’interpretazione non è la traduzione letterale del messaggio in quanto serve solo a dare il senso, per evitare di soffermarsi sugli aspetti linguistici e lessicali della lingua utilizzata
Il dono dell’interpretazione può essere dato alla stessa persona che ha riferito il messaggio in lingue, come ad un’altra o più di una. In quest’ultimo caso è sorprendente vedere come uno si ferma all’improvviso, senza neanche aver terminato il periodo e l’altro attacca dove era rimasto il primo.
Succede anche che, negli incontri di preghiera dove ci sono cattolici e protestanti insieme, questi ultimi ricevano l’interpretazione di messaggi contrari alla loro teologia, come per esempio, inni di lode alla verginità di Maria o al suo immacolato concepimento.
A proposito del dono di interpretazione Paolo ci suggerisce: Chi parla in lingue preghi per avere il dono di saperle interpretare (1Cor 14,13).

Il dono delle guarigioni

Per quanto riguarda questo carisma fare riferimento anche a quanto descritto nelle sezioni relative alla Liberazione e alla Guarigione.
In più è necessario dire che, sebbene Dio abbia dato la facoltà ad ogni cristiano pieno di fede di guarire i malati, esistono tuttavia delle persone che sono state scelte in maniera particolare come mezzo di guarigione. Costoro vengono infatti utilizzati da Dio come un canale di trasmissione della potenza guaritrice dello Spirito Santo. Ecco che, chi ha ricevuto questo dono, sente l’invito e la necessità di pregare per una specifica persona mediante:

– divina ispirazione che indirizza verso il soggetto (anche in mezzo ad un’assemblea molto numerosa);
– forte ed irresistibile senso di calore alle mani (che termina solo dopo la preghiera fatta sul malato);
– improvviso dolore in una specifica parte del corpo quando si è in prossimità del malato (Dio permette così di individuare la zona malata);
– visualizzazione mentale della malattia o handicap per il quale pregare.

L’imposizione delle mani sul malato aumenta le probabilità di guarigione dello stesso, come ci attesta Gesù nel Vangelo (Mc 16,17-18).
La guarigione è spesso accompagnata dalla proclamazione dell’evento da parte di qualche persona che in quel momento è investita dallo Spirito Santo. Durante le grandi preghiere carismatiche si sente sovente pronunciare frasi di questo tipo: “il Signore sta guarendo una persona che da anni era inferma sulla sedia a rotelle, essa avvertirà un formicolio ed un calore alle gambe dopodiché potrà alzarsi e camminare…”
Intenso calore e formicolio sono infatti i sintomi più comuni che annunciano l’azione sanante e vivificante di Gesù nell’assemblea.
All’interno del dono di guarigione possiamo comprendere anche quello di liberazione dagli influssi diabolici, che costituisce di fatto una sorta di guarigione spirituale.
Ecco che questi fratelli con la semplice imposizione delle mani sull’oppresso scatenano forti reazioni da parte degli spiriti maligni che si sentono toccati e allontanati dal potente tocco dello Spirito Santo. Non sono infrequenti fenomeni quali: cambi di voce, urla, aggressività, bestemmie, vomito, perdita di sensi, ecc.
Chi possiede un autentico dono di liberazione può avere più autorità e potere sui demoni dell’esorcista stesso.
Le preghiere utilizzate, sia nel caso della guarigione che della liberazione, possono essere tradizionali, spontanee oppure in lingue.

Il dono dei miracoli

Questo tipo di dono si estende agli eventi al di fuori della vita personale e delle leggi del creato.
San Paolo nel fare la lista dei carismi, include anche questo, però non lo considera come il più grande, ma come uno dei tanti, comunissimo, come gli altri, presso i cristiani di Corinto (1Cor 12,4-11).
Oggi esso è invece considerato una cosa rarissima e pressoché scomparsa o impossibile. Anche fra i credenti esiste una sorta di riserva nei confronti di un evento che è facilmente accettabile nel Vangelo e nella vita di qualche santo, ma non nella vita di qualche vicino di casa che potrebbe tuttavia aver ricevuto questo dono.
Eppure la convinta e coraggiosa predicazione del Vangelo da parte di molti è stata spesso accompagnata da forti conferme e manifestazioni da parte di Dio. Sono infatti documentati episodi di persone che hanno attraversato a piedi asciutti dei fiumi profondi, che hanno moltiplicato il pane, che hanno cambiato l’acqua in vino, e che hanno perfino resuscitato morti.
Il problema legato allo scetticismo nei confronti della possibilità di fare miracoli, è legato al fatto che spesso consideriamo la Bibbia come una storia sulla potenza di Dio, senza considerare il fatto che questa potenza possiamo riceverla e viverla anche noi in prima persona se crediamo fermamente in Gesù (cfr. Gv 14,12; Mt 17,20; Mc 9,23).
Rispetto al passato, il dono dei miracoli è diventato più raro anche perché abbiamo perso il senso del soprannaturale e siamo stati sopraffatti dal materialismo e dall’attaccamento a ciò che è puramente e naturalmente visibile. Infatti, se a livello della vita naturale il miracolo può sembrare un evento eccezionale, visto nel piano soprannaturale, appare come un elemento normale ed essenziale.
Gli Apostoli presero alla lettera le parole e le promesse di Gesù e fecero i miracoli come Lui e più di Lui. Negli Atti si legge infatti che la stessa ombra di Pietro guariva gli ammalati, il che, nei Vangeli, non si dice di Gesù.
I cristiani di oggi hanno paura di prendere sul serio le promesse di Gesù; esse suonano troppo strane ed irreali alla loro mentalità. Stentano ad ammettere ogni eccezione o sospensione delle leggi della natura. Dovremmo invece ricordarci che le promesse di Gesù riportate nel Vangelo non sono soltanto parole.

Il dono della fede

La fede può essere presente in una persona come virtù o come carisma.
Nel primo caso si tratta dell’adesione alle verità rivelate da Dio, per la solo fiducia in Colui che ce le ha rivelate. Senza alcuno sforzo, quasi istintivamente, si vedono tutti gli avvenimenti della vita alla luce di Dio senza sentirsi influenzati dai giudizi mondani, dalle credenze o dalle dicerie della società. Questo è già di per sé un grande dono poiché porta il credente ad indirizzare la propria vita verso la sfera divina e soprannaturale, senza la necessità di vedere Dio stesso.
Fede significa anche fiducia alle promesse di Cristo ed abbandono totale a Dio ed alla sua provvidenza.
Dio ha preparato un piano per ciascuno di noi; non dobbiamo pianificare la nostra vita, ma semplicemente scoprire questo piano ottimale, accettandolo e cooperando con tutte le nostre forze alla sua attuazione. Il Signore non ce lo mostra tutto dal principio, perché vuole che viviamo di fede. Il bambino che va in auto con suo padre non conosce la destinazione, ma è tranquillo e fiducioso perché si fida di lui che non lo porterà in un luogo cattivo. Dunque l’indicatore della nostra santità è la fede.
La norma di vita alla quale ognuno di noi dovrebbe aderire è contenuta in un brano di Matteo:

Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6,25-33).

Dovremmo imparare a credere contro l’incredibile, anche quando tutte le circostanze vanno contro questo atto di fede, senza chiederci in quale modo il Signore potrà venirci incontro, sapendo che le Sue vie sono diverse dalle nostre, misteriose ed imprevedibili.
La virtù della fede, comune a tutti i cristiani in diversa misura, differisce dal dono della fede menzionata da Paolo: Ad un altro è dato il dono della fede (1Cor 12,9).
Quest’ultimo infatti è un dono soprannaturale dello Spirito Santo che viene dato in circostanze particolari per compiere le opere di Dio. In pratica, l’uomo avverte in se stesso, con assoluta certezza, che il Signore per mezzo suo sta per operare un prodigio. Questa rivelazione interiore lo spinge ad agire con risolutezza, anche contro le circostanza contrarie che sono intorno a lui, come se egli vedesse come già avvenuto quel che sta per accadere. Egli non solo crede che Dio può fare il tal prodigio, ma che certamente lo farà, anzi che lo ha già fatto. Con la stessa sicurezza Pietro disse allo storpio sulla porta del tempio Nel nome di Gesù Nazareno, alzati e cammina (At 3,6), o quando risuscitò il corpo di Tabita dicendole: Alzati! (At 9,40). Così fece anche Paolo, buttandosi sul corpo di Eutico, lo abbracciò e gridò alla folla: Non tumultuate perché è vivo (At 20,10).
Si nota perciò che il dono della fede è spesso connesso ad altri, in particolare a quello della guarigione e dei miracoli.

Il dono del discernimento degli spiriti

San Paolo lo elenca nella lista dei carismi: Ad un altro è dato il discernimento degli spiriti (1Cor 12,10).
Discernere significa distinguere tra cose diverse e contrarie. Tuttavia non si tratta di un giudizio o un’opinione che formuliamo sulla bontà o cattiveria di persone od eventi visti alla luce della nostra fede o delle nostre conoscenze. Non è una conclusione dettata dalla nostra competenza o dalla nostra intuizione. E’ invece un dono soprannaturale, datoci dallo Spirito Santo, in determinate circostanze, che ci rende capaci di giudicare se, in una data persona o in un certo ambiente, vi è lo Spirito di Dio che agisce o vi sono invece degli spiriti maligni. E’ il dono che ci apre gli occhi sul mondo dell’invisibile, dove agiscono buoni e cattivi spiriti. E’ un’illuminazione soprannaturale che ci mostra l’origine profonda di certi fenomeni misteriosi umanamente inesplicabili. Non è quindi un giudizio temerario o sospetto che pronunciamo sulle persone magari basandosi sugli atteggiamenti ed i comportamenti esteriori. La stessa espressione “discernimento degli spiriti” dice chiaro che abbiamo a che fare con gli spiriti, non con gli uomini e la loro condotta. Non vengono quindi pronunciati giudizi su talune manifestazioni esterne, ma veniamo a conoscenza dell’origine di queste manifestazioni. Non vengono giudicati gli uomini, ma quel che negli uomini è da Dio, o falsamente pretende di esserlo. Un celebre esempio riguarda Paolo durante la sua evangelizzazione: Mentre andavamo alla preghiera, venne verso di noi una giovane schiava, che aveva uno spirito di Divinazione e procurava molto guadagno ai suoi padroni facendo l’indovina. Essa seguiva Paolo e noi gridando: Questi uomini sono servi del Dio Altissimo e vi annunziano la via della salvezza. Questo fece per molti giorni finché Paolo, mal sopportando la cosa, si volse e disse allo spirito: In nome di Gesù Cristo ti ordino di partire da lei». E lo spirito partì all’istante (At 16,16-18).
Si nota facilmente che, sebbene la schiava stesse dicendo alle persone di ascoltare Paolo perché vero servo di Dio, egli riconosce in costei l’ispirazione di uno spirito maligno e, nonostante le parole veritiere, lo obbliga ad uscire ed andarsene. Il giudizio umano privo del dono di discernimento, sarebbe giunto a ritenere i discorsi della donna come provenienti da Dio, quando in realtà si trattava di Satana.
Il discernimento possiamo considerarlo come il guardiano degli altri doni. Infatti è li pronto a proteggere la genuinità dei doni dello Spirito dalle possibili falsificazioni o camuffamenti che può creare il Demonio.
Satana infatti è esperto ad imitare i doni dello Spirito Santo e a presentarli, con sottile astuzia, come autentici. Egli sa presentarsi come angelo di luce anche ai santi.
Ecco che lo Spirito viene in nostro aiuto col dono del discernimento degli spiriti per farci vedere dove sono la verità e l’errore in un libro o in un discorso, dove sono il grano e la zizzania in una comunità, dove sono gli agnelli e i lupi vestiti da agnelli, dove sono i veri e falsi discepoli, dove sono la vera pace e la gioia dello Spirito e dove la gioia artificiosa ed i disagio nervoso e opprimente creato da Satana.
Basta una sola persona che non è in pace con Dio per creare un clima pesante ed opprimente in una riunione carismatica di preghiera. Qualche volta qualcuno dei presenti, attraverso il dono di discernimento, individua la persona o le persone che sono causa di disturbo e di turbamento.
Celebri sono anche i casi di alcuni santi, come San Filippo Neri e Don Bosco, che a contatto con certe persone incallite nei vizi sentivano anche un fetore insopportabile.
Più si è vicini a Dio, più si vive la vita dello Spirito Santo e più si diventa sensibili all’azione perversa degli opposti spiriti maligni.
Essendo il vero guardiano dei carismi, il discernimento degli spirito ha soprattutto la funzione di segnalarci il vero e il falso dono delle lingue, le vere e le false profezie, le vere guarigioni operate da Gesù e le false guarigioni operate da Satana, le malattie dovute a cause naturali e quelle che hanno origine diaboliche.

Il dono della parola di conoscenza

Con il termine conoscenza non si intende in questo caso tutto ciò che riguarda il bagaglio umano di cultura appreso mediante lo studio, l’intelligenza o gli sforzi di volontà. Neanche la conoscenza di Dio che possiamo acquistare mediante lo studio della teologia o della filosofia.
Questo è un dono che arriva all’intelligenza per rivelazione diretta da parte dello Spirito Santo. In San Paolo viene chiamato “linguaggio” o “parola di scienza”. Quindi si intende una conoscenza intellettuale, interiore, non necessariamente espressa a parole. Una conoscenza che è entrata nel pensiero, non attraverso le vie normali del ragionamento o della percezione, ma per mezzo di una rivelazione. Si tratta di una rivelazione soprannaturale relativa a situazioni, fatti, eventi passati, presenti, o futuri che non siano conosciuti con mezzi umani. E’ un frammento dell’onniscienza di Dio, rivelato alla nostra intelligenza, relativo ad un fatto determinato. Una diagnosi che Dio fa di un fatto, di un problema, di uno stato d’animo, di una situazione, e che comunica alla nostra mente.
In particolare, questo dono ci rende capaci di comprendere il significato profondo della Sacra Scrittura, attraverso un’illuminazione soprannaturale sui pensieri di Dio che sono sotto le parole ispirate. Immerge la nostra intelligenza entro le verità divine senza la fatica del ragionamento.
Questo dono del linguaggio della scienza non s’identifica col dono della scienza in genere: uno dei sette doni ordinari dello Spirito Santo che s’accompagnano con l’infusione della grazia divina. Quest’ultimo infatti è quel dono che ci fa giudicare rettamente delle cose create nelle loro relazioni con Dio, ci mostra l’aspetto vero e reale delle creature, così come sono agli occhi di Dio. Il linguaggio della scienza invece è una rivelazione particolare e momentanea su di un fatto singolo e determinato. Non s’identifica neanche col dono della profezia, in quanto quest’ultima è un messaggio espresso con parole che non sempre vengono capite da chi le proferisce. Il linguaggio della scienza invece è una rivelazione interiore che viene ben compresa da chi la riceve.
Infine, non s’identifica col dono del discernimento degli spiriti, perché quest’ultimo s’indirizza verso determinati soggetti, cioè i soli spiriti, mentre il linguaggio della scienza è aperto verso qualsiasi direzione.
Comunque, trattandosi di sottili sfumature, è facile che questi tre doni vengano scambiati l’uno per l’altro.
Ecco qualche esempio di dono del linguaggio della scienza nella Sacra Scrittura: al profeta Natan viene rivelato il peccato di Davide con Betsabea; al profeta Eliseo viene mostrato in visione il luogo dove erano gli accampamenti dei nemici, salvando così il popolo di Dio. Anche Gesù esercitò questo dono. Svelò i peccati al paralitico, la vita passata alla donna di Samaria, vide Natanaele sotto il fico, ecc.
Non pochi santi hanno avuto il dono del linguaggio della scienza. Il Santo Curato d’Ars, ad una donna che piangeva disperatamente per la sorte eterna del marito che si era buttato da un ponte, disse: “Tuo marito si è salvato perché ha chiesto perdono dei suoi peccati prima di toccare il suolo”.
Oggi questo dono è riapparso fortemente nei gruppi carismatici. L’annuncio di una guarigione che si sta compiendo su una specifica persona è un tipico esempio d’applicazione del dono.
In genere questo dono va insieme con il dono del linguaggio della sapienza.

Il dono della parola di sapienza

Ad uno è dato il linguaggio della sapienza (1Cor 12,8)
Questo nono carisma, che S. Paolo pone in testa alla lista, non è altro che l’applicazione pratica e la retta utilizzazione del dono della conoscenza.
Col dono della conoscenza, infatti, ci viene esposto il quadro della situazione; col dono della sapienza il Signore ci rivela quale deve essere il nostro comportamento nella specifica situazione.
Il dono della conoscenza è una pura informazione soprannaturale; il dono della sapienza suggerisce lo sviluppo pratico che ne deve seguire.
Col dono della conoscenza lo Spirito Santo ci fa vedere, col dono della sapienza ci muove ad agire.
La conoscenza ci dà, per dir così, il materiale grezzo; la sapienza lo adopera per la costruzione.
È un dono di Dio; quindi non è quella sapienza umana che è frutto d’intelligenza e di esperienza consumata. È una manifestazione dello Spirito; perciò non è abilità umana, o quella che è sinonimo di scaltrezza, furbizia, tatto, diplomazia.
Anche il dono del linguaggio della sapienza si distingue dal dono comune della sapienza. Quest’ultimo infatti è il dono che ci fa assaporare Dio e le cose divine nei loro più alti principi e ce li fa gustare; o più semplicemente è il gusto delle cose di Dio.
Il linguaggio della sapienza invece è un dono dato dallo Spirito per affrontare una situazione particolare, un aiuto ad agire rettamente, una rivelazione su come comportarsi nell’attuazione di un piano di Dio, già conosciuto per mezzo del dono della scienza.
È il dono, promessoci da Gesù, che pone sulla nostra bocca le risposte esatte, quando siamo trascinati davanti ai tribunali per cagione sua. Allora non dobbiamo preoccuparci che cosa dire perché sarà lo Spirito che parlerà in noi (Mt 10,19-20).
È il dono che ci viene dato quando dobbiamo difendere la verità dagli attacchi di ogni genere.
È il dono che ci viene in aiuto quando ci sono da prendere decisioni difficilissime o da risolvere problemi ardui. Così venne in aiuto al re Salomone quando dovette giudicare tra due donne quale fosse la vera madre del bambino vivo. Così venne in aiuto agli Apostoli quando dovettero scegliere i sette diaconi pieni di Spirito Santo e sapienza (At 6,3).
E’ un dono negato ai superbi e riservato agli umili: Ti rendo grazie, o Padre … perché hai nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai svelate agli umili (Lc 10,21).
Oggi, col sorprendente risveglio dei carismi nella Chiesa, pare che lo Spirito Santo stia di nuovo scegliendo le persone più umili e ritenute buone a nulla, per rivestirle dei suoi doni e soprattutto di sapienza, onde confondere i superbi, troppo pieni di sé e vuoti di Dio.
Oltre a questi doni ritenuti più “spettacolari”, Paolo ne elenca altri che, sebbene meno vistosi, rivestono tuttavia un’importanza fondamentale tanto che vengono posti prima di alcuni di quelli presentati sopra:

Alcuni perciò Dio li ha posti nella Chiesa in primo luogo come apostoli, in secondo luogo come profeti, in terzo luogo come maestri; poi vengono i miracoli, poi i doni di far guarigioni, i doni di assistenza, di governare, delle lingue. Sono forse tutti apostoli? Tutti profeti? Tutti maestri? Tutti operatori di miracoli? Tutti possiedono doni di far guarigioni? Tutti parlano lingue? Tutti le interpretano? Aspirate ai carismi più grandi! (1Cor 12,28-31).

Il dono dell’apostolato

Questo dono è relativo all’annuncio missionario del Vangelo. Il termine apostolo (apostolos), viene da apostelo (inviare) ed è usato da Paolo tre volte per l’invio di uomini a predicare. Tuttavia Paolo non identifica mai questi apostoli coi dodici nominati da Gesù, poiché il carisma dell’apostolato al quale si riferisce ha un significato più ampio. Si riferisce agli evangelizzatori itineranti che annunciano il Vangelo, missionari che, dotati di capacità particolari, arrivavano al cuore delle persone e fondano nuove comunità cristiane locali (cfr. At 14,4-14; At 15,40; At 16,1-3; At 18,24-28; Rm 16,7; 1Cor 1,12; 2Cor 8,23; Tm 1-2; Tt 1-3).

Il dono dell’insegnamento (catechesi)

La parola che appare in Corinzi per definire questo carisma è “didaskaloi” cioè: dottore, maestro. Esso si trova al terzo posto nella lista dei doni carismatici dopo gli apostoli ed i profeti.
I didaskaloi erano i cristiano maturi che istruivano gli altri sul significato e le conseguenze morali dell’adesione alla fede (cfr. Gal 6,6), quello che comportava un nuovo stile di vita. Questi maestri possono chiamarsi ed essere identificati negli attuali “catechisti” in quanto introducevano i neofiti che avevano già avuto l’annuncio, nell’apprendistato della conoscenza del mistero cristiano che considerava la fede e la vita morale.

Il dono dell’assistenza

Il temine “assistenza” è usata in particolare nei papiri del tempo dei Tolomei ed ha il significato di difesa o soccorso dati per un’autorità superiore. Nel nostro caso indica l’aiuto e l’esprimere la carità al servizio della comunità. Questo dono di assistenza può essere anche identificato come dono di servizio al prossimo.

Il dono di governare

Il dono del governo è il carisma di quelli che hanno la funzione di governare nella comunità (Vescovi, presbiteri, dirigenti vari, ecc.). E’ un’autorità che va intesa non come dominio sugli altri ma come ordine gerarchico di governo per l’indirizzamento, la guida ed il beneficio altrui.

Alcuni testi sono tratti dal libro di Don Serafino Falvo “Il risveglio dei carismi”